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Con l'acqua alla gola

Acqua: il problema del futuro, secondo le agenzie internazionali, che prevedono che, tra pochi decenni, la sua mancanza costituirà la causa prevalente di mortalità, specie nei paesi del Sud del mondo.
Ma anche un problema del presente e del passato, se guardiamo alle tensioni che questa risorsa provoca oggi in molte aree del pianeta ed ai modi in cui è ed è stata gestita dall'umanità. Dall'umanità o da parti di essa, visto che si cerca sempre di più di ridurla a ricchezza per pochi potenti (e per poche multinazionali), a discapito di tanta popolazione globale.
Dare il proprio contributo alla presa di consapevolezza sulle enormi implicazioni dell'utilizzo dell'acqua è lo scopo di questo dossier, che si sforza di evidenziare il peso che questo liquido più importante del petrolio ha negli attuali equilibri mondiali.
Il dossier si apre con una descrizione del rapporto culturale che il mondo nutre verso l'acqua, attraverso una parabola che, nei secoli, l'ha portata ad essere da bene sociale a bene di mercato (pagg. 34-35). Segue una panoramica su alcuni conflitti internazionali che la sua gestione antidemocratica provoca (pagg. 36-38), per stringere su un business dell'acqua che riguarda da vicino il nostro paese, quello mafioso (pagg. 39-40). Si passa poi ad esaminare gli usi e gli abusi che della risorsa idrica vengono fatti nel mondo, con le conseguenze del caso (pagg. 41-42). Infine, un invito alla mobilitazione per sottrarre agli affaristi la gestione del bene umano più importante viene dalla presentazione della campagna italiana ed internazionale per l'acqua, corredata di cifre e notizie (pagg. 43-45).
Se vogliamo che il mondo non arrivi ad essere un posto in cui anche bere è un privilegio da benestanti anziché un diritto universale, è giunto il momento di dire no! ad uno stato di cose che, nei paesi assetati come in quelli che affogano, sta per ridurre tutta l'umanità con l'acqua alla gola.

Quanto vale l'acqua?
Da bene sociale a pedina del mercato neoliberista

L'acqua si trasforma facilmente, si adatta alle condizioni più disparate ed è presente nelle cellule di ogni essere vivente, ma non si produce, o, meglio, non è così facile poterlo fare. […]
Può sembrare strano, ma una delle difficoltà maggiori del rapporto della nostra società con l'acqua è di matrice culturale. Predomina, infatti, una visione "produttiva" dell'acqua, accompagnata negli ultimi decenni da un timido riavvicinamento all'idea biologica e da una maggiore coscienza ambientale. Concretamente, da un rapporto ingegneristico con l'acqua, funzionale al dominio tecnico delle grandi opere idrauliche ed alle tecnologie necessarie al grado di sviluppo della società contemporanea, si è passati ad una concezione economicistica della gestione della risorsa per evidenziarne la scarsità ed il necessario controllo per la continuazione del medesimo modello di sviluppo.
Se guardiamo al passato in pochissime società l'acqua era di tutti: generalizzando un'affermazione riguardante il Maghreb, si può riassumere che "l'acqua racconta la società, ma è anche l'amica del potente". Allo stesso tempo, l'acqua era oggetto di un'attenzione collettiva e di sistemi di ripartizione sociale tra i più raffinati. In breve l'acqua era sì dominio delle autorità, ma anche diritto collettivo e misura della giustizia sociale, era cioè una questione sociale, prima ancora di divenire un bene pubblico.

Oggi il nostro rapporto con l'acqua è evidentemente cambiato: ciascuno di noi è utente di un servizio primario d'acqua, individuale, simboleggiato dal rubinetto in casa e dalla libertà (ovviamente monetizzata) di servirsene; è un grande consumatore di beni alimentari ad alto contenuto d'acqua (la maggioranza in Italia compra acqua da bere in bottiglia), così come un inquinatore quotidiano (150 litri in media per un bagno, 90 litri per una lavatrice, 30 per una lavastoviglie); probabilmente ne può apprezzare il valore ludico (fontane, piscine) e forse anche quello paesaggistico (il mare delle vacanze, il lago).
Questa pluralità separata di attitudini e di sentimenti rispetto alla stessa risorsa evidenzia la separazione culturale che si è attuata tra l'acqua e la società, o per meglio dire, gli individui.
L'acqua non è più elemento di controllo o di ripartizione sociale, non è più solo risorsa della collettività, perde il suo valore "sociale" esteso per assumerne molteplici altri: ambientale, come bene di consumo, simbolici ed economici. Questa semplice constatazione non vale per tutte le società, ma esclusivamente per quella che si definisce "occidentale", il cui modello di sviluppo e il cui rapporto utilitaristico e produttivo con l'acqua si è imposto come esempio e meta. […] Eppure tra i più grandi consumatori d'acqua del mondo non vi sono certo le nazioni "sprecone e sottosviluppate" del Sud, ma gli USA con 1.870 m3 per abitante all'anno (più di 5.000 litri al giorno) seguiti da Canada (1.602 m3) Cile, Romania, Bulgaria, Argentina, Iran e Italia (986 m3); tutti i paesi occidentali, siano essi dotati di ampie risorse idriche nazionali o meno occupano le posizioni immediatamente seguenti. Agli ultimi gradini della classifica troviamo invece Ruanda, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Malesia, Burundi, Congo e Burkina Faso, con un consumo medio per abitante all'anno attorno ai 20 m3 (55 litri al giorno in media) ed ancora Guinea Equatoriale, Guinea Bissau, ed Haiti vicino ai 10 m3 per abitante all'anno. […]
Dal fallimento del "decennio dell'acqua potabile" che doveva assicurare entro i primi anni Ottanta l'accesso all'acqua per tutti, l'atteggiamento internazionale è cambiato. Il risultato è sicuramente una maggiore attenzione alle risorse idriche per quanto riguarda la conservazione e la loro mappatura, al ruolo centrale della donna ed ai possibili conflitti regionali per l'appropriazione delle risorse. […]

