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La liberta' di pochi, la miseria di molti

Nelle definizioni ufficiali, l'economia era la scienza che avrebbe dovuto presiedere alla soddisfazione dei bisogni dell'uomo: in realtà, all'inizio del nuovo millennio, più di 30 milioni di individui muoiono ogni anno di fame e circa 1 miliardo di persone è sottonutrito. Inoltre, il divario tra i paesi più poveri e quelli più ricchi del mondo, si è ulteriormente allargato dal rapporto di 1 a 30 degli anni Settanta a quello di 1 a 75, dell'ultimo decennio del secolo, mentre la ricchezza all'interno dei singoli paesi si è concentrata nelle mani di un numero sempre più ristretto di soggetti.
Allo stesso tempo, anche nei paesi più industrializzati il numero dei disoccupati è in continua crescita, toccando nel solo caso dei paesi dell'Europa che aderiscono all'Unione economica e monetaria, la spaventosa cifra di 40 milioni.
Infine, nell'ultimo quinquennio del secolo sono divenute sempre più di attualità - accanto al problema del debito estero che attanaglia molte economie del Terzo Mondo - le crisi finanziarie, che hanno colpito a distanza di qualche semestre prima il Messico, poi il Sud-est asiatico, poi la Russia e infine il Brasile, lasciando uno strascico di panico, instabilità, depressione e povertà.
A fronte di queste drammatiche realtà, che - anziché ridursi proporzionalmente nel tempo - tendono in misura preoccupante ad ampliarsi, viviamo in un clima di esaltazione apologetica delle conquiste assicurate dal progresso tecnologico, dall'introduzione molto rapida delle innovazioni prodotte dalla ricerca applicata, dalla crescente integrazione dei mercati mondiali, che dovrebbero mettere i diversi governi nelle condizioni di risolvere molto facilmente quelle che un tempo rappresentavano le tremende minacce contro l'umanità, come le carestie, la fame o la mancanza di lavoro.
Così, il radicalizzarsi delle peggiori contraddizioni del sistema capitalistico, anziché indurre ad un ripensamento circa la svolta degli anni Ottanta, nata dalla riscoperta delle presunte potenzialità del libero mercato, finisce per essere sottostimato, mentre viene portata a riprova del successo del nuovo indirizzo, la grande prosperità che sta attraversando l'economia statunitense in questo periodo che - a detta degli apologeti - proprio su questi valori si fonderebbe.
D'altra parte non è casuale, a questo proposito, che a beneficiare dei nuovi principi di politica economica introdotti dalla svolta neoconservatrice degli anni Ottanta siano stati proprio i paesi più ricchi, e all'interno di questi ultimi i gruppi più potenti e organizzati.
Fermiamoci dunque un momento per esaminare specificamente che cosa è successo, dapprima sul piano commerciale e, successivamente, su quello finanziario.

Le politiche di selvaggia deregolamentazione dei mercati, anziché creare condizioni di maggiore competitività, hanno esclusivamente favorito - come era già stato lucidamente profetizzato oltre due secoli fa da teorici del liberismo economico, quali Adam Smith e David Ricardo - le imprese multinazionali più potenti: infatti, la liberalizzazione dei mercati crea le condizioni per una maggiore concorrenza solo se gli operatori hanno dimensioni simili tra loro e sono talmente numerosi da non influire, se non collettivamente, sulle vicende dei mercati.
Invece, nella realtà attuale, la deregolamentazione anziché creare condizioni di uguali opportunità finisce per favorire solo i più grossi e potenti operatori, con il conseguente instaurarsi di regimi monopolistici.
Quando, poi, lo smantellamento di ogni protezione si estende anche al settore agricolo, si finisce per compromettere il ruolo extra-economico svolto dai lavoratori della terra sul territorio in cui operano: essi svolgono, infatti, compiti incommensurabili come quello della tutela dell'equilibrio idrogeologico e dell'ambiente rurale che - se a carico dello Stato - costerebbe cifre elevatissime, senza ottenere, con tutta probabilità, analoghi risultati. Nel Terzo Mondo, poi, il mantenimento di strutture agricole locali, anche se meno efficienti rispetto a quelle organizzate dalle grandi multinazionali del settore, è spesso la sola garanzia per tutelare la loro sicurezza alimentare.
Parimenti, il rafforzamento di organismi come il WTO (Organizzazione Mondiale per il Commercio) ha finito per indebolire notevolmente la sovranità e l'autonomia dei singoli paesi, costringendoli ad aprire i loro mercati - per esempio - ai cibi geneticamente manipolati, ai bovini nutriti con gli ormoni, all'indiscriminata distruzione delle foreste e - questa è l'ultima novità per cui si stanno battendo - ai servizi sanitari gestiti esclusivamente da potenti multinazionali private, che sfruttano in termini di business anche le malattie della gente.

