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Tuareg e Agricantus
La nascita
"Gli Agricantus nascono a Palermo nel 1979. Del gruppo iniziale attualmente rimangono, oltre a me, Toni Acquaviva e Mario Crispi. Pur avendo una formazione musicale improntata sul rock di quegli anni ci siamo rivolti dapprima verso la musica latino-americana per poi arrivare ad un interesse per la musica tradizionale del Sud-Italia. La nostra scelta iniziale era dovuta anche ad un preciso orientamento politico-sociale: erano gli anni in cui gli Inti-Illimani vivevano in esilio in Italia ed in cui una tammurriata poteva cantare dei brogli politici di un paesino del nostro meridione. All'uscita di Gnanzù!, nel 1993, il nostro stile, arricchito dalla ricerca e dall'uso del campionatore, aveva raggiunto l'obiettivo che si propone ogni gruppo: una sonorità peculiare che ci rendesse riconoscibili. E' con Tuareg, nel '96, che gli Agricantus vivono la loro svolta artistica facendosi conoscere in Italia e non solo."
La formazione attuale
"Nel '90 si sono aggiunti al gruppo Rosie Wiederkehr e Giuseppe Panzeca. Il loro arrivo non ha creato bruschi cambiamenti, anche perché, fin dai tempi di Palermo, abbiamo sempre lavorato circondati da numerosi amici e collaboratori per cui l'alternarsi di musicisti non è mai stato un trauma. Piuttosto con Rosie e Francesco abbiamo dato l'avvio ad un nuovo percorso di ricerca attraverso dialetti e realtà musicali fino ad allora inesplorati."
L'impegno sociale
"A partire da Tuareg abbiamo cominciato a fare qualcosa per aiutare iniziative concrete che ritenevamo essere non solo importanti, ma anche controllabili, per essere sicuri che i proventi del nostro disco andassero veramente nelle giuste mani. Ci siamo quindi affidati dapprima ad ONG che nel tempo hanno raggiunto una sicura affidabilità. In seguito abbiamo più volte collaborato con l'UNICEF, dal momento che le problematiche riguardanti i bambini ci sono sempre state a cuore."
Le colonne sonore
"Il nostro avvicinamento al cinema è avvenuto grazie alla collaborazione con Pivio e Aldo de Scalzi, che come noi incidono per la Compagnia Nuove Indye. Proprio per una scelta congiunta con la CNI abbiamo avuto l'opportunità di partecipare alla realizzazione della colonna sonora de Il bagno turco di Ferzan Oezepetek e de I giardini dell'Eden di Alessandro D'Alatri. Recentemente è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia Placido Rizzotto di Vincenzo Scimeca, film per il quale abbiamo composto interamente le musiche: interessante esperienza per il fatto di aver lavorato su una storia siciliana scritta, diretta e interpretata da siciliani. Comporre una colonna sonora è diverso solo tecnicamente dal realizzare un proprio album. Dal punto di vista artistico non abbiamo mai incontrato problemi perché le nostre atmosfere sonore e il tipo di lingue usate, messe insieme, creano già di per sé immagini diverse."
In America
"Un'etichetta statunitense ha pubblicato nel 1999 The best of Agricantus, un disco che raccoglie una selezione di nostri brani. Questa cosa ci ha dato grandi soddisfazioni oltre al fatto che l'album è rimasto per molte settimane nella top ten della World Music insieme ad artisti del calibro di Cesaria Evora e Youssou'N'Dour. Proprio per questo il nostro prossimo lavoro, la cui uscita è prevista prima di Natale, sarà distribuito contemporaneamente in Europa ed in America."
a cura di Stefania Cappellini e Antonio Minghi
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* Il testo si basa su un'intervista a Mario Rivera, bassista degli Agricantus, realizzata il 4 ottobre 2000 dai curatori durante la trasmissione Miraggi, in onda ogni mercoledì (ore 22-24) su Radio Incontro Pisa (fr. 107.75).
Nella tana di Zi' Tano
A Cinisi, provincia di Palermo, negli anni '50, Giuseppe Impastato, detto Peppino, cresce in una famiglia mafiosa all'ombra del boss Gaetano Badalamenti, detto Zio Tano, che abita a cento passi dalla famiglia stessa.
