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La sporca guerra

Come si costruisce il nuovo ordine mondiale?
Ci sono molti modi.
Da quelli più "puliti", lasciando che sia l'economia - opportunamente liberata dalle scelte politiche dei vari governi dei grandi - a scrivere la storia a sua immagine e somiglianza, in un processo spacciato per indolore e naturale [a proposito, che dire dell'infelice uscita del Segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che ha affermato, senza tristezze o ironie, che cercare di opporsi alla globalizzazione è come tentare di sfuggire alla legge di gravità?] i cui effetti sono sotto gli occhi di quasi tutti.
Poi ci sono i modi più evidentemente sporchi.
Su tutti, la guerra, rifiutata più o meno apertamente da tutte le civiltà occidentali, ma tornata incredibilmente di moda (anche se ora si chiama ingerenza umanitaria), alla faccia di chi prometteva e sperava che la fine della guerra fredda portasse con sé la fine della guerra tout court.
C'è infine un modo particolarmente efficace e subdolo… L'embargo.
Efficace perché, a costo quasi zero (per chi lo impone), riesce a mettere in ginocchio le economie di intere nazioni.
Subdolo perché pur non avendo l'impatto emotivo di una guerra (che alla fin fine risulta scomoda anche per chi la fa e la vince e non solo per chi la subisce), ne presenta tutte le caratteristiche (compreso il condizionamento mediatico delle coscienze al fine di demonizzare il nemico e quindi far accettare questa "guerra") ed alla fine non ne è meno crudele ed iniquo.
Sono parecchi i paesi colpiti da embarghi economici…
Forse è solo un caso, ma il loro numero è aumentato proprio dopo il crollo del blocco socialista…
Forse è solo un caso, ma in buona parte sono gli stessi paesi (Jugoslavia, Cuba, Vietnam, tra gli altri) che pur non avendo una politica economica liberista e comunque una economia florida (o quantomeno un reddito procapite alto), presentavano fino all'inizio dell'embargo, per esempio, tassi di mortalità infantile più bassi degli altri paesi con un reddito procapite simile.
In questo dossier, dopo una analisi sull'utilizzo dell'embargo come strumento di oppressione e controllo delle nazioni (pagg. 20-22), parleremo del più "storico" degli embarghi, quello contro Cuba (pagg. 23-24) e di quello che - avendo avuto origine poco dopo la fine della guerra fredda - meglio descrive il senso dell'embargo nel quadro del nuovo ordine mondiale: l'embargo contro l'Iraq (pagg. 25-27).
Nello stile del nostro impegno, questo dossier si chiude con una modesta proposta dell'associazione "Un ponte per..." (pagg. 27-29) per contribuire a denunciare ed interrompere questa sporca guerra.

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Sanzione e i filistei

Per sanzioni economiche si intendono limitazioni totali o parziali alle transazioni commerciali e finanziarie con un determinato paese. Si definiscono internazionali le sanzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e unilaterali quelle decise da uno Stato o un gruppo di Stati.
Recentemente si è iniziato a presentare le sanzioni economiche e finanziarie, vera e propria forma moderna dell'assedio medioevale, come uno strumento alternativo alla guerra. Tuttavia gli effetti sulla popolazione civile sono molto spesso più devastanti dei conflitti che in genere le precedono: basti pensare al caso dell'Iraq in cui i morti dopo la guerra sono stati un milione e mezzo.
Questa nobilitazione degli embarghi, nella quale hanno al solito avuto un ruolo fondamentale mass-media sempre meno indipendenti, ha consentito di presentare all'opinione pubblica questi micidiali strumenti di morte quasi come un'alternativa indolore alla guerra, in grado di esercitare al contempo una forte pressione contro i detentori del potere negli stati che si vogliono colpire.
In realtà gli effetti reali delle sanzioni sono opposti a quelli propagandati:

- Vanno a colpire duramente solo la popolazione civile ed in particolare le fasce più deboli, spesso già ridotte in condizioni al limite della sopravvivenza dalla distruzione sistematica di infrastrutture civili da parte della guerra (durante la guerra del Kosovo ospedali, scuole, ponti, acquedotti sono stati rasi al suolo o resi inservibili).
- Non indeboliscono affatto i detentori del potere, né favoriscono la formazione di una opposizione interna. Le élite al potere possono infatti sfruttare la situazione di accerchiamento per fomentare il nazionalismo e presentarsi come unici legittimi difensori dell'integrità e dell'orgoglio nazionale. Per di più possono sfruttare la situazione di isolamento internazionale per ridurre al silenzio qualsiasi voce critica interna.

