Se un ignaro marziano atterrasse in Colombia, avrebbe difficoltà a scendere dal disco volante, perché si troverebbe sotto il tiro incrociato di molti cecchini. Infatti, il paese è campo di battaglia di diverse fazioni ben armate ed agguerrite. Ci sono l'esercito regolare, i gruppi insurrezionali, le truppe paramilitari, le bande della narcomafia. Tutti sparano, tutti ammazzano, nel quadro di una guerra civile che fa della Colombia il paese più violento del mondo.
Questa situazione non è di oggi, ma ha origine nel 1948, quando il leader del Partito Liberale, Jorge Eliécer Gaitàn viene assassinato. L'omicidio è frutto di un clima di tensione generato dalle ingiustizie sociali. All'assassinio di Gaitàn segue la nascita di molti gruppi guerriglieri, ma è nel 1964 che viene fondato l'esercito rivoluzionario che ancora oggi tiene in scacco i governi nazionali. Si tratta delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), di stretta osservanza marxista-leninista. Quasi contemporaneamente nasce l'Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), di ispirazione guevarista, a sua volta attivo e forte ancora oggi. I latifondisti, in risposta alla guerriglia comunista, organizzano nelle campagne, che costituiscono il teatro degli scontri, gruppi paramilitari di "autodifesa", appoggiati dall'esercito e rinforzati da mercenari internazionali.
La guerra civile va avanti per anni tra molte atrocità, ma è al principio degli anni '80 che incancrenisce irreparabilmente. Alla base di questo precipitare c'è l'alleanza di ferro tra paramilitari e narcomafia.
Infatti, all'inasprirsi dei taglieggiamenti esercitati dalle FARC, molti latifondisti, proprietari medio-piccoli ed allevatori scelgono di sbarazzarsi dei possedimenti, che vanno a finire nelle mani dei rampanti trafficanti di coca, che si ritrovano così in mano nuovi terreni da dedicare ai propri affari. Per difenderli dai guerriglieri, la mafia si dota di nuovi e più feroci eserciti privati paramilitari. Questi ultimi finiscono ovviamente col rendere servigio non solo alla criminalità organizzata e ai proprietari che ancora resistono, ma anche all'esercito, che trova un valido alleato nella lotta alla guerriglia e nella soppressione nel paese di ogni contestazione sociale allo status quo garantito dai vari governi nell'interesse di industriali, proprietari terrieri e commercianti internazionali. Nel frattempo, i narcomafiosi, grazie all'esercizio del potere acquisito ed alla corruzione, cominciano a diventare i burattinai della scena politica e i veri padroni del paese.
È in questo contesto che sorge il più famigerato esercito paramilitare, le Compagnie Unite di Autodifesa della Colombia (AUC), guidate dallo psicopatico (letteralmente!!!) Carlos Castano. Da questo momento, l'escalation di violenza è incontenibile.
Le AUC combattono i guerriglieri, ma, coperte dall'esercito, fanno fuori anche chiunque, nella società civile, si batta per il progresso umano del paese: sindacalisti, attivisti per i diritti umani, magistrati, politici non corrotti, giornalisti, etc. In questo clima apocalittico, si consuma anche una lotta tra il cartello narcomafioso di Medellin e lo stato, che, con l'aiuto dei paramilitari e dell'altro grande cartello criminale, quello di Cali, nella prima metà degli anni '90 riesce a prevalere. E tutto questo per mantenere gli equilibri di potere sotto la gestione di consorterie politico-affaristiche ormai totalmente criminalizzate.
Oggi, dopo tutto questo inferno, la guerriglia non appare minimamente scalfita, controlla il 40% circa del territorio nazionale e tratta da pari a pari col governo.
Infatti, il presidente conservatore Andrés Pastrana, eletto nel giugno 1998, per dimostrare la sua volontà di accordarsi coi rivoltosi, ha concesso alle FARC 42.000 kmq. di zona smilitarizzata nel sud del paese da gestire senza ingerenze governative (e, ora, anche l'ELN sta trattando una zona smilitarizzata). Tuttavia, le trattative languono per l'inerzia del governo nello smantellamento delle truppe paramilitari.
Ad ogni modo, ad accomunare paramilitari e guerriglieri c'è il giro di affari che hanno costruito sulla coltivazione di coca, di cui la Colombia è primo produttore mondiale.
Entrambe le parti negano di partecipare direttamente ai traffici, ma ammettono candidamente di tassare i contadini che la producono e i trafficanti che la commerciano. Per autofinanziarsi, naturalmente.
E, intanto, il paese si avvita su se stesso. Infatti, la guerra civile e la criminalità si fondono in un circolo vizioso che si alimenta da sé, con i contadini, sempre più poveri, che si rivolgono alla coltivazione della coca per conto della mafia, ma finendo col finanziare le parti in guerra, che trovano sempre più fondi per sostenersi. Di fatto, è questo enorme giro di profitti a far si che nessuno degli attori di questa storia abbia alcuna intenzione di porvi termine.
