"Oggi il mondo è un villaggio globale in cui tutto e tutti possono liberamente circolare ed arrivare dovunque" è un affermato luogo comune, molto comune. Ma molto sbagliato. Infatti, poco e pochi possono realmente raggiungere qualunque meta sulla faccia della terra, mentre molto e molti devono invece arrendersi alla malafede degli slogan e fermarsi di fronte ai veti di chi decide cosa e chi può muoversi liberamente. A decidere, sono i soliti potenti del globo: WTO, multinazionali, finanziarie, governi forti, eccetera. Grazie a loro, capitali, corporations, prodotti del Nord del mondo e cittadini ricchi di ogni dove possono andarsi a piazzare dove più aggrada. Sempre grazie a loro, prodotti dei paesi poveri e cittadini altrettanto poveri devono fermarsi alle frontiere di quella parte del mondo più ricco. Il dossier che state per leggere intende mettere in luce i falsi ideologici di un falso libero mercato, dove ad essere liberi sono solo i più forti. Si parte così con la denuncia di un sistema commerciale mondiale in cui, a fronte della libertà assoluta di circolazione dei prodotti del Nord, quelli del Sud devono sottostare al protezionismo dei paesi più forti (
vedi). Chi gode invece di intoccabile libertà di movimento sono i capitali finanziari, che stanno mettendo in un angolo anche la circolazione dei prodotti agricoli e industriali (vedi). Devono invece sottostare a vincoli legati alle convenienze economiche del Nord, in barba ad ogni diritto sancito, gli esseri umani che cercano di migrare dai paesi più poveri verso quelli più ricchi (vedi). Vi è poi un approfondimento dei danni che i trasporti di merce ed esseri umani producono all'ambiente (vedi), mentre l'ultimo articolo propone come antidoto all'iniqua economia globale, un'efficace ed umanissima economia locale, che vuole essere alternativa anche esistenziale (vedi). Insomma, un piccolo contributo per cercare di smascherare le interessate menzogne dei guru del cosiddetto libero mercato, che altro non sono che guru della legge del più forte, apripista ideologici di un sistema che, attraverso gli strumenti commerciali e finanziari, non si fa scrupolo ad agevolare l'arricchimento dei ricchi a spese delle vite dei poveri. Un piccolo contributo per cominciare a riflettere su come uscire da questo enorme circolo vizioso.