Ma un risultato per così dire "maggiore" e determinante si sta progressivamente affermando: l'acqua come bene economico […]. L'idea stessa di economico significa scarso, ovvero da gestite secondo le migliori possibilità di utilizzo; la questione è che dietro il termine bene economico si nasconde l'unico significato possibile per i signori del nostro tempo, ossia quello di merce.
L'assioma centrale di questo principio è che l'acqua è rara e sprecata perché il suo prezzo non riflette il valore. Bisogna quindi liberarsi di quella politica dell'offerta che tendeva a privilegiare la fornitura del servizio per tutti attraverso gli investimenti pubblici e rivolgersi ad una politica della domanda, cioè del controllo sul consumo, della regolamentazione delle tariffe generalizzate. […]
In questa teoria, oramai comunemente accettata da governi, studiosi, organizzazioni internazionali è racchiusa la sintesi ideologica del neoliberismo.
Da un punto di vista teorico si confondono volutamente valore e prezzo, ragionando sull'allocazione della risorsa acqua come se si trattasse di un bene do consumo qualunque in condizione di perfetta concorrenzialità. Invece l'acqua è un monopolio naturale che contraddice e sfugge alle regole di mercato per variabilità, molteplicità di ruoli, dipendenza dall'alea climatica, predominio di effetti di esternalità (come la degradazione, l'inquinamento) e per la sua dimensione culturale e sociale.
Da un punto di vista pratico, invece, si impone ai popoli bisognosi di infrastrutture e di servizi idrici il pagamento degli errori compiuti dalle cooperazioni internazionali e si ipoteca la loro possibilità di sopravvivenza futura. Poco importa se in tutto il mondo occidentale Stati Uniti compresi, le infrastrutture quali le reti urbane fognarie e gli impianti di trattamento delle acque siano stati realizzati grazie ad investimenti pubblici: per i paesi in via di sviluppo non vi sono più risorse disponibili, se non quelle derivate dagli accordi privati di project financing e dai soliti crediti internazionali, che saranno finanziati e ripagati dai prelievi sugli utenti. […]
Se il neoliberismo è quel sistema di dominio politico che attraverso la supremazia dei valori economico-speculativi impone un ulteriore stadio di sfruttamento capitalistico all'umanità, l'attacco portato ai popoli attraverso la gestione della risorsa acqua potrebbe essere determinante. […]
Probabilmente il tema acqua è troppo vasto per essere conosciuto e nello stesso tempo è talmente semplice per noi "aprire un rubinetto" che risulta difficile prendere coscienza della realtà sottostante. Come uscire dall'immagine pietistica del Terzo Mondo sofferente ed assetato, mettendola in relazione con le politiche di privatizzazione europee, le grandi opere di infrastrutture gestite da privati, il neoliberismo che distrugge i tessuti sociali e la nostra società dei consumi da rivedere? Bisogna iniziare subito, perché l'acqua è più vitale del petrolio e rischia di essere più esplosiva dell'energia nucleare. Senz'acqua non resta che polvere.

Claudio Jampaglia
tratto da Guerre & Pace, n. 48/49, 1998, pp. 19-22

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L'amica dei potenti
Risorse idriche e conflitti internazionali

Parlare di problemi legati all'acqua in virtù della sua possibilità di esaurimento dopo questi mesi di piogge torrenziali ed allagamenti può sembrare paradossale. In realtà paradossale è che l'uso sempre in aumento dell'acqua, sia per uso domestico, sia per uso agricolo, a livello globale non sia stato accompagnato in questi anni da una crescita di consapevolezza circa le conseguenze politiche ed economiche provocate dal suo abuso, o meglio, dal suo errato impiego.
Problemi legati all'approvvigionamento di acqua per il momento riguardano solamente alcune regioni del pianeta tra cui il Nord Africa, il Medio Oriente e la Cina: nei principali centri urbani del Sud del mondo la scarsità d'acqua significa problemi di salubrità, mentre a livello più generale impedisce o rallenta lo sviluppo agricolo e industriale.