Su piano finanziario la globalizzazione dei mercati si è tradotta, invece, in un notevole vantaggio per le borse statunitensi, che sono divenute rifugio non solo per numerosi capitali che hanno abbandonato gli incerti e rischiosi mercati dei paesi in via di transizione dalle economie socialiste, ma anche di tutti quei paesi che sono stati travolti da inattese crisi finanziarie, come quelli asiatici o dell'America Latina.
Tali afflussi repentini di capitali, oltre a favorire la rapida ascesa delle quotazioni azionarie, hanno anche garantito - attraverso la diffusione di strumenti finanziari come i fondi pensione, la previdenza integrativa e i fondi di investimento - un rapido trasferimento della ricchezza generata dai guadagni di borsa direttamente ai consumatori, rappresentati dai lavoratori e dai pensionati, coinvolti a vario titolo nei vari programmi di finanza complementare. Questo ha innescato un boom della domanda privata, che a sua volta ha stimolato gli investimenti, assicurando notevole prosperità all'economia statunitense, proprio a partire dalla fatidica data della caduta del muro di Berlino, che ha facilitato una crescente integrazione dei mercati, stimolando movimenti di capitali dagli ex paesi socialisti.
Fino a quella data, nonostante la mistificante esaltazione dei vantaggi del neoliberismo e del monetarismo, le amministrazioni Reagan e Bush avevano assicurato solo una crescita esplosiva del disavanzo pubblico e di quello estero. I dati tanto pubblicizzati circa l'aumento dei posti di lavoro sono apparsi, ad un'analisi più attenta e meno ideologizzata, assolutamente in linea con quanto era accaduto sia sotto i predecessori, che sotto i successori. Anche la crescita del prodotto interno lordo, tenuto conto dei tre anni iniziali di crisi, è stata, in media, assolutamente in linea con quanto si era conseguito sotto amministrazioni molto meno sostenute dal consenso dei mass-media. Senza contare lo spaventoso deterioramento dei conti pubblici, dei conti esteri e delle condizioni di vita delle fasce più emarginate, conseguente a una politica monetaria e del cambio assolutamente non condivisibile.
La fine dell'esperienza socialista e lo spostamento di una massa elevatissima di risorse da questi paesi verso gli Stati Uniti, hanno consentito di esorcizzare i pesanti segni di recessione che politiche del tipo di quelle perseguite dalle amministrazioni repubblicane necessariamente comportano. Queste conseguenze positive generate dall'inatteso afflusso di elevati mezzi finanziari, sono state utilizzate per una esaltazione acritica dei vantaggi che sarebbero stati assicurati dalla liberalizzazione di mercati sempre più integrati tra loro dai processi di globalizzazione e da politiche anticicliche fondate sull'uso esclusivo dello strumento monetario.
Un ultimo accenno alle recenti crisi finanziarie generate da spostamenti troppo rapidi di masse enormi di denaro, in tempi brevissimi. Solo attraverso operazioni sui cambi delle valute locali, frutto di spregiudicate operazioni che vedono conniventi banche locali e grandi banche internazionali, si riesce a mettere in crisi economie che hanno come unico limite quello di aver respinto nella loro organizzazione i principi più radicali del liberismo economico. Queste crisi potrebbero essere facilmente bloccate sul nascere proibendo sconsiderate operazioni finanziarie a brevissimo termine che non hanno nessuna giustificazione sul piano commerciale o industriale, ma che servono soltanto alla speculazione internazionale per portare i loro attacchi contro determinati paesi.
In tutti questi casi - a riprova di una volontà determinata a creare recessione in queste economie - gli organismi internazionali non soltanto non intervengono - quando si avvertono le prime minacce di panico, e quindi di crisi - a sostenere le banche locali, ma sono, invece, molto tempestivi - una volta che la crisi è scoppiata con i suoi effetti devastanti - a riaprire le linee di credito a questi paesi, non al fine di sostenere politiche di rilancio dell'economia, ma unicamente con lo specifico intento di vedere rimborsate le grandi banche transnazionali eventualmente coinvolte nella crisi stessa.
Ogni volta che vengono mosse delle critiche al loro operato o viene invocata la necessità di interventi regolamentatori sui mercati dei capitali e dei cambi, gli organismi sovranazionali fanno appello a un concetto di libertà che non ha equivalente in nessun altro comparto dell'agire umano: i capitali non hanno alcun limite nel loro operato, neppure quello imposto ad ogni essere umano che può esercitare il suo diritto di libertà compatibilmente a quello degli altri individui, così come aveva lucidamente ribadito il grande economista Vilfredo Pareto; in secondo luogo, a fronte dell'incondizionata libertà invocata per i capitali troviamo, invece, rigidissimi vincoli alla mobilità del lavoro, quasi che i guai creati da massicce emigrazioni fossero più gravi di quelli generati da improvvisi spostamenti di abbondantissimi capitali che innescano crisi e recessione in varie parti del mondo.