Ma Peppino si ribella al suo destino di uomo d'onore e, ormai ragazzo, entra nelle fila del Partito Comunista locale, avviando una battaglia contro una mafia che, negli anni '60 e '70, si trasforma definitivamente da organizzazione del mondo rurale in società multinazionale dedita al traffico di droga.
Per meglio combatterla, Peppino fonda nei primi anni '70 una piccola radio indipendente intorno a cui si raggruppano i giovani più impegnati di Cinisi. Dai microfoni di Radio Aut, Peppino, eroe ironico e colto, attacca, denuncia e sbeffeggia la Mafiopoli locale, non risparmiando le autorità, né Zi' Tano, né suo padre, che cerca di ostacolarlo in tutti i modi.
Neanche l'uccisione del padre stesso da parte del solito Badalamenti riesce a fermarlo. Anzi, Peppino decide di portare la sua battaglia dentro il consiglio comunale, candidandosi con Democrazia Proletaria. Ma un nemico all'interno del sistema sarebbe troppo per Zi' Tano, che, la notte del 9 maggio 1978, lo fa assassinare.
Il soggetto e la sceneggiatura, basati sulla vera storia di Peppino Impastato, sono scritti da chi di lotta alla mafia se ne intende davvero, visto che, con Maria Zappelli, ne è autore Claudio Fava, oggi deputato DS, il cui padre, il giornalista Giuseppe Fava, fu assassinato dall'onorata società per il suo attivismo anti-mafioso. Ciò conferisce all'opera uno spessore immediatamente evidente di testimonianza e contenuti.
Dal punto di vista artistico, il film indossa i panni del b-movie (film a basso budget) italiano di impegno politico-civile degli ultimi vent'anni. Di questo genere mantiene i punti di forza, come l'interesse del soggetto ed una tensione narrativa che inchioda lo spettatore dall'inizio alla fine. Ciò è dovuto alla sceneggiatura senza sbavature, ineccepibile nei dialoghi, nel disegnare personaggi a tutto tondo e nella struttura, con un primo tempo in crescendo, per poi lasciar subentrare nella seconda parte una distensione preparatoria al precipitare degli eventi, con l'uccisione del padre di Peppino e di Peppino stesso.
E infatti il film ha ottenuto il Leone d'oro proprio per la sceneggiatura.
Per di più, del b-movie impegnato sa superare le debolezze, consistenti, oltre che in sceneggiature scadenti, in regia, ricostruzioni e recitazioni approssimative, grazie alla bravura degli attori, alla cura dell'immagine e della fotografia. Bellissima anche la scelta registica di Giordana di lavorare soprattutto sui primi piani, a scrutare l'interiorità dei personaggi attraverso i loro visi/paesaggi. E proprio da un primo piano arriva la più bella lezione di Peppino, quando, contemplando la violenza recata dall'aeroporto di Punta Raisi, voluto dalla mafia, al paesaggio, dice che, se le persone tenessero conto della Bellezza (la maiuscola è di chi scrive), forse tutto il resto, anche il rifiuto della mafia, verrebbe di conseguenza. Lezione di profondità, che fa di Peppino non solo un eroe che lotta contro il crimine, ma anche un eroe complesso alla ricerca di un senso delle cose. Lezione che sa fotografare il problema-mafia per quello che è, e cioè molto più di una battaglia contro la malavita.
L'abbondanza di primi piani fa di questo film un prodotto adatto anche alla TV, e infatti Rai Cinema ne è co-produttore. Siamo perciò destinati a vederlo presto sul piccolo schermo. Il consiglio è però quello di andarlo a cercare prima. Il film sta ancora girando nei circuiti d'essai e nelle pubbliche proiezioni presso circoli ed associazioni, e non c'è dubbio che sia destinato a circolare ancora a lungo.
Luca Zoppi
* Mentre questo numero va in stampa, I cento passi è stato scelto per rappresentare l'Italia nella corsa agli Oscar americani per il miglior film straniero. In bocca al lupo, ma quest'opera ha già dimostrato il proprio valore al di là dell'eventuale Oscar.
I cento passi
Regia: Marco Tullio Giordana
Produzione: Italia, 2000
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