Alla fine, a fare le spese di tutto ciò è l'intero corpo sociale del paese, attanagliato dal terrore per via delle decine di migliaia all'anno di assassinii (soprattutto per mano dei paramilitari) e di rapimenti a scopo di estorsione (soprattutto per mano delle FARC), mentre un milione e mezzo di contadini sono costretti ad abbandonare le zone di guerra spostandosi in Venezuela ed Ecuador o andando ad ingrossare le fila degli indigenti nelle città colombiane.
Intanto di fronte a questa apocalisse, il paese è sempre più prostrato e Pastrana, da quando è alla guida del paese, ha fatto del suo meglio per assestargli il colpo di grazia.
Dopo tre anni del suo governo, il PIL colombiano è calato del 3%, più di metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà assoluta (1 dollaro al giorno), la disoccupazione supera il 20% e 2 milioni di cittadini in età lavorativa sono dovuti emigrare all'estero. E intanto, la sperequazione impazza: un 1,3% dei proprietari possiede il 48% dei terreni; il 50% della popolazione deve spartirsi il 14% del reddito nazionale, mentre il 20% ne detiene il 63%; i più ricchi hanno beni 130 volte più grandi dei più poveri!
In risposta a ciò, il presidente Pastrana esegue supinamente i diktat del Fondo Monetario Internazionale (FMI) in cambio di aiuti finanziari e apre ai capitali stranieri, nella prospettiva di avviare un circolo economico virtuoso. Il risultato sta in tagli alla spesa pubblica, decurtamento del personale statale e privatizzazioni forsennate con conseguenti licenziamenti.
Ma, se nulla funziona, c'è il salvifico Plan Colombia (cfr. articolo sotto). Aggiungendo guerra a guerra, si sradicherà la coca e insieme tutto il conflitto e le miserie che vi ruotano intorno.
Come andrà a finire? Staremo a vedere. Certo è che, per un po' di anni ancora, il nostro marziano non riuscirà ad uscire dal suo disco volante...
Luca Zoppi
Notizie aggiornate e approfondite e relative fonti sono reperibili su www.terrelibere.it
all'interno del dossier Colombia realizzato da Antonio Mazzeo, da cui questo articolo ha attinto molti dati.
La tragedia di un paese stremato
da un'interminabile guerra civile
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siti utili:
www.amnesty-usa.org/news/2000/colombia07072000.html www.unimondo.org/dossier/colombia/ www.colombiawatch.org www.derechos.org/nizkor/colombia www.colombiareport.org |
Per capire ancor meglio le vere ragioni che spingono gli Stati Uniti ad intervenire in Colombia, bisogna fare un bel passo indietro, al 1890, quando il paese sudamericano sostituì il Regno Unito con gli USA come partner commerciale. Si creò allora una stretta interdipendenza fra i due stati, fino a stabilire una sorta di alleanza tacita che il presidente Su‡rez battezzò Respice Polum, riferendosi "all'attrazione che gli USA dovevano esercitare sul popolo colombiano". Il paese latinoamericano onorò questo legame vendendo caffè agli USA a prezzi di favore durante la Seconda Guerra Mondiale e inviando truppe durante la guerra in Corea, oltre che privilegiando e proteggendo gli investitori nordamericani. Solo poche volte quest'armonia venne interrotta. Gli Stati Uniti, da parte loro, inviarono in Colombia i c.d. Corpi di Pace durante i governi Kennedy e Johnson, elargirono aiuti finanziari e fornirono consulenti economici e istruttori militari al governo colombiano, mentre oggi stanno ipotizzando di allargare il N.A.F.T.A. alla Colombia per aiutarla ad uscire dalla crisi economica, in barba ad altri accordi regionali che verrebbero violati.
Il Plan Colombia porta in sé ampie conseguenze in ambito militare, poiché modifica gli equilibri a favore del governo colombiano e a discapito degli insorti nel quadro non di una guerriglia, ma di una vera e propria guerra civile. In ambito umanitario, acuire lo scontro armato significa aumentare il desplazamiento di milioni di sfollati, che fuggiranno nei paesi limitrofi (che né sono stati consultati, né hanno ricevuto alcun contributo dal piano per poter gestire i rifugiati). In ambito ambientale, infine, si teme l'inquinamento dei fiumi in riva ai quali si trovano coltivazioni illecite, poiché ne è prevista l'eliminazione con erbicidi che, oltre a contaminare l'acqua, potrebbero distruggere coltivazioni dei paesi a valle. Di particolare gravità sarebbe l'uso del fungo Fusarium (o.g.m.), già usato in Ecuador, che può attaccare altre coltivazioni ed estendersi fino alla selva provocando disastri agricoli e distruzione della biodiversità. Ma la conseguenza più grave sembra essere l'inefficacia del diritto internazionale, che, davanti all'ingerenza in un conflitto interno, è incapace di reagire perché svuotato dall'indifferenza della comunità internazionale. Oggi che non possono più appellarsi alla minaccia del comunismo, gli U.S.A. si adattano appellandosi alla lotta alle droghe, al rispetto dei diritti umani e alla difesa dell'ambiente. E la storia si ripeterà, come in Vietnam e in Kossovo.
Lorena Campos
Le cifre del Plan Colombia
Esistono tre diverse versioni sulle cifre in ballo: