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Nuove tecnologie = mondo nuovo?
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Attenzione, Internet è interessante, ha molte qualità e molte potenzialità per l'avvenire, ma resta un mezzo di comunicazione e non basta disporre di molti mezzi di comunicazione, perché ci sia molta comunicazione
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Chi ha accesso ed usa Internet nel mondo? Il Rapporto 1999 dell'UNDP2 risponde alla nostra domanda fornendoci un identikit abbastanza chiaro dell'utente medio del World Wide Web: maschio, bianco, sotto i 35 anni, con almeno un'istruzione di scuola secondaria, residente in aree urbane, con una buona conoscenza della lingua inglese. Questo identikit non ci è, però, così nuovo, come il Rapporto dell'UNDP e tante altre ricerche sull'uso e la diffusione delle nuove tecnologie ci potrebbero far pensare. Infatti molti altri settori del sapere, della comunicazione e dell'informazione, in cui sono determinanti i supporti tecnologici, vedono la schiacciante presenza di un'utenza corrispondente a quella descrizione.
Sia il Rapporto dell'UNDP e, ancor più, quello dell'UNESCO per il 1999-20003 sottolineano come là dove non c'è acesso alle ICT (Information Comunication Technologies) non c'è accesso a gran parte dell'informazione e della comunicazione che richieda l'uso di tecnologia: telefono, fax, televisione, videoregistratore, ma anche: carta stampata, servizio postale. Così dal 1975 al 1994 la circolazione di giornali è rimasta quasi inviariata per i paesi in via di sviluppo, intorno alle 40 copie per 1.000 abitanti, mentre nei paesi sviluppati è intorno alle 330 copie per 1.000 abitanti.
In Europa e Nord America nel 1995 si sono spedite 380 lettere procapite, mentre in Africa solo 6 e 16 in America Latina, dislivello aggravato dal fatto che nei paesi industrializzati il dato è aumentato rispetto a dieci anni prima (311 lettere), mentre in Africa e America Latina è rimasto pressochè invariato.4
Il 47% delle televisioni è localizzato in Europa, USA, Giappone e soltanto il 3% in Africa. L'88% dei fax nel mondo si trovano ancora una volta in Europa, USA, Giappone e solo l'0,5% in Africa. Se poi guardiamo al numero dei telefoni fissi, mobili e alle linee telefoniche il divario tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo è ancora più profondo: nel '96 in Nord America vi erano 65 telefoni fissi ogni 100 abitanti (con un forte aumento rispetto al 1975 in cui ve ne erano circa 38), mentre in Africa siamo nel 1995 ancora a 2 ogni 100 abitanti e in America Latina a 10. Nel '96 in Nord America vi erano 20 cellulari ogni 100 abitanti, poco meno in Europa (nel 2003 è stato stimato che il 50% della popolazione americana ed europea avrà un cellulare, mentre in Giappone il 60%) e in Africa non se ne contava neanche uno ogni 100 abitanti.5
Riguardo alle linee telefoniche: soltanto l'1,8% delle linee telefoniche mondiali sono in Africa (cioè quanto quelle esistenti nell'area metropolitana di Tokyo), mentre il 68% si trova in Europa, USA e Giappone e il 62% delle principali linee telefoniche è installato in 23 paesi che coprono solo il 15% della popolazione mondiale.6
I dati sulla telefonia sono particolarmente importanti perché strettamente connessi all'uso della telematica: il fatto cioè che in gran parte del mondo non vi siano infrastrutture nell'ambito delle telecomunicazioni incide pesantemente sulla diffusione di Internet. E qui tocchiamo un altro punto cruciale che da tempo molti osservatori e analisti sottolineano: non vi è può essere diffusione e accesso alle nuove tecnologie senza investimenti pubblici e privati in infrastrutture nel campo delle telecomunicazioni. Ma anche questo non basta, perché a limitare pesantemente l'uso e l'accesso alle ICT concorre in modo determinante il livello di alfabetizzazione/ acculturazione della popolazione (nei paesi industrializzati il 96% degli abitanti ha un'istruzione secondaria, mentre nei paesi in via di sviluppo il 41%) e in questo le donne risultano essere i soggetti più svantaggiati e non soltanto nei paesi in via di sviluppo: basti pensare, infatti, che solo il 32% delle donne europee ha una conoscenza in campo scientifico-tecnico a livello universitario.7 Il fatto poi che l'80% delle pagine web sia in lingua inglese rappresenta un altro grosso ostacolo all'accesso telematico, anche se dobbiamo tenere presente che ciò è anche dovuto al fatto che il 60% dell'utenza di Internet è di madrelingua inglese.
Se vogliamo, quindi, restringere il predominio della cultura e della lingua anglossassone, dobbiamo incentivare la presenza sul web di culture locali e ciò non può avvenire senza che enti locali, nazionali e internazionali - governativi e non - promuovano politiche e finanziamenti ad hoc nel settore della formazione informatica e telematica. Così è necessario investire nella scuola (strutture, software didattici, formazione professionale, formazione a distanza), nell'università, nell'amministrazione pubblica, nei servizi ai cittadini, nelle aziende, inventando e sperimentando nuovi strumenti in grado di avvicinare alle nuove tecnologie le persone meno istruite, meno giovani e meno abbienti, sostenendo e incentivando a tal fine associazioni e istituzioni.