Liberismo e protezionismo nella circolazione delle merci

Nell'arco degli ultimi vent'anni, la circolazione delle merci ha perso il suo ruolo centrale. Oggi, a caratterizzare lo sfruttamento del capitalismo nei confronti delle classi più deboli e delle aree più povere del mondo sono altri due tipi di circolazione, quella della manodopera e quella del capitale. E per di più, all'interno della vecchia categoria delle merci, presa in considerazione in tutti gli accordi che mirano all'abbattimento delle antiche protezioni doganali, si parla sempre meno di beni fisici e sempre più di servizi, come quelli bancari, assicurativi, finanziari, di telecomunicazione e così via. Inoltre, la strategia delle multinazionali, che un tempo miravano ad allargare la scala di produzione e la vendita di merci unicamente al fine di abbattere i costi di produzione, oggi è radicalmente mutata: il loro nuovo obiettivo finale è quello del controllo di un territorio, a cominciare dalle sue istituzioni politiche, al fine di definire strategie globali. Ciò significa che il vecchio obiettivo della circolazione delle merci è marginale rispetto ad un'azione a tutto campo, che include il controllo dei flussi di servizi e di informazioni a tutti coloro che operano e producono in quel determinato paese. Questo disegno di dominio implica prima di tutto la marginalizzazione del ruolo delle istituzioni politiche. Accanto a questi progetti ambiziosi che spostano su un orizzonte globale il controllo del territorio, non sono, però, stati abbandonati gli interventi più tradizionali, miranti a condizionare i flussi di circolazione delle merci. La politica seguita in questo campo in sede WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) dai paesi egemoni è molto semplice: da un lato, sostiene la necessità di liberalizzare la vendita dei prodotti industriali, mentre dall'altro, consente sostanziali limitazioni nel campo della vendita dei prodotti agricoli, costringendo in tal modo i paesi più poveri del globo ad aprire le loro economie all'invasione dei manufatti e dei prodotti industriali dei paesi ricchi, mentre non è loro riconosciuto il diritto di reciprocità di trattamento per i loro prodotti agricoli. Molti di questi prodotti, comprese quasi tutte le materie prime, sono comprati - approfittando dei gravissimi livelli di povertà dei paesi produttori - a prezzi che spesso non coprono neppure i costi di produzione. Sono stato recentemente come inviato delle Nazioni Unite nel Niger, che possiede 1/5 delle risorse mondiali di uranio ed è ricchissimo di altre materie prime, ma la sua popolazione è lasciata morire nella più tragica indigenza, proprio perché il prezzo delle stesse deve essere mantenuto incredibilmente basso. Inoltre, si costringono i paesi in via di sviluppo a dipendere totalmente dall'erogazione di servizi forniti dai paesi più sviluppati in campi delicati come la finanza o la circolazione dell'informazione. Infine, si chiede loro di pagare balzelli onerosissimi per disporre dei nostri brevetti (compresi quelli sui prodotti farmaceutici) o dei prodotti dell'ingegno, che includono molti risultati del progresso tecnologico: questi ultimi vengono loro ceduti solo a caro prezzo, nonostante le impellenti necessità che generano morti e sottosviluppo in quei paesi. La situazione è aggravata dal fatto che nessuna istituzione che abbia come fine statutario la lotta contro l'arretratezza economica e il sottosviluppo come, tra le altre, la Banca Mondiale, in realtà si impegna concretamente - al di là di formali petizioni di principio - a risolvere alcun problema: al massimo si limitano a compiere interventi fuorvianti, come la concessione del credito per il finanziamento di discariche, in paesi dove servirebbe il sostegno non al riciclaggio dei rifiuti (che sono minimi), ma alla costruzione di attività produttive. Non fa meglio il Fondo Monetario Internazionale che dovrebbe contribuire a stabilizzare i mercati, ma che in realtà - con la sua politica di difesa delle più spregiudicate operazioni finanziarie - si rende spesso complice dei gravi processi di destabilizzazione valutaria e finanziaria, che colpiscono determinati paesi con la conseguenza di comprometterne gravemente anche l'economia reale. è triste constatare che dietro le sigle delle cosiddette organizzazioni sopranazionali, come il WTO o l'UNDP o la FAO, in realtà si nascondano gli interessi delle grandi multinazionali, che ne possono condizionare totalmente la gestione a sostegno dei loro interessi. Ho potuto constatare di persona come queste istituzioni non solo non svolgano alcuna iniziativa per migliorare la situazione delle realtà più povere del mondo, ma addirittura cerchino di far fallire quei pochi progetti che, al di fuori del loro controllo, sono stati portati avanti da organizzazioni che hanno raccolto risorse ed esperti per alleviare, almeno in parte, le sofferenze dei più deboli. Dunque, la circolazione delle merci si riduce ad un ruolo secondario. Alle merci tradizionali caratterizzate dalla loro materialità, si affiancano sempre più spesso le merci immateriali, da cui dipendono lo sviluppo o il ristagno di un'economia, merci che sono ancora saldamente nelle mani dei paesi più ricchi. è per queste merci immateriali che multinazionali e organismi sovranazionali invocano la liberalizzazione dei mercati, consci che questo provvedimento avrebbe esclusivamente conseguenze monodirezionali, non potendo i paesi del Terzo Mondo offrire alcunché in questi settori innovativi. Una volta conquistate con prodotti industriali, manufatti e servizi, non resta alle popolazioni del Sud del mondo che offrire prodotti agricoli (penalizzati dalle pesanti politiche protezionistiche di tutti i paesi più ricchi) o materie prime, il cui prezzo viene artificialmente mantenuto basso alla fonte, nell'interesse dei potenti intermediari internazionali. E intanto, il controllo della circolazione delle merci sta per essere surclassato, come strumento di sfruttamento, dal controllo della circolazione della manodopera e dei capitali.

Roberto Panizza
Ordinario di Economia Internazionale
Università di Torino

La circolazione delle merci si riduce ad un ruolo secondario. Alle merci tradizionali caratterizzate dalla loro materialità, si affiancano sempre più spesso le merci immateriali, da cui dipendono lo sviluppo o il ristagno di un'economia, merci che sono ancora saldamente nelle mani dei paesi più ricchi.

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Come la circolazione finanziaria danneggia l'economia reale

Con gli anni '80, il fenomeno della globalizzazione sorto da liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione, assegna a mercati ed operatori finanziari un ruolo dominante, nel quadro di un nuovo regime di accumulazione capitalistico definito "a predominio finanziario", in cui i capitali sono liberi di circolare per il mondo a proprio piacere. Secondo i suoi promotori, la mobilità internazionale del capitale consentirebbe ai mercati finanziari di migliorare l'efficienza dell'economia ed il benessere generale soddisfacendo i seguenti obiettivi.

