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Voci dissonanti dall'Iran

Una poesia del poco conosciuto (in occidente) Nima Yuscij (m. 1959) parla di due uccelli, posati uno su un pino, l'altro su un tetto, di fronte alla finestra del poeta iraniano:
Questo canta disperato (si direbbe canti per me),
l'altro tacito immobile si direbbe fumo su avorio.
Gli occhi ha chiusi e mal dispiega le ali
arido e secco da capo a piedi in immobile luogo:
e il becco ha di fuoco, e le ali d'oro,
ma sembra immota forma di statua.
E l'altro uccello non sa che dar voce al suo canto
trema dai piedi alla testa in tutto il suo corpo, non ha voglia di restare nell'ombra del pino
né forza di alzarsi lontano a volo da questa triste dimora.
Ma se tu più a fondo e sereno miri, l'uccello
che freme e canta è morto, morto soltanto.
E l'altro che sembra aridezza di pietra è vivo, vicino a tesa forza di vita 1.

Sguardi al passato, al presente e al futuro di un paese giovane

A chi è capitato di visitare recentemente l'Iran, tale immagine può riuscire efficace per sintetizzare l'esperienza di un paese, di un popolo, complessivamente diverso da quell'immaginario che anni d'informazione euro-americana vi hanno costruito attorno. Fuor di simbolismo, l'uccello che si poteva credere immobile e arido, ma che si scopre l'unico con vera forza vitale e in grado, potenzialmente, di spiccare il volo si potrà riconoscerlo - con una semplificazione probabilmente non eccessiva - in una larga parte della popolazione del "nuovo" Iran; dall'altra parte, l'uccello fremente e vociante, ma che non riesce ad allontanarsi "da questa triste dimora", apparirà il potere religioso che, nella figura del suo faqih (lett. il "Dotto", il capo supremo della Repubblica Islamica) e delle istituzioni che questi controlla, decide delle sorti del paese da più di vent'anni.
In realtà, da qualche tempo, alcune notizie di questo "nuovo" Iran ci sono giunte, seppur scortate da un'aura di propagandismo filo-occidentale che non sempre rivela la complessità dei fatti. Ci parlano, innanzitutto, di un Iran giovane: il 60% della popolazione sotto i 25 anni, il 75% sotto i 34, un Presidente nuovo e giovane, Mohammed Khatami, che dal 1997 si dice stia guidando il paese attraverso un processo di riforma che lo adegui alle esigenze e aspirazioni delle nuove generazioni, stia cercando di liberare il paese da false etichette di estremismo, chiusura e arretratezza e stia finalmente avvicinandosi all'occidente. Avvertiamo, di conseguenza, anche un progressivo indebolimento del potere supremo degli ayatollah, che da sempre tengono le redini della condotta religiosa e morale, dell'esercito, della polizia e della magistratura, ma che ora sembrano opporsi con sempre maggiore difficoltà all'ondata riformista.
Per meglio capire cosa di vero si nasconda dietro a quella che potrebbe sembrare una troppo manicheistica e grossolana contrapposizione, sarebbe utile riconsiderare velocemente le decisive trasformazioni, politiche e socio-economiche, dell'ultima decade.
La ripresa
Alla fine degli anni '80, la conclusione del conflitto con l'Iraq (1988), la morte del primo faqih, l'ayatollah Khomeini (1989), e la riforma della Costituzione Islamica (1989) segnano la ripresa del processo di assestamento della giovane Repubblica islamica, che la guerra aveva inevitabilmente bloccato. Alla fine di questa, durata 83 mesi, la Rivoluzione non ha che 96 mesi d'età: i due eventi hanno finito inevitabilmente col confondersi.
In primo luogo, si volle ridare forza alla Riforma Agraria, promossa da Khomeini sin dal 1980, che doveva rimediare a quella dello Scià Reza Pahlevi (la cosidetta "Rivoluzione Bianca"), iniziata nel 1962 e conclusasi in un sostanziale fallimento. Si trattava di ridistribuire ai senza-terra e ai piccoli agricoltori gli immensi latifondi confiscati dal governo rivoluzionario all'élite sciaista, secondo degli standard che prevedevano terreni non superiori ai 15 ettari (ma 5 ettari in media) a famiglia. 2
Il governo Khatami non è riuscito finora a vincere la sfida contro un sistema giudiziario (nelle mani dell'ayatollah Mohamed Yazdi) repressivo e che agisce secondo modalità totalmente arbitrarie, deciso a neutralizzare le forze controrivoluzionarie.5.
In secondo luogo, su indicazione dello stesso Khomeini, che nel medesimo anno sarebbe morto, nel 1989 si riformò parte dell'organizzazione istituzionale della Repubblica al fine di dare maggiore potere all'esecutivo e così agevolare le riforme in campo economico. I poteri del Presidente (capo del governo) furono estesi a danno della carica del Primo Ministro, che fu soppressa, e del Consiglio dei Guardiani, un organo di controllo etico dei provvedimenti legislativi, operante (con diritto di veto) "a salvaguardia dei Principi Islamici e della Costituzione". Furono inoltre creati due nuovi organi quali il Consiglio della Politica per la Ricostruzione e il Consiglio dell'Interesse di Stato.
Il controllo della Repubblica, a partire dallo stesso anno, ricadde principalmente su due uomini: il nuovo faqih Ali Khamenei, che prese il potere estromettendo con un colpo di mano l'ayatollah Montazeri, delfino di Khomeini e da questi designato a succedergli, e il Presidente, l'Hojjat-ol-Eslam Hashemi Rafsanjani, uno degli uomini iraniani più potenti, già Ministro degli Interni, speaker del Parlamento per 10 anni e capo delle Forze Armate, che da subito si distinse per una moderata politica di apertura verso l'occidente e di privatizzazione dell'economia. Rimase in carica fino al 1997, quando, clamorosamente, gli successe Khatami.
Fu in una tale cornice istituzionale, comunque controllata rigidamente dall'alto clero sciita, che si compì un decisivo assestamento dell'economia.
Un paese che contava ormai quasi 70 milioni di persone, quasi il doppio rispetto alla fine degli anni '60.
Fra i primi produttori di petrolio al mondo (3,7 milioni di barili al giorno), con un'agricoltura che provvede all'80% del fabbisogno alimentare del paese, un PIL di 82 miliardi di dollari (1.300 per caput),3 un sostanziale miglioramento dei livelli educativi (95% di alfabetizzazione), sanitari e di occupazione (tra il 10 e il 14% di disoccupati), l'Iran si trovò ad affrontare una repentina trasformazione sociale.
La sfida di Khatami
"A Tehran, all'Università di Tehran ci sono le radici del cambiamento". Con non celato compiacimento, una studentessa, di fronte alla Facoltà di Architettura, mi fa capire, durante la mia ultima visita in Iran quanto sia forte la determinazione a lottare per maggiori diritti e libertà. Siamo a metà maggio 2000, fra pochi giorni nel campus universitario della capitale si terranno le elezioni studentesche in cui sono fortemente favorite le liste riformiste pro-Khatami; gli scontri con i pasdaran sono frequentissimi, così come la chiusura dei giornali anti-conservatori.
Le clamorose vittorie di Khatami e dei suoi sostenitori, alle presidenziali (giugno '97) e alle legislative (febbraio 2000), non sono state indolori. Manifestare il dissenso può costare facilmente la prigione. E questo, soprattutto per una studentessa, può costare - come ci ha mirabilmente mostrato il regista Panahi nel giustamente osannato Il Cerchio - l'esclusione permanente dalla vita civile.
E la condizione delle donne, insieme alle istituzioni giudiziarie e alla situazione carceraria, è al centro, prima che delle accuse di Amnesty e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, di un malcontento interno al paese. Sebbene la popolazione universitaria sia costituita al 60% da donne, queste possono accedere solo a 91 su 169 campi lavorativi e professionali; tra le donne, l'aumento dei suicidi negli ultimi tre anni è stato del 109% (tutti sotto i 30 anni, e concentrati tra le 15-19enni), 4 così come quello della descolarizzazione, causato principalmente dall'abbandono per matrimonio, che in Iran è permesso già all'età di 8 anni per le donne e 14 per gli uomini.
Il governo Khatami non è riuscito finora a vincere la sfida contro un sistema giudiziario (nelle mani dell'ayatollah Mohamed Yazdi) repressivo e che agisce secondo modalità totalmente arbitrarie, deciso a neutralizzare le forze controrivoluzionarie.5
Al di là delle centinaia di arresti politici di giornalisti e intellettuali riformisti, negli ultimi due anni hanno fatto particolare scalpore quelli dell'ex primo ministro Entezam, che denunciava torture e trattamenti disumani nelle carceri,6 e dell'ayatollah Montazeri, che per primo ha osato mettere in discussione la legittimità divina del faqih, auspicando che anche quest'ultimo sia eletto democraticamente e con un mandato temporaneo.
Ciò ha fatto sì che la discussione, e la contrapposizione, si spostassero anche sul piano teologico, e ha gettato le basi per un processo di democratizzazione interno al velayat-e-faqih ("governo del dotto").

