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Etica economia & povertà

Si è tenuto a Brasilia il Forum della Banca Mondiale sullo sviluppo, con diversi interventi sul tema "attacco alla povertà". Titolo suggestivo. Di una ambiguità che fa riflettere. Non sullo sforzo teorico e propositivo dei relatori e organizzatori dell'evento, ma sulla realtà messa a fuoco e sulle contraddizioni degli agenti che si dichiarano impegnati a cambiarla. Da un lato abbiamo le conseguenze sociali negative della combinazione "globalizzazione - aggiustamento economico" degli ultimi dieci anni, al punto che le istituzioni che dominano questo processo, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, cominciano a dare l'allarme per la situazione di rischio planetario associata all'aumento della povertà. Operatori dei meccanismi e dei procedimenti che si sono rivelati dei veri e propri attacchi ai poveri piuttosto che alla povertà, hanno inziato ora a pretendere di coordinare e promuovere gli sforzi per correggere o minimizzare questo effetto, con discorsi che, come instancabilmente spiega la stampa, assomigliano a quelli che tempo fa si ascoltavano solo da "gente di sinistra".
Certo, tutto quello che si può fare a beneficio dei poveri è benvenuto, ma è necessario porre in discussione la profondità e la portata delle azioni meramente compensatorie perché si annida, in esse, un substrato preoccupante: la tacita accettazione che la povertà sia un evento "normale" nella società competitiva, sempre che sia mantenuto sotto controllo, per motivi di sicurezza spesso mescolati ad un sentimento umanitario.
La tendenza alla cristallizzazione di questa logica è chiara nel mondo attuale, nel momento in cui la velocità e l'ampiezza della circolazione delle informazioni sono servite fino ad ora (anche) per permettere la visualizzazione della povertà come un fenomeno planetario scandaloso generatore di due mondi. Il mondo degli inclusi nel benessere della globalizzzione e quello degli esclusi, che compongono permanentemente la categoria di "problema sociale", ossia una specie di sub-umanità.
Quando si discute la povertà, si deve quindi far riferimento a questa terribile e inaccettabile razionalità, che rivela la spaventosa fossa tra etica ed economia. È come se le ragioni economiche dovessero orientare i nostri valori e il nostro senso di umanità, e non il contrario. Mi avvalgo del pensiero del filosofo Hans Kung per rendere evidente perché abbiamo una apparente consenso all'attacco (nel senso positivo) alla povertà ma risultati così poco convincenti.
Per cercare una ragione etica nell'economia, avremmo due percorsi. Uno, correttivo, con l'enfasi sulle politiche compensatorie, in fondo cercherebbe di non interferire nella logica essenziale della "macchina che produce la povertà", che è parte integrante del sistema ed è fondamentale per il suo funzionamento.
L'altro, che vorrei chiamare qui "integrativo", sebbene non disprezzi azioni di emergenza, dovrebbe necessariamente affrontare il problema, che a molti sembra ingenuo, della necessità di dare all'economia una visione di equità sociale.
Allora, dunque, siamo radicalmente "ingenui". Perché non si può essere diversi? Così come certe domande dei bambini lasciano i genitori senza parole e impotenti, questa domanda dà fastidio perché ha una risposta alla quale non si può sfuggire e che è quasi scioccante nella sua ovvietà: può e deve essere differente.
Circa questa ovvietà, basti vedere il livello di aberrazioni che l'economia, come valore in sé, ha portato all'umanità. Le stesse relazioni della Banca Mondiale rivelano dati che non resistono alla minima analisi etica. Quasi la metà degli abitanti della Terra vive con meno di due dollari al giorno e un quinto con meno di un dollaro.
Nel frattempo i tre maggiori multimiliardari del mondo hanno nell'insieme attivi maggiori del Prodotto Interno Lordo dei paesi meno sviluppati e dei loro seicento milioni di abitanti. Inoltre dobbiamo tener presente, a proposito di questa considerazione, come dice Cristovam Buarque, che la povertà non è semplicemente guadagnare poco. Povertà è non avere accesso all'educazione elementare, non avere garanzia di alimentarsi a sufficienza, non avere cure mediche, non avere abitazioni degne, non essere protetti nei confronti della giustizia.