Abbiamo descritto una realtà che non lascia molto spazio alla speranza.
Tuttavia, contro questo modello dettato esclusivamente dagli interessi delle grandi multinazionali e da una logica del profitto si sta coalizzando una opposizione che raccoglie tutti coloro che si ergono a paladini dei valori e dei diritti dell'uomo contro quelli del capitale. La forza di questa opposizione ha già conseguito un prestigioso successo nel 1998, portando a respingere l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti, che pretendeva di indirizzare, senza il previo accordo dei governi nazionali, i capitali dove più appetibili erano le occasioni di profitto.
Grazie all'opposizione radicale della Francia, anche altri governi si sono adeguati e il progetto non è passato.
Auguriamoci che l'opposizione, in nome dei valori più nobili dell'uomo possa avere il sopravvento.
C'è da sperare che non vengano esclusivamente privilegiati gli interessi di coloro che non si preoccupano se i loro comportamenti portano ad avvelenare i consumatori o a distruggere l'equilibrio ambientale del pianeta o a creare disoccupazione, in nome della poco nobile arte della valorizzazione e dell'accumulazione del capitale.
Esistono diritti umani che non possono essere violati, come quelli della nutrizione, della tutela dell'ambiente e del diritto ad un lavoro dignitoso. Sono questi i valori ai quali si devono subordinare le logiche degli scambi internazionali e del profitto. Altrimenti, come profetizzava il premio Nobel Jan Timbergen, rischiamo - se non risolviamo insieme questi problemi - di capitolare tutti quanti, poveri e ricchi del mondo.

Roberto Panizza

Nota sull'autore
Roberto Panizza, torinese, dopo aver insegnato in diverse università italiane e americane (New York University, Harvard), è attualmente professore ordinario di Economia Internazionale presso l'Università di Torino, nonché consulente per le commissioni Finanza e Attività Produttive del Parlamento. Fra le numerosissime pubblicazioni va segnalato almeno il recente Euro 2002, verso la moneta unica, Torino, 1998.

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