Secondo i dati riportati nella "Guida del Mondo 1999/2000" il 47% delle terre popolate del pianeta si trova in bacini di fiumi internazionali. Si può stimare che quasi il 40% della popolazione mondiale viva intorno a questi bacini, dipendendo da una cooperazione che dovrebbe assicurare il rifornimento condiviso di questa risorsa, fino ad oggi quasi inesistente.1 In particolare gli Stati il cui rifornimento di acqua è condizionato dalla gestione dei loro vicini, perché dipendente da sorgenti situate al di fuori delle frontiere, sono in una posizione svantaggiata per negoziare gli accordi.
Le difficoltà di accesso all'acqua, ora come in passato, hanno fatto sì che questa potesse diventare un'arma di guerra: quanto maggiore è la scarsità di acqua in una regione o in un paese, tanto maggiore importanza assumono i sistemi idrici come obbiettivi militari o strumento di controllo del potere.
È questo il caso di tre grandi assi fluviali tra l'Africa settentrionale e l'area medio-orientale che costituiscono zone di tensione permanente. Si tratta del bacino del Nilo, le cui acque sono contese da Egitto, Etiopia e Sudan; delle acque di Tigri ed Eufrate che bagnano Iraq, Siria e Turchia; del fiume Giordano e dei suoi affluenti che sono causa di continui dissensi tra Libano, Siria, Palestina, Israele e Giordania.
L'85% del fiume Nilo è costituito dalle acque raccolte in Etiopia, e scorre come Nilo azzurro nel Sudan, prima di entrare in Egitto. La parte rimanente deriva dal bacino idrico del Nilo bianco, che ha le sue sorgenti presso il lago Vittoria in Tanzania. L'Egitto si viene a trovare, di fatto, in una posizione svantaggiata.

La tensione riguardo all'approvvigionamento di acqua è strettamente connessa alla rapida crescita demografica che ha caratterizzato questo paese negli ultimi anni. L'offerta di acqua non riesce a soddisfare i crescenti bisogni della popolazione e le provviste del prezioso liquido disponibili pro-capite continuano a diminuire. Un problema particolare di questo corso d'acqua è costituito dalla imprevedibilità della portata del fiume che alterna inondazioni a lunghi periodi di secca. Tuttavia questa è l'unica area in cui almeno due dei tre paesi coinvolti nell'utilizzazione delle riserve idriche del fiume hanno concluso un accordo bilaterale sulle risorse condivise (novembre 1959).2
La situazione è più a rischio nel bacino mesopotamico, arricchito storicamente dai due bacini del Tigri e dell'Eufrate. Le sorgenti di questi due fiumi si trovano entrambe in Turchia, che sino a questo momento è l'unico paese della regione a non presentare una situazione critica riguardo al rifornimento idrico. Ma questi elementi, sommati a fattori di politica internazionale, rischiano di fare accendere una pericolosa miccia.
Infatti esiste un grande progetto idrico dello stato turco che riguarda l'Anatolia sud-orientale - unica zona a soffrire di carenza stagionale di acqua - che potrebbe far esplodere un conflitto in quest'area. Il progetto, che prevede la costruzione di 21 bacini e 19 centrali idroelettriche, comporterebbe un controllo più massiccio delle risorse idriche da parte delle autorità turche e una dipendenza sempre maggiore da queste della Siria e dell'Iraq, che attingono il 90% delle acque ad uso industriale e agricolo da questi due fiumi.

Ovviamente il tutto è complicato dal fatto che il progetto viene elaborato da un paese filo-occidentale e filo-statunitense a danno di paesi arabi, che non possono vedere di buon occhio tutta l'operazione. Con la realizzazione del grande bacino Ataturk Siria ed Iraq si verrebbero a trovare in una posizione di ricattabilità da parte della Turchia e non a caso tutti i paesi arabi considerano la sua costruzione come un vero e proprio atto di ostilità.
La situazione è ancora più degradata nelle zone che attingono acqua dal sistema del fiume Giordano e del Litani. Gran parte delle provviste di acqua dolce di Israele hanno origine in corsi d'acqua sotterranei condivisi, come quello costiero a Gaza e come quello della Cisgiordania occidentale, e con la loro progressiva salinizzazione lo stato israeliano ha dovuto sviluppare un sistema di riutilizzo delle acque residue, che è uno dei più grandi nel mondo.
Anche la popolazione araba della Cisgiordania dipende quasi esclusivamente dalle acque sotterranee, ma Israele ha imposto un sistema di controllo riguardo allo sfruttamento di questi corsi d'acqua che definisce una situazione di assoluta ineguaglianza rispetto all'accesso alle loro risorse. Secondo fonti palestinesi, infatti, questo popolo consuma solo un quinto della sua acqua. Mentre gli Israeliani possono andare a cercare le loro acque fino a 800 metri di profondità, i Palestinesi possono perforare solo fino a 20 metri, ottenendo un gettito più basso e una concentrazione maggiore di sali che non aiuta lo sviluppo delle terre destinate all'agricoltura.
Anche il sistema delle tariffe per il consumo di acqua, gestito fino dal 1982 da una compagnia israeliana (Mekorot), finisce per penalizzare i Palestinesi: secondo le fonti israeliane gli arabi pagherebbero l'acqua un prezzo doppio rispetto agli abitanti di Israele, mentre secondo le fonti palestinesi si arriverebbe addirittura a prezzi moltiplicati per cinque.
Nella fascia costiera di Gaza la situazione è oltremodo drammatica per i Palestinesi. Le quote loro riservate per lo sfruttamento delle acque sotterranee è rimasto ai livelli stabiliti nel 1967, in seguito all'occupazione israeliana. Quello che colpisce di più è la sproporzione tra le tariffe pagate dai coloni israeliani e quelle dei palestinesi, che pagano la stessa acqua circa venti volte di più. Il consumo pro-capite di acqua in Israele è da 3 a 15 volte più alto del consumo palestinese.3
Tra le lotte per l'accaparramento e la gestione delle risorse economiche nell'area medio orientale, dunque, se ne è da tempo aggiunta un'altra, forse a noi occidentali meno nota, perché apparentemente ci riguarda meno da vicino.
Ma è certo che una cattiva politica di gestione dei bacini idrici condivisi non ha contribuito a costruire un clima di uguaglianza e di pace tra questi popoli.
L'acqua, come ci insegna la storia, continua ad essere un'arma nelle mani dei potenti.