Le sanzioni internazionali trovano la loro legittimità, ed anche parte dei loro limiti, nell'art. 41 della Carta delle Nazioni Unite che le contempla sotto il Capitolo VII (mantenimento della sicurezza internazionale) come misura coercitiva per ottenere da uno Stato il rispetto di una risoluzione del consiglio di sicurezza presa nell'ambito dei poteri per il mantenimento della sicurezza internazionale.
Il fatto che la Carta contempli questi atti nell'ambito del capitolo VII implica, innanzitutto, che essi siano riservati al solo Consiglio di Sicurezza e che quindi siano preclusi a qualsiasi altro organismo, in particolare agli Stati e ai gruppi di Stati. In secondo luogo ne consegue che ogni sanzione economica, che non sia finalizzata al mantenimento della pace, non è legale.
Ulteriori limitazioni all'uso delle sanzioni economiche vengono da un complesso di convenzioni e dichiarazioni internazionali: la Dichiarazione Universale sui Diritti dell'Uomo, la Convenzione Internazionale sui Diritti dei Bambini, la Convenzione sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione sui Diritti Economici, Sociali e Culturali.
Inoltre il protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili in caso di conflitto vieta esplicitamente all'art. 24 l'affamamento della popolazione e l'attacco intenzionale alla popolazione.
Nonostante le reali conseguenze determinate dagli embarghi sulla popolazione civile, dal dopoguerra ad oggi le Nazioni Unite hanno imposto sanzioni economiche in 13 casi. Ben 11 di queste sono state decise dopo il 1989, contro le 2 imposte in più di 40 anni. Nel contempo gli Stati Uniti hanno deciso sanzioni unilaterali nei confronti di 40 paesi. Nel 1995 erano in vigore sanzioni contro 27 stati
È proprio a partire dal 1989, con il crollo dell'Unione Sovietica e la conseguente fine della cosidetta guerra fredda, che le sanzioni economiche, da strumento eccezionale di intervento, si sono trasformate in strumento ordinario di politica internazionale utilizzato in numerosi e differenti casi.
Durante il periodo della Guerra Fredda, l'utilizzo indiscriminato e strumentale delle sanzioni economiche per fini di geopolitica internazionale era impedito dalla divisione del mondo in due blocchi e dai veti incrociati nel consiglio di sicurezza dell'Onu di cui facevano parte esponenti dei due schieramenti.
Dopo il 1989, con la fine del mondo bipolare, gli Stati Uniti, unica superpotenza rimasta, hanno potuto di fatto utilizzare il Consiglio di Sicurezza dell'Onu per imporre sanzioni economiche internazionali a tutti quei paesi che, in quel momento, erano in contrasto con gli interessi strategici degli Stati Uniti e dei suoi alleati.

In questo uso palesemente politico e strumentale delle sanzioni, gli USA sono stati appoggiati non solo dalla Gran Bretagna, fedele alleato, ma hanno ricevuto anche il sostegno degli altri paesi europei appartenenti alla NATO, Italia compresa. Si pensi, ad esempio, all'ampio schieramento di forze che ha portato avanti i conflitti contro l'Iraq (prima fedele alleato dell'occidente contro l'Iran) e poi contro la Jugoslavia.
Le stesse nazioni che hanno partecipato a queste devastanti "guerre umanitarie", hanno poi imposto sanzioni economiche dagli effetti ancora peggiori per la popolazione civile.

Naturalmente tutte le sanzioni economiche e finanziarie imposte dalla cosiddetta "comunità internazionale" sono state presentate all'opinione pubblica come uno strumento alternativo alla guerra, per far rispettare il diritto internazionale e salvaguardare i diritti umani.
Queste motivazioni, ampiamente sostenute e propagandate dai governi occidentali e dalla quasi totalità dei mass-media, sono però in palese contrasto con il fatto che, nell'imporre le sanzioni economiche, sono stati sempre utilizzati due pesi e due misure nel valutare la violazione del diritto internazionale e dei diritti umani.
Due casi esemplari sono rappresentati dalla Turchia e da Israele, alleati strategici dell'Occidente nell'area mediorientale.
La Turchia, candidata ad entrare nella Comunità Europea, sta attuando una feroce repressione contro milioni di curdi che vivono in Turchia. Contro di essi sta portando avanti una guerra che ha causato più di 30.000 morti, una guerra decennale dove sono stati rasi al suolo migliaia di villaggi.
Nonostante questo non le è mai stato imposto nemmeno un embargo sull'acquisto delle armi.
Per quanto riguarda poi Israele la sua occupazione dei territori palestinesi, in palese violazione del diritto internazionale, non è mai stata sanzionata né da un punto di vista politico-diplomatico, né da quello economico, con limitazioni al commercio.

a cura di Piernicola Oliva
Si ringrazia il Circolo Agorà per il materiale fornitoci.

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Embargo:
il termine deriva dallo spagnolo e significa "sequestro".
Infatti, in origine, si trattava del sequestro di una nave in periodo bellico.
Attualmente, è il divieto di commerciare (rispetto a taluno o ad ogni tipo di merce) imposto da uno stato nei riguardi di un altro, in conseguenza della guerra o di un'accentuata tensione internazionale.

Cuba Libre

L'embargo unilaterale economico, commerciale e finanziario adottato dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba è in vigore dal 1960, con l'obiettivo dichiarato di influire sulla politica interna dei quello Stato.
Nel 1959 Cuba adotta una riforma agraria, che prevede l'espropriazione di proprietà statunitensi. Gli USA annunciano ritorsioni economiche in quanto non giudicano "pronto, adeguato ed effettivo" il risarcimento previsto.
Nel '60 il Congresso degli Stati Uniti vota una legge che autorizza il Presidente a ridurre o sopprimere la quota di zucchero che gli USA importano da Cuba, provvedimento che ridurrà praticamente a zero le importazioni di zucchero.
Le misure si aggraveranno progressivamente negli anni successivi: embargo totale sulle esportazioni ed importazioni, rottura delle relazioni diplomatiche, limitazione del turismo, limitazione a commerci con paersi terzi.
Le motivazioni dell'embargo vanno ben oltre la mera questione economica e sono squisitamente politiche: gli usa fanno esplicitamente riferimento a Cuba come ad un regime di ideologia marxista-leninista, e alla necessità di riportare sull'isola la democrazia ed il libero mercato.
Nel 1992 l'embargo viene ulteriormente aggravato dal "Cuban Democracy Act".
Sono vietate tutte le transazioni commerciali con l'isola, i trasferimenti di denaro o altre proprietà, fornire o ricevere servizi, stipulare contratti con Cuba e con i suoi cittadini; è inoltre vietato agli aerei statunitensi atterrare a Cuba e a qualsiasi aereo (anche non statunitense) decollare dagli Usa con direzione Cuba; è vietato alle navi l'ingresso nei porti statunitensi di navi che abbiano toccato Cuba nei sei mesi precedenti.
Esistono, inoltre, un'ampia serie di misure volte ad esercitare forti pressioni su Stati terzi, fino ad arrivare alle sanzioni, per isolare Cuba.
Gli obiettivi dell'inasprimento dell'embargo sono spiegate dallo stesso Cuban Democracy Act: elezioni "libere ed oneste", rispetto delle libertà civili e religiose e dei diritti umani, "instaurazione di un sistema economico a libero mercato"(!).
Il fine dichiarato di quarant'anni di embargo è il crollo di un'ideologia e di un sistema economico fondati su valori differenti da quelli capitalistici, a cui è stato deliberatamente impedito un libero sviluppo al di fuori da una condizione di emergenza.
Nel 1995 la legge Helms-Burton aggrava ulteriormente il complesso di sanzioni e lancia una vera e propria azione di propaganda politica su Cuba, contemplando l'incremento di trasmissioni televisive dirette verso l'isola.
Un embargo illegale
Il problema della liceità o meno, sulla base del diritto internazionale in vigore, delle misure di embargo economico applicate dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba, va anzitutto esaminato alla luce del divieto posto dalla Carta delle Nazioni del ricorso alla forza nelle relazioni internazionali.
L'articolo 2 par. 4 della Carta pone agli Stati membri, che agiscano a titolo individuale, un generale divieto di adottare qualsiasi misura che comporti uso della forza (o minaccia) contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato, o in qualsiasi altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.
Dottrina e prassi concordano sul fatto che nel divieto senza eccezioni rientri non solo il ricorso alla forza (e la minaccia del ricorso) a tutela di propri interessi non giuridicamente protetti, ma anche l'utilizzazione della forza a titolo sanzionatorio come reazione a un precedente illecito.
La sola eccezione contemplata è la reazione a titolo di legittima difesa da un attacco armato.