Tutto questo, infine, deve essere accompagnato ad un potenziamento della partecipazione della società civile ai processi decisionali e ad una più rigida regolamentazione dei mercati che limiti, invece di incentivare, la nascita dei grandi monopoli delle telecomunicazioni e dell'informatica che proprio in questi ultimi anni si stanno formando, seguendo quello che è il trend di gran parte dell'economia mondiale nell'era della globalizzazione, deregolamentazione e liberalizzazione del mercato (vedi industria bellica, automobilistica, alimentare, farmaceutica, ecc.).
Il pericolo di queste concentrazioni è quello di trasformare Internet e tutto il sistema informativo mondiale "in un deserto senza tracce in cui solo coloro che ne hanno i mezzi possono tracciare il proprio percorso".8 Non possiamo permettere che siano il solo mercato e gli interessi di pochi magnati a guidare la "rivoluzione tecnologica" di questo fine secolo e, soprattutto, la nostra vita.
Se tutti gli abitanti di questo pianeta hanno il diritto e la necessità di accedere alle nuove tecnologie e ai benefici che esse sono in grado di dare, la priorità di gran parte del mondo rimane ancora quella di avere pace, acqua, cibo, medicine, giustizia e a ciò poco servono le sole tecnologie, vecchie o nuove che siano.
Vecchi lavori, nuovi lavori
L'aspetto della formazione assume, dunque, un ruolo cruciale anche per i paesi industrializzati, perché chi non sa usare e avvalersi delle nuove tecnologie è tagliato fuori non solo dai sistemi di comunicazione e informazione, ma dallo stesso mondo del lavoro: ogni rivoluzione teconologica provoca una perdita di posti di lavoro e di professionalità e quella a cui stiamo assistendo in questi anni è forse ancora più pericolosa. Fino ad ora lo strumento a cui si è ricorsi per limitare la disoccupazione è stata quella di aumentare la produzione e quindi allargare i mercati, questi però non si possono allargare all'infinito e quindi per evitare lo spettro della disoccupazione tecnologica "è stato inventato da più di un secolo lo strumento della riduzione degli orari di lavoro. Un tempo, all'inizio secolo, si lavorava 3.000 ore l'anno, a metà del secolo circa 2.500, e oggi la maggior parte dei lavoratori ha un orario medio annuo di 1.600-1.700 ore di lavoro. Questo è uno dei vantaggi della tecnologia, di poter mantenere occupate le persone riducendone la prestazione".9 E se è vero ciò che dicono alcuni, cioè che per ogni posto di lavoro perduto le nuove tecnologie ne creano almeno un altro, è anche vero che bisogna vedere quanto tempo ci mettono le nuove tecnologie a creare nuovi posti di lavoro: se un uomo o una donna perdono il lavoro a causa dell'automazione e devono aspettare anni prima di potere essere nuovamente impiegati è possibile che il contraccolpo che ha dovuto subire la loro vita li abbia per sempre fatti uscire dal mercato del lavoro e dal contesto sociale in cui vivevano. Vi è poi la necessità di avviare una riflessione intorno ai diritti e alla tutela di chi è impiegato nei "nuovi lavori", in particolare quelli che presuppongomo il telelavoro: in Italia, infatti, non vi è ancora una legislazione e una mentalità adeguata perché possano veramente crescere figure professionali e forme di lavoro nuove.
Il telelavoro presuppone, inoltre, nuove forme di controllo sul lavoro, di relazione tra datori/datrici di lavoro e lavoratori/lavoratrici, flessibilità oraria, lavoro a domicilio, che se non precedute e accompagnate da leggi e regolamentazioni ad hoc che tengano conto dei diritti di chi lavora e delle implicazioni sociali (vedi la distinzione tra attività produttiva e tempo libero), potrebbero annullare i grandi vantaggi dei "nuovi lavori" e trasformarli, invece, in vecchi lavori, sinonimo di sfruttamento e quindi di falsa crescita economica e sociale. In particolare dobbiamo tenere sempre ben presente che "telelavorare […] significa più autonomia, ma sicuramente più responsabilità; meno tempo sprecato nel traffico, ma anche la ricerca (non sempre semplice) di un equilibrio fisico e psicologico tra vita domestica e attività professionale".10 Ciò rappresenta soprattutto per le donne una questione fondamentale: come dimostra uno studio dell'ente australiano "Industrial Relations Commission" effettuato nel maggio del 1994, per le donne telelavorare potrebbe ancora una volta significare rimanere chiuse in casa, incastrate tra il lavoro di cura e quello cosiddetto produttivo. Se le aziende, come la Telecom,11 sembrano consapevoli di questo rischio e soprattutto dello svantaggio economico che esso può determinare in termini di produttività e di resa lavorativa, il rischio sociale non è forse così chiaro a tutti/e: l'uscita delle donne di casa per svolgere il proprio lavoro ha significato cominciare a ridefinire i rapporti coniugali, il ruolo delle donne e degli uomini dentro e fuori la famiglia, ha significato che il lavoro di cura iniziasse ad essere percepito non come una mansione e un dovere femminile, ma come una responsabilità collettiva.