Monica Baldassarri

1 Guida del Mondo 1999/2000, p. 24, con dati tratti dal Centro di Studi per la Pace, Madrid, Spagna.
2 S. Postel, Le guerre dell'acqua, in World Watch, 8 (1993), agosto, pp. 16-24.
3 Sulla sete di acqua di Israele e la sua volontà di appropriazione di questa risorsa si veda anche Ronald Bleier, Will Nile water Go to Israel ? North Sinai Pipelines and the Politics of Scarcity, Middle East Policy, settembre 1997; trad. It. in Guerra & Pace, nn. 47/48, 1998, pp. 24-26.

Eau de Mafia
Monopolio, violenza e spreco di un business criminale

"È noto come questa della usurpazione delle acque destinate all'irrigazione dei giardini rappresenti una delle fonti d'illecito guadagno della criminosa Associazione"1

"Con grave onere della collettività nazionale, si è provveduto a creare risorse idriche che […] significano concreta ricchezza della zona e la possibilità di una sua completa rigenerazione; ebbene quest'acqua - il fattore principe dell'attività agricola nel Mezzogiorno - è da un lustro sprecata e va a scaricarsi nel mare senza aver fecondato i 4/5 della superficie irrigabile".2

Due citazioni distinte, di epoche diverse. La prima tratta da uno dei 31 rapporti stesi dal questore di Palermo Sangiorgi per descrivere le cosche mafiose che alla fine dell'800 si dividevano il controllo delle varie contrade del palermitano e dei centri limitrofi. La seconda presa invece da uno dei migliori libri/denuncia di Danilo Dolci.
Elemento comune il problema acqua, che attraversa buona parte della storia della Sicilia contemporanea e va di pari passo con il problema mafia, come due facce di una stessa medaglia.
Questo perché alla mafia l'acqua è sempre piaciuta. Nata dopo l'Unità come insieme di associazioni criminali fortemente radicate sul territorio, e dedite all'arricchimento illecito dei propri adepti mediante l'utilizzo della violenza, la mafia, sia nel secolo scorso che in decenni a noi più vicini, non poteva non interessarsi dell'acqua, uccidendo, corrompendo i pubblici poteri, andando persino incontro a lotte intestine pur di ottenere il controllo di una delle risorse più importanti per la Sicilia.

Infatti, in virtù di un particolare regime idrografico (che accomuna l'isola a tutta la dorsale appenninica), l'acqua, in Sicilia (in modo particolare nell'area centro-occidentale, guarda caso quella a più alta densità mafiosa), è sempre stato un bene scarso e prezioso a causa delle lunghe siccità. Fino al secondo dopoguerra non si è assistito ad un piano di intervento statale volto a modificare l'assetto idrografico, sì che troppo a lungo si è perpetuato un ecosistema delicato e instabile, lasciato in balìa degli interventi individuali, volti magari a creare una derivazione da un canale, a rafforzare un argine, a modificare l'alveo di un corso d'acqua.3 È scontato che in siffatta situazione si creassero tensioni e scontri per aver qualche litro in più di acqua per irrigare i giardini di agrumi o altre colture ricche, favorite dal clima. Una "lotta per l'acqua"4 che ha visto come al solito prevalere non i più bisognosi o i più onesti, ma i più forti e violenti, cioè i mafiosi.
Una lotta piena di sangue, con risvolti drammatici per l'economia dell'isola ma anche per il quotidiano vivere dei siciliani. Le storie più significative riguardano in prevalenza l'agro palermitano, centri come Monreale, Misilmeri, Bagheria, famosi per i loro giardini di agrumi ma anche per la comparsa delle prime cosche mafiose.5Negli anni Settanta dell'800 Giuseppe Alongi, funzionario di polizia e acerrimo nemico della mafia, scriverà al riguardo:

"La ricchezza e la varietà delle colture dà un gran valore alle acque irrigue, i cui proprietari sono costretti a far amministrare e custodire dai membri dell'Associazione. Questi guardiani d'acqua impongono, o meglio chiedono, una regalìa ai vari inquilini, se no danno mezz'ora meno di irrigazione e li fanno oggetto di vessazioni di ogni specie. Si noti che un'ora d'acqua vale 100 e perfino 200 lire, per cui se l'inquilino rifiuta la regalìa, perde la piantagione ed il guardiano vende ad un altro l'acqua rubata al primo. E se questi si lagna o ricorre alla giustizia? Muore".