È innanzitutto da chiarire se per uso della forza si intenda uso della forza armata oppure, in un senso ampio, qualsiasi tipo di coercizione che sia equiparabile per gli effetti a quella armata e sia quindi diretta contro l'integrità territoriale, l'indipendenza politica di uno Stato oppure sia incompatibile con i princìpi della Carta. Ma anche gli Usa hanno altrove accettato questa seconda accezione.
Altro punto chiave è stabilire se le misure economiche adottate dagli Stati Uniti contro Cuba rivestano una gravità tale da mettere in pericolo l'indipendenza politica di questo Stato e da costituire quindi una violazione del divieto dell'uso della forza nelle relazioni internazionali.
Questo è, a mio avviso, evidente: il peso dell'embargo può essere facilmente compreso, considerando che ad imporlo è la più grande superpotenza modiale; circa gli obiettivi, essi sono dichiaratamente di in-fluenza politica su Cuba.

Così si giunge ad un altro punto chiave: principio del non intervento negli affari di competenza di un altro Stato, in più sedi ribadito nell'ambito dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Questo prinicipio è violato dagli intenti stessi dell'embargo, che mira ad istaurare nell'isola un regime politico ed economico gradito agli Usa.
Ancora, risulta piuttosto difficile giustificare questo genere di misure all'interno delle regole generali che regolano il libero scambio delle merci.
Gli accordi commerciali nell'ambito del WTO, di cui gli statunitensi sono i paladini (quando fa loro comodo), vietano discriminazioni doganali tra prodotti similari di differente provenienza e le limitazioni alle importazioni ed alle esportazioni. Queste regole possono essere non rispettate da uno Stato soltanto in risposta ad un illecito di un altro Paese. Ma Cuba ha compiuto un illecito nei confronti degli Stati Uniti?
L'unico argomento che potrebbe dare adito ad un'interpretazione di questo tipo è l'esproprio delle proprietà americane nel '59 (anche se comunque non giustificherebbe la portata delle contromisure).
Tuttavia gli USA non hanno mai fatto di questo un punto centrale della rivendicazione delle sanzioni, anzi hanno più volte sottolineato come le cause del blocco siano altre, e di natura politica: l'anticapitalismo, il comunismo, il rifiuto dell'economia di mercato.
Al di là quindi della condanna etica di uno strumento coercitivo, volto ad impedire l'autonomo sviluppo politico ed economico di uno Stato, l'embargo a Cuba risulta in aperta violazione delle norme internazionali; soltanto lo strapotere degli Stati Uniti e la debolezza (o la connivenza) delle istituzioni internazionali consentono il perdurare da ormai 40 anni dell'assedio che vorrebbe soffocare una delle ultime voci fuori dal coro del libero mercato.

Piernicola Oliva

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Banalità del male

In Iraq si continua a morire per le conseguenze della guerra del Golfo. La colpa è di una pericolosissima arma non convenzionale, molto più potente delle fantomatiche armi irachene: l'embargo internazionale.
Le sanzioni economiche vengono imposte all'Iraq dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu dopo l'invasione del Kuwait (agosto 1990). Il mese successivo vengono imposti l'embargo aereo ed il blocco navale.
Alla fine della guerra, le sanzioni vengono confermate e la loro levata viene subordinata all'accertamento dell'avvenuto disarmo non convenzionale dell'Iraq, da effettuare sotto la supervisione di una speciale commissione, l'Unscom.
Dopo dieci anni queste sanzioni sono ancora in vigore: sebbene l'Iraq non abbia più neanche gli occhi per piangere (il suo PIL è passato dai 60 miliardi di dollari di prima della guerra ai 5.7 miliardi nel '99) si teme ancora che posa nascondere potentissime armi di distruzione di massa.
Chi paga il prezzo più alto di questa situazione è, come al solito, la popolazione civile che ha vissuto e vive tuttora gli effetti disastrosi dell'embargo sulla propria pelle.
Già nel '92 il numero di morti in Iraq dopo la fine della guerra era trenta volte superiore al numero di vittime del conflitto, a causa del peggioramento delle condizioni sanitarie e del malnutrimento. Da allora la situazione si è aggravata, raggiungendo proporzioni drammatiche.
La mortalità infantile in Iraq è raddoppiata negli ultimi dieci anni. Il tasso attuale di mortalità per i bambini al di sotto dei cinque anni attribuibile alle sanzioni è tra 3.000 e 7.000 al mese; questo vuol dire 40/80.000 bambini con meno di cinque anni che muoiono ogni anno.
Per quanto riguarda la mortalità degli adulti, si parla di 50.000 morti l'anno.
Ogni giorno circa 250 iracheni muoiono a causa delle sanzioni.
Una delle principali conseguenze dell'embargo sulla popolazione civile è la malnutrizione: essa è raddoppiata dal '91 al '96 ed è divenuto un problema di massa. Un bambino su 4 è malnutrito in Iraq.

Le carenze alimentari stanno provocando danni irreparabili ad una intera generazione di bambini iracheni.
Anche il sistema sanitario in Iraq è completamente collassato. Gli ospedali ed I centri sanitari mancano di riparazioni ed attrezzature. L'acqua e l'energia elettrica mancano. Malattie infettive che erano sotto controllo, come la malaria ed il colera, sono tornate in forma epidemica.
I medicinali e le forniture mediche, previsti dall'accordo Oil-forFood, spesso non sono mai arrivati; le poche forniture esistenti vengono diffuse con difficoltà per la mancanza di comunicazionie trasporti.
Ancora, prima del conflitto circa il 90% della popolazione irachena aveva accesso al'acqua potabile; questa percentuale è oggi ridotta al 41%, con ovvie conseguenze sulla salute pubblica.
I livelli di vita sono precipitati al punto che metà della forza lavoro è disoccupata. Il lavoro informale - anche infantile - si è sostituito all'economia formale.

"
È di gran lunga
più facile e divertente andare a prendere
a calci nel sedere
le popolazioni
del Medio oriente
che fare sacrifici
per limitare
la dipendenza
dell'America
dal petrolio importato… "

James Schlesinger,
ex-segretario all'energia
durante la presidenza Carter

I salari dei dipendenti pubblici sono ora pari a pochi dollari al mese. Le diseguaglianze sociali sono aumentate a dismisura.
La maggior parte delle famiglie destinano il 70-80% del proprio reddito all'acquisto di alimenti, poiché le razioni alimentari fornite dallo stato a prezzo basso - con i limitati introiti della vendita di petrolio nel quadro dell'accordo "Oil for Food" - non sono sufficienti. Più di due milioni di iracheni hanno cercato salvezza economica all'estero.
In un quadro economico di questa portata, non si riesce a capire come l'Iraq potrebbe ancora possedere armi di distruzione di massa, riuscendole, tra l'altro, a nascondere perfettamente ai satelliti spia e agli ispettori internazionali.
Anche l'intento di favorire la caduta dei vertici di Baghdad è smentito dai fatti: Saddam Hussein è sempre saldamente al potere e con facile gioco trasforma in propaganda la ferocia delle sanzioni.
Ma allora perchè le sanzioni all'Iraq?
L'embargo appare sempre più in maniera evidente come una punizione esemplare contro chi è andato contro gli interessi economici e politici occidentali (e statunitensi in particolare) e che suona come un triste monito per tutti gli altri.

