Un pensiero triste che si balla

Molte sono le leggende intorno alla nascita del tango. Secondo Jorge Luis Borges sarebbe nato nei bordelli di Buenos Aires. Secondo altri, invece, a Stradella, in provincia di Pavia. Di sicuro sappiamo che vide la luce alla fine dell'Ottocento nei barrios della capitale argentina, dove si concentrò la malinconia di migliaia di immigrati italiani, spagnoli, europei in generale, di campesiños dalle zone rurali e di schiavi neri liberati dopo la rivoluzione di inizio secolo. Ognuno di loro aveva nel proprio bagaglio ritmi e melodie che inevitabilmente si fusero: la canzone italiana ed il flamenco andaluso si unirono al suono locale della milonga criolla, alla habanera cubana ed al candombe dei neri. Il tango divenne espressione diretta degli immigrati, tant'è che all'inizio veniva ballato soltanto dagli uomini spesso giunti in America senza la propria famiglia. Quando la donna si unì all'uomo nella danza, sembrò quasi simboleggiare la terra d'Argentina conquistata dagli immigrati. Il successo di questo ritmo si deve infatti anche alla intensa carica erotica che esprimono i ballerini pur mantenendo una "rigorosa compostezza ed un controllo quasi doloroso delle emozioni". Ben presto il tango approdò alle coste nordamericane ed europee. Già ampiamente diffuso nei salotti parigini, dovette attendere il verdetto papale di Pio X che ne volle controllare personalmente la "pericolosità" morale. I passi e le movenze costituiscono evidenti richiami al corteggiamento ed all'atto sessuale che vede l'uomo dominante sulla donna. Per questo si può facilmente intuire come in quegli anni potesse incappare nelle maglie della censura. Se la sua origine fu chiaramente popolare, esercitò comunque uno strano fascino sulle classi borghesi. Ad aiutarne la diffusione contribuì anche il cinema. L'interpretazione di Rodolfo Valentino ne I cavalieri dell'Apocalisse divenne un emblema che tutt'oggi rappresenta nell'immaginario collettivo lo stereotipo del ballerino di tango. Uno dei personaggi più cari agli amanti del tango è senza dubbio Carlos Gardel, cui si deve il merito di averlo elevato, tramite cinema e radio, da ballo popolare a genere musicale universalmente riconosciuto, grazie alla sua voce suadente. In uno dei suoi ultimi film ebbe una piccola parte l'allora giovanissimo Astor Piazzolla, l'interprete che più di ogni altro ha unito i virtuosismi strumentali alla carica emotiva viscerale del tango. Quando Gardel morì in un incidente aereo, con lui doveva esserci anche il giovane Astor che, avendo però rifiutato l'ingaggio del maestro, scampò alla morte, ereditando un ruolo chiave nel panorama del tango. Piazzolla ha lavorato con An’bal Troilo ed ha studiato con grandi compositori, come l'argentino Alberto Ginastera e la parigina Nadia Boulanger. Queste esperienze lo hanno arricchito, ma non lo hanno minimamente limitato nella sua originalità. "Credo che il tango debba modificarsi, evolversi, rispondere al desiderio della gente di ascoltare nuova musica" sosteneva Piazzolla. Ed il suo fare tango è stato senza dubbio una evoluzione continua, parallela a quella di altri generi (come il jazz), talvolta da essi influenzata, ma sempre contraddistinto da uno stile inconfondibile. Piazzolla sottolineava il fatto di considerare il tango "una musica per le orecchie più che per i piedi" e senza dubbio, grazie alla sua maestria ed alla continua ricerca, il pensiero triste che si balla è diventato musica da concerto oltre che ballo popolare. La malinconica sensualità del tango, il suo ritmo sanguigno, ma al tempo stesso raffinato, affascinano ancora oggi tantissimi appassionati, mentre la diffusione in tutto il mondo di scuole e sale da ballo stanno a confermare l'assoluto valore di un genere nato dalla fantasia di immigrati nei sobborghi di Buenos Aires.

Stefania Cappellini
Antonio Minghi

L'epopea del piccolo Aiyub

E' arrivato in Italia un anno dopo aver vinto la Caméra d'Or a Cannes 2000 (premio per la migliore opera prima), Il tempo dei cavalli ubriachi, film diretto da Bahman Ghobadi, regista kurdo-iraniano già assistente alla regia di Kiarostami sul set di Il vento ci porterà via. Il film narra le peripezie di 5 fratelli rimasti orfani in un poverissimo villaggio kurdo-iraniano, sulle montagne al confine con l'Iraq, e accolti nella famiglia di uno zio. Ma Mahdi, il deforme primogenito quindicenne, a causa della sua gravissima malformazione fisica, rischia di morire in pochi mesi se non verrà operato subito. E così Aiyub, tredicenne che, in quanto maschio sano della famiglia, si sente responsabile per tutti i propri fratelli, decide di trovare i soldi per l'operazione nell'unico modo possibile nella sperduta terra in cui vivono: con il contrabbando di frontiera tra Iran ed Iraq. Ma tutto va storto, e una volta il ragazzo non viene pagato, quell'altra deve tornare indietro con tutta la carovana per via dell'assalto di una banda di predoni... L'unica speranza è nel matrimonio concordato di Rojin, la sorella quattordicenne, il cui futuro suocero promette di prendersi cura di Mahdi. Senonché, la moglie dell'uomo, già madre di dieci figli, rifiuta di farsi carico del ragazzo storpio, che viene riportato a casa da Aiyub con un misto di sollievo e disperazione. Come può venire definita la vicenda, se non la storia della lotta per la vita e con la vita di Aiyub, adolescente costretto a diventare uomo troppo presto? Una lotta condotta per assicurare ai fratelli un futuro il meno doloroso possibile. Ghobadi ce la descrive, tecnicamente, alla maniera del suo maestro Kiarostami, con alternanza continua tra inquadrature strette sui protagonisti e campi lunghi a incastonare gli esseri umani dentro l'ambiente che li circonda. Ma se, in Kiarostami, il raccogliere uomo e natura in una stessa inquadratura è in funzione poetica, in Ghobadi, uomini e bambini, che arrancano sulle montagne innevate sotto un cupo cielo grigio, spingendo muli e cavalli carichi di merce illegale e a rischio della vita, vogliono solo essere la rappresentazione di una lotta tra uomo e natura che dura da millenni. Una rappresentazione documentaristica, a stare alla didascalia introduttiva, che dice di narrare storie di gente vera, e all'uso della voce narrante della sorella dodicenne di Aiyub, Ameneh. Ma il lavoro, come ogni vera opera d'arte, sfugge ai piani del suo autore, che, per quanto oggettivo voglia essere, non riesce a misurare la passione e ci regala uno splendido film epico, in cui gli esseri umani in lotta per la sopravvivenza contro un mondo ostile sono quelli che soffrono di più. Infatti, ai muli e ai cavalli è dato almeno di ubriacarsi per scaldarsi e non soffrire troppo (di qui il titolo del film), mentre Aiyub e tutti gli altri possono solo guardare il proprio dramma negli occhi, sperando in un miracolo.

Luca Zoppi

Top

Il tempo dei cavalli ubriachi
Regia: Bahman Ghobadi
Produzione: Iran - 2000