Le cosche sono in lotta le une con le altre per controllare le sorgenti, uccidono coloro che vogliono lavorare come fontanieri senza far parte delle criminose associazioni (con la tendenza tipica delle associazioni mafiose al controllo monopolistico di un intero settore economico), coloro che si oppongono alle speculazioni fondiarie per entrare in possesso delle sorgenti, coloro che denunziano.
È una storia che attraversa due secoli. Nel settembre 1920 viene ucciso a colpi di lupara in casa sua, nella zona di Monreale, il sacerdote Gaetano Millunzi, membro del Consorzio Acque Irrigue: il movente è il controllo di una fonte d'acqua sita in un fondo amministrato dalla chiesa locale, e venduto dal Collegio Ecclesiastico ad un grosso proprietario, in odore di mafia, ad un prezzo ben al di sotto di quello di mercato. Millunzi, venuto a sapere di pressioni mafiose sul Collegio, è pronto a denunziare, forse si rivolge ad una cosca rivale. Di certo, alla fine gli interessi mafiosi non possono più tollerare le sue ingerenze e lui viene ucciso.
La situazione non muta in età repubblicana, come ci dicono le parole di Danilo Dolci prese a prestito all'inizio, perché le acque per irrigazione rappresentano ancora a lungo un profitto notevole. Il controllo mafioso delle acque continua, rendendo vane le iniziative connesse alla attuazione della riforma agraria e alla realizzazione delle prime grandi opere pubbliche volte a creare dei bacini d'acqua per irrigare le campagne dell'isola. I mafiosi controllano spesso i consorzi irrigui, in combutta con politici e amministratori degli enti regionali, comprando l'acqua e rivendendola ad un prezzo più elevato, o manomettendo i sistemi di irrigazione per non minare l'egemonia dei proprietari di sorgenti loro alleati. Sintomatico l'esempio della diga sul Carbi, terminata nel 1954 dopo una spesa di 7 mld. (ben oltre i 100 in valore attuale), capace di creare un bacino idrico contenente 35 milioni di m3 di acqua per irrigare 45.00 ettari di terreno; un progetto in grado di modificare l'assetto produttivo e del reddito di un'ampia zona della Sicilia, e che a 6 anni dalla conclusione irrigava appena il 20% delle zone circostanti. Perché?
Semplice. I responsabili dei consorzi irrigui avevano fatto i propri interessi, e i contadini erano costretti a scavarsi da soli i canali secondari per portare l'acqua ai propri campi. Spesso non potevano nemmeno farlo, per non rischiare la vita, dovendo scavare attraverso terre controllate dalla mafia.6 E tutto, come detto, con la complicità dei politici, locali e non, ben poco infastiditi dalle denunzie dei militanti del Pci o del Psi o di personalità come Dolci.7
Insomma, sembra facile ricavare l'impressione che l'interesse mafioso per le risorse idriche sia stato per la Sicilia un dramma, sociale ed economico, individuale e collettivo.

Gianluca Fulvetti
Dottorando in Storia Contemporanea
Università degli Studi di Pisa

1 Rapporto del questore di Palermo E. Sangiorgi, Palermo, 1898.
2 D. Dolci, Spreco. Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale, Torino, Einaudi, 1960, p. 409.
3 P. Bevilacqua, Le risoluzioni dell'acqua, in P. Bevilacqua (a cura di), Storia dell'agricoltura italiana in età contemporanea, vol. I, Spazi e paesaggi, Venezia, Marsilio, 1989.
4 La formidabile combinazione tra acqua e clima ha consentito la creazione di floride colture (agrumi, mandorli, etc.), e proprio su queste la mafia ha sempre messo gli occhi e le mani. Cfr. S. Lupo, Il giardino degli aranci. Il mondo degli agrumi nella storia del Mezzogiorno, Venezia, Marsilio, 1990.
5 A Misilmeri non casualmente i mafiosi sono noti con il nome di Fontanieri.
6 Per giunta, nell'inverno le piogge intense spesso portavano alla rovina dei raccolti, mancando in moltissime zone un sistema adeguato di collettori e bacini per l'acqua piovana in grado di evitare allagamenti e danni alle colture e consentire magari un recupero/riciclaggio idrico per i mesi estivi.
7 Famose le vicende della diga sullo Jato, il cui progetto, approvato e finanziato, rimase latente per pressioni esercitate dalla mafia tramite alcuni politici della Dc sulla Cassa del Mezzogiorno. Gli atti della prima Commissione Parlamentare Antimafia contengono a questo riguardo dati, informazioni e relazioni sconcertanti.

Usi e abusi dell'acqua
le conseguenze di una cattiva gestione

L'utilizzo dell'acqua attualmente varia a seconda della sua accessibilità, della sua quantità, della sua qualità e della situazione socio-economica delle regioni interessate.
Globalmente il consumo mondiale dell'acqua è circa decuplicato nell'arco di un secolo. […] Tre sono le forme di utilizzo delle risorse idriche che costituiscono le principali forme di consumo dell'acqua da parte dell'uomo:
- il consumo dell'acqua in agricoltura
- quello nelle attività industriali
- l'utilizzazione dell'acqua per usi domestici.
Queste tre forme di uso hanno alla base diversi problemi.
Infatti, oltre alla dimensione quantitativa del problema (scarsità) si evidenzia una dimensione specificamente qualitativa riferita alle risorse idriche (inquinamento).
I problemi determinati dipendono sia dalle tecnologie adottate nel processo di utilizzazione della risorsa in questione, sia dalla natura del processo stesso (come questo viene gestito e tipo di beneficio che ne si vuole trarre).
[…] L'agricoltura di irrigazione ha un peso maggiore nel consumo mondiale delle risorse idriche (70%) e costituisce nei paesi del Sud del mondo la quasi totalità del consumo idrico complessivo (91%).
Il consumo idrico nell'industria e per usi domestici assume rilievo unicamente nei paesi industrializzati, data la diversità della struttura settoriale in questi paesi rispetto a quelli del Sud (47% di acqua consumata per attività industriali contro il 5% di quella impiegata per gli stessi scopi nei paesi a basso reddito).
I bisogni netti dell'agricoltura sono particolarmente importanti in rapporto ad altre forme di utilizzazione: 15.000 m3 d'acqua bastano normalmente ad irrigare una risiera, ma quaesta stessa quantità può anche rispondere alle necessità di 100 nomadi e di 450 capi di bestiame nell'arco di tre anni o di 100 famiglie rurali nell'arco di 4 anni; o ancora di 100 famiglie urbane nell'arco di due anni, o di 100 clienti di un hotel di lusso per 55 giorni. […]
I problemi interessano in particolare modo l'agricoltura irrigua. […] Dal punto di vista tecnologico, l'irrigazione serve a stabilizzare la produttività delle colture per ettaro, riducendo lo stress che queste subiscono nei periodi di carenza idrica (aree tropicali, semiaride e aride).
La diffusione dell'irrigazione in molte zone del pianeta è stata accompagnata dallo sviluppo di tecnologie agricole, che si basano sull'uso di pesticidi e di fertilizzanti chimici. L'unione di queste tecnologie ha incrementato ulteriormente la produttività agricola in termini di prodotto per ettaro. […]
I mezzi artificiali per controllare l'afflusso idrico vanno da quelli più sofisticati, ad alta densità di capitale, a quelli più rudimentali ed economici. Le tecniche di irrigazione più sofisticate si basano sulla costruzione di vaste dighe per raccogliere l'acqua, sistemi di pompaggio, complesse opere di canalizzazione per portare l'acqua ai campi ed elaborati sistemi meccanici per la distribuzione dell'acqua sulle colture. D'altra parte anche uno schema semplice può fornire un supplemento idrico in appezzamenti agricoli molto ridotti: è il caso di raccoglitori per l'acqua piovana o di pozzi scavati con mezzi rudimentali. […]