Piernicola Oliva

"
Saddam spera
che le condizioni
di sofferenza
del suo popolo peggiorino,
in modo che le pressioni
per una sospensione
delle sanzioni aumentino
e le entrate,
di cui necessita
per ricostruire
le sue armi
di distruzione di massa,
possano ricominciare
ad affluire… "

M. Albright,
Segretario di Stato USA

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HANNO DETTO SULLE SANZIONI

"Le sanzioni - come è generalmente riconosciuto - sono uno strumento spuntato. Esse sollevano l'interrogativo etico se la sofferenza inflitta a gruppi vulnerabili nel paese colpito sia un mezzo legittimo per esercitare pressione su leader politici il cui comportamento difficilmente viene influenzato dalla sofferenza dei loro cittadini."
Boutrous Boutrous Ghali, ex Segretario Generale dell'Onu

"C'è un crimine contro l'umanità nell'ultima decade di questo millennio che supera tutti gli altri per dimensioni e crudeltà … le sanzioni imposte dagli Usa contro i venti milioni di iracheni."
Ramsey Clark, ex Ministro della Giustizia Usa

"Stiamo distruggendo una intera società. È terrificante nella sua semplicità. È illegale e immorale."
Denis J. Halliday, ex Coordinatore Umanitario dell'Onu in Iraq

"È giunto il momento di chiedere alle persone di coscienza di agire. Abbiamo oltrepassato il punto in cui il silenzio è consenso passivo. Quando un crimine assume queste proporzioni il silenzio diventa complicità:"
Noam Chomsky, Edward Herman, Edward Said, Howard Zinn

"Un intero popolo è vittima di un isolamento, che lo pone in condizioni di sopravvivenza aleatoria. Mi riferisco ai vostri fratelli dell'Iraq, sottoposti ad un embargo spietato. Ascoltando gli appelli che giungono incessantemente alla Santa Sede, ho il dovere di interpellare la coscienza di coloro che in Iraq e altrove antepongono considerazioni di carattere politico, economico e strategico prima del bene fondamentale delle popolazioni e chiedo loro di dare prova di compassione."
Giovanni Paolo II

"Il fatto è che le sanzioni imposte dall'Onu colpiscono in modo sproporzionato la popolazione civile. L'obiettivo di colpire i responsabili si è trasformato in colpire la popolazione. E questo per la tradizione umanitaria legata agli eventi bellici è inaccettabile."
mons. Diarmuid Martin, Pontificio Consiglio "Iustitia et Pax"

a cura di Ornella Sangiovanni e Marinella Correggia

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Associazione "Un Ponte per…" chi siamo, cosa facciamo

