Yudith Rotem
Judith Rotem, nata a Budapest e sopravissuta al campo di sterminio di Belgen-Bensen, giunge in Israele con i genitori all'indomani della seconda guerra modiale e qui vive - come racconta ne Lo strappo (Feltrinelli) - in una comunità ultraortodossa fino al 1983, quando troverà la forza di andarsene, abbandonando il marito, per ricominciare una nuova vita. Quello della Rotem è un libro fortemente autobiografico in cui pagina dopo pagina vediamo con gli occhi di un bambina e poi di una donna la vita, le restrizioni, le assurdità di una comunità ebraica ultraortodossa.
La protagonista, Fifi, fin da piccola manifesta la sua ribellione a quel mondo: lotta con tutte le sue forze per andare in una scuola non ortodossa, legge di nascosto libri proibiti, frequenta e si innamora di giovani sionisti, si oppone continuamente alla rigidità del vestiario.
Contro di lei la comunità, il rabbino e il padre, un uomo che Fifi, nonostante tutto, ama moltissimo e che con sofferta nostalgia ricorda quando ancora non vivevano in quella comunità e le dava ogni sera la buonanotte con un bacio, mettendole in bocca un quadretto di cioccolata.
Invece, ora che egli è un heredim, rifiuta ogni contatto fisico, ogni manifestazione d'affetto e si rifugia continuamente nella Torah e nelle parole del rabbino che un giorno gli disse:
"non bisogna prendere sul serio le donne, sia che abbiano sei anni sia che ne abbiano sessanta, mirano tutte a rompere i timpani delle persone e si occupano sempre di sciocchezze inutili e contorte. Il nostro dovere di mariti, padri e fratelli è quello di salvaguardare la loro innocenza, impedire che abbandonino la retta via e finiscano all'inferno".
E Fifi pensando a sua madre si chiede:
"perché lui gridava, offendeva e insultava, e lei perdonava e cedeva? Perché sua madre non aveva mai la forza di prendere una posizione chiara e non sapeva mai che cosa voleva e che cosa non voleva?"
Fin quando Fifi è bambina, è più facile per lei contrattare qualche spazio di libertà. È quando diventa donna che tutto sembra precipitare: il matrimonio forzato con un giovane tutto dedito allo studio dei testi sacri, la gravidanza che stenta a venire, il continuo controllo del corpo, la necessità di essere sempre "pura" e quindi di sottoporsi al bagno rituale, un'esperienza che la scrittrice sembra paragonare ad uno stupro. E poi il lavoro di insegnante e la fatica di mandare avanti da sola un'intera famiglia, perché gli uomini non possono lavorare o occuparsi di affari terreni, ma sono le donne e i sussidi dello Stato - di quello Stato che non si riconosce perché costituitosi prima dell'avvento del Messia - a rappresentare il vero motore delle famiglie e delle comunità ultraortodosse.
Il libro non si chiude con quella che sarà poi la fuga della scrittrice, ma con la morte tragica della figlioletta, una morte che rappresenta una catarsi, un evento che raccoglie su di sé tutto il dolore e l'assurdità di una vita non vissuta, uno strappo della carne che anticipa lo strappo che qualche anno dopo porterà Judith Rotem lontano, fuori, nel mondo.
Con queste parole Fifi concluderà la sua narrazione:
"Fra poco sarebbe arrivato Natan. Che scema che era lei a non legarsi a chi l'aveva resa un utensile. Che legame poi? Lui domanderà che cosa sia successo e io gli risponderò e lui non mi toccherà nemmeno con il mignolo, perché sono impura. [...] ora lui non mi sfiorerà mai più e io non lo sfiorerò mai più, che qualcuno per favore mi tocchi altrimenti urlo, come nessuna donna ha mai urlato in un ospedale, è una casa di morte questa, e questo urlo sfonderà tutte le porte e i firmamenti del cielo".
Quell'urlo sfonderà prima di tutto le porte della comunità ultraortodossa e porterà Judith/Fifi a riappropriarsi finalmente della propria dignità di donna e della propria identità di ebrea.
La Rotem ci racconta non soltato la sofferenza di quell'urlo, ma di una comunità che attraverso tradizioni patriarcali e fanatismi religiosi rappresenta una minaccia alla costruzione di un paese laico, democratico e pacifico. Israeliani e israeliane da decenni sono costretti a fare i conti con gli heredim, ma è difficile opporsi al fanatismo religioso in una società lacerata da conflitti, da crisi identitarie, da un acceso nazionalismo e da una continua negazione del diritto.
Ne Lo strappo, infatti, l'ultraortodossia sembra rappresentare una sorta di alternativa al sionismo: il padre di Fifi, Tomy, dopo essere vissuto per anni "in mezzo ai sionisti" abbraccia la vita di una comunità ultraortodossa, perché attraversato da una profonda crisi identitaria e dall'incapacità di vivere nella "Israele dei pionieri". Per Fifi, invece, si prospetta il percorso contrario: cresciuta in una comunità chiusa nel suo fanatismo, sogna di vivere "fuori" e di costruire una società laica e aperta e allo stesso tempo forte della propria identità. Uno degli interrogativi che attraversano la produzione narrativa della Rotem è, infatti, cosa significhi oggi essere ebreo/a.
Judith Rotem ha al riguardo una posizione molto chiara: essere ebrea non significa essere religiosa o ultraortodossa, ma prima di tutto condividere e sentirsi parte di una cultura e di una storia, in una società grazie a cui sia possibile vivere in uno stato democratico e laico, capace di affermare il proprio diritto all'esistenza senza schiacciare quello di un altro popolo.
a cura di
"
Più una persona conosce se stessa
e più cresce la sua libertà
e si allarga l'orizzonte delle sue possibilità.
Lo stesso vale per un popolo.
"
A.B. Yehoshua
Cristina Galasso