I principali problemi causati dalle tecnologie di irrigazione per quanto riguarda la scarsità delle risorse idriche e di inquinamento delle stesse sono la salinizzazione del suolo, cioè il progressivo aumento di sali che nel tempo distrugge le potenzialità produttive dei terreni, e i problemi relativi allo spreco della risorsa a fronte del suo enorme prelievo per uso agricolo, che incide negativamente su fiumi, falde sotterranee e laghi. […]
È il caso di soffermarsi brevemente sulla salinizzazione che costituisce una delle forme più apprezzabili e frequenti di inquinamento dell'acqua dolce, in particolare nelle zone aride, semiaride o costiere del pianeta. La sua causa principale è un cattivo drenaggio dei terreni, unito ad una forte evaporazione delle aree irrigate. Una volta che si crea un leggero eccesso di acqua nell'area suddetta e che i terreni non sono in grado di assorbirla in modo naturale si assiste alla salinizzazione del suolo. L'acqua in eccesso, infatti, cede al suolo il suo contenuto minerale, che inizialmente era in essa disciolto. La salinizzazione del suolo non comporta solo danni per le colture irrigate, ma finisce per comportare anche dei problemi per le utilizzazioni ulteriori dell'acqua a fini domestici.
Inoltre anche l'innaturale prelievo dell'acqua dalle falde freatiche (prelievi a profondità di centinaia di metri) può creare dissesti nella struttura idrogeologica del sottosuolo, in conseguenza di un modificato rapporto tra le acque sotterranee e le formazioni geologiche; si assiste in tal modo a fenomeni di salinizzazione dell'acqua già prima che questa venga prelevata per usi agricoli.

Su 270 milioni di ettari di superficie irrigata totale si stima che 20/30 milioni di ettari siano gravemente colpiti da questo fenomeno e da 60 a 80 milioni di ettari ne soffrano seppure in misura minore.
L'eccessiva salinizzazione del suolo e delle acque, unita alle sostanze chimiche in agricoltura, fanno sì che l'acqua che ritorna all'interno del ciclo idrogeologico risulti di qualità scadente, con conseguenze negative non solo sulle stesse coltivazioni, ma anche sulla salute dell'uomo. […]
A questo fenomeno si accompagna anche un sempre maggiore sovrasfruttamento idrico: è ormai evidente, infatti, che i prelievi per usi irrigui superano in molte zone le capacità di ricostituzione delle riserve sotterranee e quelle di apporto dei corsi sotterranei e delle piogge. Pertanto ogni variazione climatica si riflette sulle disponibilità reali e aggrava periodicamente le possibilità di prelievo. […] Nel Sahel - a causa dell'effetto combinato di una prolungata siccità e del diminuito afflusso dei fiumi (Logone e Chari) le cui acque sono state massicciamente impiegate per irrigare i campi - il lago Chad si è ridotto di tre quarti nei soli ultimi 30 anni.
Il sovrasfruttamento non riguarda solo laghi e fiumi: anche il sovrasfruttamento dele falde freatiche (acque sotterranee) ha assunto in alcuni casi dimensioni preoccupanti, tanto che si moltiplicano denunce di casi in cui queste risorse risultano compromesse.1

Tratto dalla scheda curata da Susanne Giovannini nel numero dedicato all'acqua,
pubblicato nell'ambito della campagna Globalizza/azione dei Popoli
(Segreteria c/o Progetto Continenti, via Baldelli, 41 Roma)

1 A tale proposito vedi la scheda su acqua e conflitti politici, in particolare per quanto riguarda l'area della Cisgiordania e della striscia di Gaza. Interessanti dati sui sistemi di irrigazione e sulla loro riprogettazione al fine di evitare sprechi e salinizzazione si possono trovare nel contributo di Sandra Postel nell'edizione italiana dello State of the World 2000 del Worldwatch Institute, edita a cura di Gianfranco Bologna con il titolo di "Stato del pianeta e sostenibilità. Rapporto annuale", Milano 2000.