"Un Ponte per…" è una associazione di volontariato nata nel 1991 (con il nome di "Un ponte per Baghdad"), subito dopo la fine dei bombardamenti sull'Iraq.
Lo scopo iniziale dell'associazione è stato quello di promuovere iniziative di aiuto umanitario in favore della popolazione irachena, colpita dalla guerra e in opposizione al persistere dell'embargo a cui il paese è sottoposto.
In Iraq l'associazione ha promosso diversi progetti di aiuto nel campo sanitario, della depurazione delle acque e nel campo educativo, in collaborazione con la Mezza Luna Rossa Irachena (IRCS) ed alcune agenzie dell'Onu. Ha inoltre promosso iniziative di scambi culturali e scientifici.
Più in generale lo scopo sociale della associazione è il contrasto della dominazione dei paesi del nord sul sud del mondo e la prevenzione di nuovi conflitti, in particolare in Medio Oriente, attraverso campagne di sensibilizzazione, incremento degli scambi culturali, delle relazioni di amicizia e della cooperazione allo sviluppo.
Con questi presupposti "Un Ponte per…" ha allargato la propria attività verso il Medio Oriente, a partire dai campi profughi palestinesi in Libano, e il Kurdistan turco.
Con il drammatico evolversi della situazione nei Balcani, l'Associazione ha lanciato un altro "ponte" promuovendo - tramite la campagna "Un ponte per… Belgrado" - progetti per l'invio di medicinali e presidi sanitari agli ospedali della Federazione Jugoslava e per aiuti ai profughi dal Kosovo.
L'associazione ha circa 500 aderenti e comitati locali in diverse città italiane. La attività si basa principalmente sul lavoro volontario dei soci ed è finanziata quasi esclusivamente con campagne pubbliche.><#>o OIL FOR FOOD - il programma dell'ONU che permette una vendita controllata di petrolio per acquistare generi di prima necessità - per ammissione delle stesse agenzie dell'ONU non ha avuto efficacia: per l'embargo continuano a morire 5.000 bambini il mese.
o NUMEROSI PAESI, tra cui Francia, Russia, Cina, India, Venezuela, Malesia, Indonesia, Lega araba e molti altri si sono pronunciati per la revoca delle sanzioni, ma gli USA e la Gran Bretagna, forti del diritto di veto, impediscono da tempo che ciò avvenga.
o IN ITALIA decine di sindaci, centinaia di associazioni e 30.000 cittadini hanno chiesto che il nostro paese non sia più complice di questo genocidio.
o LA STESSA CAMERA DEI DEPUTATI, il 21 giugno, ha approvato una risoluzione che impegnava il Governo a dissociarsi ufficialmente, riaprire l'ambasciata a Baghdad, sbloccare i fondi iracheni congelati in Italia, a organizzare un ponte aereo umanitario.
o MA NULLA di tutto questo è stato fatto.


o ROMPERE L'EMBARGO, con azioni concrete, è la forma di pressione che si sta diffondendo in tutto il mondo per ottenere la fine delle sanzioni ed è in questo quadro che si inserisce l'importazione di datteri iracheni da parte di "Un ponte per.."
o PRIMA DELLA GUERRA DEL GOLFO l'Iraq, con oltre 30 milioni di palme coltivate, era il primo produttore mondiale di datteri, che occupavano il secondo posto, dopo il petrolio, delle sue esportazioni. L'embargo ha gravemente colpito la coltivazione di datteri e i contadini, sia per la chiusura dei mercati esteri, sia per la grave mancanza di input agricoli.
o I DATTERI SONO STATI ACQUISTATI direttamente dai contadini della zona di Abu Al Ghasib, un villaggio a 20 km da Bassora sulla riva est dello Shatt Al Arab nel sud dell'Iraq e sono stati pagati circa il 10% in più del prezzo di mercato.
o SONO STATI TRATTATI con un processo di vaporizzazione e sterilizzazione e inscatolati in Iraq. Prima dell'importazione un campione è stato analizzato da un laboratorio italiano per accertarne la rispondenza alle norme igieniche europee.
o SONO GIUNTI IN ITALIA senza dichiararne la provenienza effettiva. Di ciò verrà informato il Ministero per il Commercio Estero.
L'iniziativa, la prima di questo genere a livello europeo, è avvenuta in violazione della legge 278, nei confronti della quale vuole essere un primo atto di DISOBBEDIENZA CIVILE.
Scopo della iniziativa è, infatti, anche provocare una sanzione (pecuniaria perché la violazione dell'embargo non è un reato ma un illecito amministrativo) ricorrendo contro la quale potremo sostenere l'illegittimità della legge sull'embargo.
o I PROVENTI DELLA VENDITA torneranno nella zona d'acquisto come sostegno a progetti di sostegno al lavoro delle donne e dei contadini.
"Un Ponte per..."
Associazione Non-Governativa di Volontariato
per la Solidarietà Internazionale
Anno di costituzione: 1991
Riconosciuta idonea alla cooperazione
con i paesi in via di sviluppo
con decreto del Ministero degli Esteri del 18 febbraio '99