Cosa che è poi quello a cui tende Khatami (e probabilmente l'aspirazione della maggioranza degli iraniani), il cui vero obiettivo è innovare nel rispetto della tradizione e dei dettami religiosi.
Forte del 70% di suffragi all'ultima elezione del Majlis, del sostegno di giovani, donne, intellettuali e di una parte del clero moderato, il nuovo Presidente appare tuttavia in una situazione di pericoloso empasse da cui non pochi vedono una via di uscita attraverso una soluzione violenta, non dissimile da quella che ha portato alla dissoluzione della monarchia e alla nascita della Repubblica. E non è escluso che, a chi prossimamente visiterà l'Iran, capiti di ascoltare il canto di un solo uccello.

Salvatore Viaggio
archeologo orientalista
ed esperto di paesi islamici

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* Dedico quest'articolo a due giovani amici di Esfahan, al loro coraggio e al loro clandestino e reciproco amore, in un Iran per cui aspettano un cambiamento.
1 Nima Yuscij, dalla raccolta Il ragno colorato, 1938, "L'uccello di pietra" (trad. Alessandro Bausani).
2 Nel 1991, 1,2 milioni di ettari erano già stati assegnati a 230.000 famiglie.
3 Dati del 1996.
4 Dati dell'Ufficio per gli Affari Sociali.
5 Dal 1997 le condanne a morte sono state 545, in buona parte di prigionieri politici, mentre 13 sono le morti per lapidazione (di donne "moralmente corrotte").
6 Tristemente famosa - sebbene la sua esistenza sia stata sempre negata - è la "gabbia" (70x80x80cm), in cui per mesi sono imprigionati i detenuti politici.

Luca Zoppi

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