Non lasciamo privatizzare la vita!
il perché di una campagna per l'acqua

Nonostante ci troviamo oggi nell'era della globalizzazione e della modernizzazione, la percezione prevalente nella maggior parte degli operatori impegnati nel mondo della solidarietà è che l'accesso ai fondamentali diritti della persona, sanciti e proclamati dalle dichiarazioni delle Nazioni Unite, siano sempre meno garantiti dai Governi e dalle istituzioni e sempre più affidati al libero mercato.
Ebbene, anche il diritto di accesso ad una risorsa come l'acqua è un diritto fondamentale della persona, e la fotografia di come questo diritto si presenta oggi è preoccupante a tal punto da aver spinto alla nascita di una campagna con l'obiettivo di affermare il principio che l'Acqua è un bene fondamentale, patrimonio di tutta l'umanità.
Nel mondo, ancora oggi, all'inizio del XXI secolo, più di 1,4 miliardi di persone, sui 6 che popolano il pianeta Terra, non ha accesso all'acqua potabile. Senza una inversione di tendenza, c'è il rischio che le persone che resteranno senza acqua potabile diventino, entro soli 20 anni, più di 3 miliardi. Lo scenario per il futuro, quindi, non solo prevede un aumento dei poveri, ma anche che l'accesso all'acqua potabile, indispensabile per ognuno, possa essere garantito sempre meno.
Peraltro, l'acqua non è soltanto un diritto non rispettato. L'acqua, oggi, è anche un bene comune dilapidato.
Le risorse idriche mondiali di acqua dolce sono dappertutto in uno stato disastroso, ma la consapevolezza di questa situazione resta di basso livello. Le risorse di "acqua dolce" nel mondo continuano a ridursi, mentre aumenta il numero delle falde inquinate o contaminate. Parallelamente, l'uso delle acque a livello agricolo ed industriale, in funzione del diffondersi delle produzioni ad uso intensivo di irrigazione, aumenta nei paesi del Nord, alla stessa stregua dei consumi familiari di tipo non alimentare.
La conseguenza di tutto ciò è che l'acqua diventa una risorsa sempre più costosa per il cittadino e per il consumatore del Nord del mondo, mentre, contemporaneamente, è destinata ad essere, nel futuro, una risorsa sempre più difficilmente accessibile, come detto, per i miliardi di persone che vivono nei paesi poveri.
Da bene naturale accessibile a tutti, l'acqua si sta da tempo, e col tempo, trasformando in una merce, cioè in un prodotto la cui gestione "deve" essere affidata al mercato e di cui lo Stato non deve più farsi carico, sia a livello strategico che di regolamentazione.

Infatti, una Commissione mondiale di esperti presieduta dal vicepresidente della Banca Mondiale si è fatta carico dell'obiettivo formulato dalle Nazioni Unite di assicurare entro l'anno 2025 l'accesso all'acqua a tutti gli abitanti della Terra, ed ha lanciato un Piano che è stato raccolto dal mondo delle imprese private, ed in particolare da quello delle multinazionali. Da questi presupposti hanno preso il via i processi di privatizzazione della gestione e della distribuzione dell'acqua. Passi in questa direzione sono stati fatti, durante il governo della Tatcher, in Gran Bretagna, quindi in Francia e in Canada. Ora, la scusa della diminuzione della disponibilità finanziaria pubblica porta a parlare di privatizzazione anche in Germania, Italia, Paesi Bassi ed Irlanda. Per quel che riguarda i paesi del Sud del mondo, poi, si è avuto un vertiginoso aumento di città che sono ricorse alla privatizzazione delle risorse idriche sia in America Latina, che in Asia, che in Africa. La scusa è, anche qui, quella della scarsità di risorse finanziarie.


L'acqua si avvia così a trasformarsi da bene comune in bene economico, da diritto in bisogno, capace, come tale, di attrarre capitali ed investimenti, disponibili a garantirne l'accesso e la distribuzione dietro lauti compensi. È il principio sotteso all'ALENA, l'accordo per il libero scambio del Nord America, secondo il quale l'acqua è un prodotto da mercato e quindi soggetto al libero scambio.
Sull'affare si stanno buttando colossi come Coca Cola e Pepsi Cola, che vanno ad affiancarsi a tradizionali giganti del settore come Danone e Nestlé, che acquistano sorgenti in ogni parte del mondo.

Ma, di fronte a tutto ciò, l'acqua non può ridursi a costituire solo un problema di risorse finanziarie disponibili, di mezzi tecnologici, di gestione mercantile sulla base di un prezzo giusto. La gestione del bene acqua deve anzi diventare una questione di vita sociale e di ingegneria politica che si ispiri a principi di cooperazione, di solidarietà e di democrazia partecipativa.
Il Manifesto per un Contratto Mondiale dell'Acqua, lanciato da Riccardo Petrella nel 1998 e promosso da un Comitato internazionale presieduto da Mario Soares, si propone allora di riaffermare il principio che l'Acqua è un bene comune e, come tale, un diritto e non solo un "bisogno".