Cristina Galasso
associazione Casa della donna
casa.donna@sirius.pisa.it
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Anche telelavorare stanca
VANTAGGI E SVANTAGGI DEL TELELAVORO
| per chi lavora
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per l'impresa
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| VANTAGGI |
SVANTAGGI |
VANTAGGI |
SVANTAGGI |
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- Diminuzione del tempo dedicato agli spostamenti
- Lavoro secondo le proprie disponibilità e bioritmi
- Aumento del tempo libero
- Controllo per obiettivi
- Maggiore vicinanza a famiglia e amici
- Libera scelta del posto dove vivere
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- Minore visibilità e carriera
- Isolamento, riduzione della vita relazionale esterna
- Diminuzione del tempo libero (sindrome del Workaholic)
- Minore guida e aiuto nel lavoro (self control)
- Maggiore vicinanza a famiglia e amici
- Riduzione della distinzione spaziale tra casa e ufficio
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- Aumento della produttività (tra il 10 e il 45%)
- Diminuzione dei costi e delle dimensioni aziendali
- Maggiore motivazione dei dipendenti
- Riduzione del numero e ruolo dei capi intermedi
- Minori spese per l'affitto degli immobili e il turn over
- Maggiore flessibilità organizzativa
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- Difficoltà nella gestione dei lavoratori distanti
- Riorganizzazione culturale dei processi aziendali
- Diversi contratti di lavoro da gestire
- Conflittualità con i capi intermedi
- Maggiori spese per apparati di telecomunicazione e formazione
- Ridiscussione dell'organizzazione aziendale
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Fonte: P. Di Nicola, Il telelavoro dalla sperimentazione al mercato (1998),
http://www.apogeonline.com/riflessi/art_3.html
STIMA DEL NUMERO DI DEL TELELAVORATORI NEL MONDO
| Paese |
Forza lavoro |
Telelavoratori |
% |
| USA |
121.600.000 |
5.518.000 |
4,54 |
| Germania |
36.528.000 |
149.013 |
0,48 |
| Francia |
22.021.000 |
215.143 |
0,98 |
| Regno Unito |
25.630.000 |
563.182 |
2,20 |
| Italia |
21.015.000 |
96.722 |
0,46 |
| Canada |
14.907.000 |
521.745 |
3,50 |
| Spagna |
12.458.000 |
101.571 |
0,82 |
| Paesi Bassi |
6.561.000 |
27.203 |
0,41 |
| Portogallo |
4.509.000 |
25.107 |
0,56 |
| Belgio |
3.770.000 |
18.044 |
0,48 |
| Grecia |
3.680.000 |
16.830 |
0,46 |
| Svezia |
3.316.000 |
125.000 |
3,77 |
| Danimarca |
2.584.000 |
9.800 |
0,37 |
| Irlanda |
824.000 |
15.000 |
1,40 |
| Lussemburgo |
165.000 |
832 |
0,50 |
Fonte: Rapporto Teldet, 1994 e Rapporto Telefutures, 1996
* Molto di questo scritto lo devo al seminario "Un s@lto nella rete: corpo, comunicazione e nuove tecnologie" (Pisa, 14 marzo 1999), promosso e organizzato dall'associazione Casa della donna, di cui una sintesi è disponibile sul sito "Medea" all'indirizzo:
www.provincia.venezia.it/medea/emi/pisa/pisa.html
1 Da un'intervista a M.C. Vettrainio Soulard a cura di "Mediamente": www.mediamente.it
2 Il rapporto è stato pubblicato in Italia da Rosenberg & Sellier, oppure è disponibile in rete al seguente indirizzo web: www.undp.org/hdro/report.html
3 UNESCO, World Comunication and Information Report 1999-2000 (reperibile nella sua edizione integrale al seguente indirizzo web: www.unesco.org/webworld/wcir/en/report.html
4 V. Anashin, A worldwide view, in UNESCO, World Comunication, cit., p. 169.
5 Idem, pp. 172-174.
6 C.J. Hameli, Human development, in UNESCO, World Comunication, cit., p. 32.
7 Idem, p. 33.
8 Intervista a Furio Colombo a cura di "Mediamente".
9 Intervista a Luciano Gallino a cura di "Mediamente".
10 P. Di Nicola, Il telelavoro, questo sconosciuto, (1999) disponibile su: www.apogeonline.com/riflessi/art_12.html
Altre informazioni sul telelavoro sono disponibili nei seguenti siti: Telelavoro Italia Web www.mclink.it/telelavoro e Progetto ETD (European Telework Development)
www.eto.org.uk
11 Idem.
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