Ufficio nazionale
via della Guglia 69/a, 00186 Roma
tel. 066780808 - fax 066793968
ponteper@tin.it o www.unponteper.eu.org

C/C Postale n° 59927004
C/C Bancario n° 10558/76 Monte dei Paschi di Siena, Filiale 8604, Agenzia 4 Roma,
C/C Bancario n° 100790 Banca Popolare Etica

Si ringrazia l'associazione "Un ponte per…" per il materiale gentilmente e prontamente fornitoci

Disobbedire è civile!

o DA OLTRE 10 ANNI l'ONU ha imposto all'Iraq sanzioni economiche strettissime che hanno ridotto il paese alla fame. In Iraq manca di tutto: il cibo, le medicine, l'acqua potabile, ma anche quaderni e libri per studiare. L'embargo ha ucciso più di un milione e mezzo di persone colpevoli solo di essere nate nella terra del petrolio.
o OIL FOR FOOD - il programma dell'ONU che permette una vendita controllata di petrolio per acquistare generi di prima necessità - per ammissione delle stesse agenzie dell'ONU non ha avuto efficacia: per l'embargo continuano a morire 5.000 bambini il mese.
o NUMEROSI PAESI, tra cui Francia, Russia, Cina, India, Venezuela, Malesia, Indonesia, Lega araba e molti altri si sono pronunciati per la revoca delle sanzioni, ma gli USA e la Gran Bretagna, forti del diritto di veto, impediscono da tempo che ciò avvenga.
o IN ITALIA decine di sindaci, centinaia di associazioni e 30.000 cittadini hanno chiesto che il nostro paese non sia più complice di questo genocidio.
o LA STESSA CAMERA DEI DEPUTATI, il 21 giugno, ha approvato una risoluzione che impegnava il Governo a dissociarsi ufficialmente, riaprire l'ambasciata a Baghdad, sbloccare i fondi iracheni congelati in Italia, a organizzare un ponte aereo umanitario.
o MA NULLA di tutto questo è stato fatto.

o ROMPERE L'EMBARGO, con azioni concrete, è la forma di pressione che si sta diffondendo in tutto il mondo per ottenere la fine delle sanzioni ed è in questo quadro che si inserisce l'importazione di datteri iracheni da parte di "Un ponte per.."
o PRIMA DELLA GUERRA DEL GOLFO l'Iraq, con oltre 30 milioni di palme coltivate, era il primo produttore mondiale di datteri, che occupavano il secondo posto, dopo il petrolio, delle sue esportazioni. L'embargo ha gravemente colpito la coltivazione di datteri e i contadini, sia per la chiusura dei mercati esteri, sia per la grave mancanza di input agricoli.
o I DATTERI SONO STATI ACQUISTATI direttamente dai contadini della zona di Abu Al Ghasib, un villaggio a 20 km da Bassora sulla riva est dello Shatt Al Arab nel sud dell'Iraq e sono stati pagati circa il 10% in più del prezzo di mercato.
o SONO STATI TRATTATI con un processo di vaporizzazione e sterilizzazione e inscatolati in Iraq. Prima dell'importazione un campione è stato analizzato da un laboratorio italiano per accertarne la rispondenza alle norme igieniche europee.
o SONO GIUNTI IN ITALIA senza dichiararne la provenienza effettiva. Di ciò verrà informato il Ministero per il Commercio Estero.
L'iniziativa, la prima di questo genere a livello europeo, è avvenuta in violazione della legge 278, nei confronti della quale vuole essere un primo atto di DISOBBEDIENZA CIVILE.
Scopo della iniziativa è, infatti, anche provocare una sanzione (pecuniaria perché la violazione dell'embargo non è un reato ma un illecito amministrativo) ricorrendo contro la quale potremo sostenere l'illegittimità della legge sull'embargo.
o I PROVENTI DELLA VENDITA torneranno nella zona d'acquisto come sostegno a progetti di sostegno al lavoro delle donne e dei contadini.

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