Il Manifesto dell'Acqua si fonda su quattro idee-chiave che possono essere cosi riassunte:
o L'acqua che è presente sopra la terra e sotto la terra, costituisce un bene naturale comune e va pertanto gestito e protetto come un bene patrimoniale dell'umanità e di tutti gli esseri viventi.
o L'accesso all'acqua, in particolare quella potabile, è un diritto umano e sociale imprescindibile che deve essere garantito a tutti gli esseri umani. L'acqua non è statalizzabile o trasformabile in un bisogno la cui gestione possa essere affidata al libero mercato.
o La copertura finanziaria dei costi necessari a garantire un effettivo accesso all'acqua (in quantità e qualità sufficienti alla vita) per tutti gli esseri umani deve essere preso in carico dalla collettività secondo le regole che la stessa comunità intende darsi, auspicabilmente attraverso la fiscalità ed altre fonti di reddito pubblico.
o La gestione della proprietà e dei servizi d'acqua è una questione di democrazia. L'acqua è bene che deve costituire un "affare" di tutti i cittadini e non solo delle imprese o società che assicurano la distribuzione o dei consumatori.

Sensibilizzare l'opinione pubblica affinchè la difesa di questi principi si affermi con un impegno di responsabilità a livello dei singoli cittadini ma anche delle istituzioni è la ragione d'essere del Comitato Italiano per il Contratto mondiale dell'Acqua. L'obiettivo è quello di iscrivere i principi e le proposte della Campagna nelle risoluzioni e nei testi finali di RIO+10 per poi mobilitare i cittadini sulle misure concrete da prendere ai vari livelli.
A sostegno di questi obiettivi si sono infatti costituiti nel corso di questi ultimi anni i Comitati Nazionali di Appoggio al Contratto Mondiale sull'Acqua, che puntano a sensibilizzare l'opinione pubblica e a raccogliere adesioni a sostegno degli obiettivi della Campagna.
La campagna internazionale a sostegno del Manifesto, che può contare oggi sul supporto di una serie crescente di Comitati Nazionali (sono già operativi Comitati in Italia, Belgio, Francia, Canada e lo saranno prossimamente in Stati Uniti, Brasile, Germania e India), sulla base dei principi da affermare identificati come priorità, si propone di:
o promuovere intorno all'uso, alla gestione ed alla regolamentazione dell'accesso all'acqua una maggiore sensibilità da parte dei singoli cittadini;
o mettere la questione di una politica dell'acqua fra le priorità dei parlamenti dei singoli Paesi che dovranno affrontare il tema delle nuove leggi di regolamentazione dell'acqua ed assumere decisioni in merito alle modalità con cui garantire la gestione delle fonti idriche, la distribuzione, i prezzi e uno standard di qualità uguale per tutti i cittadini;
o inserire il problema relativo all'acqua nell'agenda, e quindi fra le priorità, della Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite Rio+10 su "Sviluppo ed Ambiente", che avrà luogo a Bonn nell'ottobre del 2002.
Questo appuntamento rappresenterà uno dei momenti centrali e determinanti sul piano del programma politico internazionale sull'acqua e l'obiettivo della Campagna è quello di mobilitare i cittadini dei vari paesi su misure concrete di assunzione di responsabilità per l'effettiva realizzazione dei principi e degli obiettivi che saranno definiti a Rio+10.
In questo piano strategico si inserisce l'operatività del Comitato Italiano di Sostegno del Contratto Mondiale per l'Acqua. Nato nel luglio di quest'anno, il Comitato Italiano si è formalmente costituito in una Associazione-Onlus, sulla base delle adesioni che il Manifesto ha incontrato sia a livello individuale che da parte di associazioni ed ONG.
Presieduto dallo stesso prof. Riccardo Petrella, il Comitato Italiano può contare sulla collaborazione di un comitato scientifico composto da una ventina di persone fra tecnici, esperti, docenti universitari e sul sostegno di oltre 400 adesioni ai contenuti ed alle proposte del Manifesto stesso.
Il Comitato italiano è attualmente impegnato nella redazione di una versione italiana del Contratto Mondiale dell'Acqua.
Il manifesto italiano, analogamente ai Manifesti che saranno redatti in altri stati, si propone di fotografare la situazione dell'Acqua sul proprio territorio nazionale sia sul piano della risorse idriche disponibili che della valutazione degli indirizzi di gestione e distribuzione del bene acqua a livello di istituzioni nazionali e di Enti Locali.
Intorno a questo documento, il Comitato italiano intende avviare un processo di partecipazione e di coinvolgimento della opinione pubblica attraverso dibattiti e manifestazioni aperti nelle principali città italiane in preparazione di una giornata mondiale dell'Acqua.
A queste azioni di mobilitazione e di responsabilizzazione, contribuirà anche un Forum-Group che sarà operativo dal mese di dicembre sul sito
www.contratto.acqua.it.
L'auspicio è che, grazie ai contributi, alla sensibilità e alla consapevolezza che la Campagna sarà capace di stimolare, l'acqua possa tornare ad essere un bene comune, cioè non solo rispettato e protetto, ma soprattutto garantito attraverso una serie di criteri di tassazione che consentano di assicurare una gestione democratica e l'accessibilità di un quantitativo minino del bene-acqua per tutti i cittadini del mondo.

Rosario Lembo
Segretario Nazionale
Comitato Italiano Contratto Mondiale per l'Acqua

Per informazioni:
Segreteria Comitato Italiano
Contratto Mondiale per l'Acqua
c/o CIPSI - via Rembrandt, 9 - 20147 Milano tel. 02/48703730; fax 02/4079213;
e-mail: cipsi@tin.it
web.tin.it/cipsi/acqua

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