Piú che esempi globali, tuttavia, uno sguardo sul nostro Paese (il Brasile, NdR) mostra quanto la mancanza di un vaglio etico rigoroso conduca a decisioni che acuiscono la situazione di povertà, il cui superamento dovrebbe essere questione di onore nazionale, priorità assoluta per i governi e motivo per rivendicazioni indignate e permanenti da parte della società. Voglio citare qui il caso della tanto propagandata rete di protezione sociale che avrebbe dovuto essere impiantata con risorse della Banca Mondiale, alla fine deviate verso il pagamento del monumentale debito accumulato dal Paese in concomitanza con il programma di aggiustamento economico. La Banca non ha reagito a questo deviazione e certamente la spiegazione è da far risalire al fatto che tanto per lei quanto per il Governo brasiliano, lasciando da parte ogni retorica, l'aggiustamento è intoccabile, mentre le politiche per la lotta alla povertà non lo sono. A queste viene applicato il limite di "ciò che è possibile".
Il risultato palbabile di questa e di altre "strategie" economicistiche è che, nel 1999, più di tre milioni di brasiliani sono entrati a far parte del conto dei poveri; hanno iniziato, cioè, a non avere reddito sufficiente per mangiare, vestire e prendersi cura della propria salute ed educazione.
Non c'è nessun motivo perché globalizzazione significhi necessariamente una separazione di mondi di tal genere, incompatibilità con una economia orientata da valori umani.
L'approccio etico, e non meramente strumentale, dell'economia è oggi la nostra grande sfida. Forse è il segreto per disfare il nodo che strangola gli sforzi per combattere le situazioni di povertà nel mondo, specialmente in Brasile, dal momento che metterà in evidenza la brutale, disumana incoerenza tra intenzioni e azioni di coloro che, dall'alto del loro potere, come in un estemporneo circo romano, determinano "per motivi economici", chi deve sopravvivere e chi deve morire.

Marina Silva
Traduzione dal portoghese di Melania Ceccarelli

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Nota sull'autrice
Marina Silva, 37, anni è nata in un seringal a vari chilometri dalla capitale dell'Acre, Rio Branco. Iniziò a leggere, scrivere e fare di conto per aiutare il padre, seringueiro analfabeta, a gestire la sua produzione di caucciú. A 17 anni si trasferì in città e iniziò a frequentare la Scuola Elementare in un istituto religioso. In seguito si è laureata in storia. Militante del PT (Partito dei Lavoratori), guidato da Lula, fin da giovane ha fatto parte delle comunità di base e di molti movimenti sociali legati alla Chiesa cattolica di Rio Branco. È attualmente al suo secondo mandato come senatrice del PT per lo Stato dell'Acre.

Le cifre delle poverta'

Secondo i dati della Banca Mondiale, oggi 1,2 miliardi di persone, cioè 1/5 della popolazione mondiale, vive con meno di 1 dollaro al giorno, cioè al di sotto della soglia di povertà assoluta.
La tendenza alla miseria è al peggioramento se, sempre secondo la Banca Mondiale, i poveri assoluti rischiano di essere, nel 2015, 1,9 miliardi.
Secondo le ricerche dell'Ufficio per lo Sviluppo Umano delle Nazioni Unite (UNCTAD), sul totale del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale, l'86% è appannaggio del 20% delle popolazione mondiale, il 13% è distribuito tra un 60% e l'1% tocca al restante 20%.
Nel pensiero della Banca Mondiale, per il futuro, il problema di ricchezza e povertà andrà affrontato non solo sulla base di parametri economici e finanziari, ma attraverso un approccio più olistico, un approccio più umano che tenda sempre più a coinvolgere governi, privati e società civile in uno sviluppo dalle basi più ampie.
E, se lo dicono loro…

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