  1. Migliore allocazione internazionale dei capitali, per portare i risparmi abbondanti dei paesi sviluppati sui mercati dei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) dove occorrono investimenti; Ma, da un punto di vista teorico, questo potrebbe verificarsi soltanto in un contesto di commercio internazionale pienamente libero, mentre in questo momento il mercato dei paesi egemoni non è aperto ai prodotti agricoli del Sud del mondo. Inoltre il deficit della bilancia dei pagamenti USA, finanziato dal risparmio estero, non è per niente in linea con l'idea che gli investimenti si concentrino prevalentemente nei PVS.
  2. Migliore distribuzione del rischio, grazie alla possibilità di diversificare il portafoglio dell'investitore su mercati borsistici di più nazioni, in modo che il crollo di una borsa nazionale sia compensato dalla risalita di un'altra, creando una situazione di complessiva stabilità finanziaria internazionale. Ma, empiricamente, si osserva che alla fine degli anni Ô80 il 94% degli investimenti americani rimaneva negli USA, e il 99% di quelli francesi, tedeschi e canadesi rimaneva nei rispettivi paesi. Inoltre, all'aumento della mobilità del capitale seguì negli anni una sempre più elevata velocità di propagazione delle crisi finanziarie tra paesi!
  3. Incentivazione ad adottare politiche economiche più solide, poiché flussi e riflussi di capitale dovrebbero essere indicatori del potenziale di crescita di un paese nel contesto istituzionale scelto. Ma le teorie più evolute sulle crisi valutarie dimostrano che gli attacchi speculativi hanno successo anche quando non ci sono situazioni di squilibrio negli indicatori macroeconomici dei paesi colpiti. L'esempio perfetto è la crisi del Sistema Monetario Europeo nel 1992, quando qualche centinaio di manager finanziari e bancari seguì l'esempio di Soros puntando miliardi sulla svalutazione della sterlina britannica e della lira italiana.

Diversi economisti hanno dimostrato, contro le virtù della completa libertà di movimento del capitale, che i mercati finanziari tendono a concedere troppo credito all'economia produttiva nei periodi di crescita, mentre invece ne concedono troppo poco quando appaiono i primi problemi. Sono quindi i mercati stessi ad accelerare l'inizio della crisi. In altre parole, in una situazione come quella che si riscontrava in Asia prima della crisi del Ô97, o come quella che notiamo ancora oggi sulla borsa USA, l'offerta di capitale eccede la domanda, e la competizione tra banche conduce ad una errata valutazione del rischio, quindi ad un eccesso di credito. Questo porta a una seconda disfunzione endogena: i PVS, che hanno un illimitato bisogno di fondi, tendono ad indebitarsi eccessivamente. Fa riflettere la constatazione che l'unica bolla speculativa che ha raggiunto caratteri di stabilità è quella del mercato finanziario statunitense, trainata dalla cosiddetta new economy. Qui la vera causa del boom economico non è la produttività, in calo dall'anno scorso, quanto l'interpretazione tranquillizzante della situazione economica statunitense che le imprese e la Federal Reserve riescono ad offrire al mondo intero e che attira molti investitori stranieri. Per dare un'idea inequivocabile di questi attorcigliamenti, basti dire che, oggi, il valore delle esportazioni annuali mondiali in merci reali costituisce soltanto l'1,5% delle transazioni annuali mondiali in valuta. Un altro sottoprodotto della liberalizzazione dei mercati finanziari sono i licenziamenti di convenienza borsistica. Le strategie delle imprese sono profondamente cambiate dagli inizi degli anni Ô80, assegnando sempre più importanza all'attività finanziaria rispetto agli impieghi direttamente produttivi. Poiché i mercati sono dominati dai grandi investitori istituzionali, più del 50% delle azioni delle imprese europee è ora nelle loro mani, e quindi sono loro a dettare spesso le regole di gestione. Per aumentare la redditività delle imprese si tende quindi a concentrare l'attività sul settore ristretto in cui c'è vantaggio competitivo, demandando all'esterno, cioè agli stabilimenti schiavistici nel Sud del mondo, la fornitura di alcuni prodotti e servizi. Il risultato è da una parte la riduzione del numero dei dipendenti, anche in stabilimenti che producono utili del 7,9% (vedi il caso Danone in Francia), e dall'altra la dipendenza di numerose piccole e medie imprese dalle grandi imprese committenti con importanti attività finanziarie. Il capitalismo azionario costituisce un grande arretramento sociale, in quanto porta solo i salariati a farsi carico dei rischi di impresa, richiede un rendimento delle azioni attorno al 15% ovviamente insostenibile in termini produttivi, e, togliendo frazioni del valore aggiunto prodotto alle famiglie causa una diminuzione dei loro consumi. Che sbocco avrà la produzione, nelle nostre economie in crescita, se i consumi familiari non crescono? Questi sono i pesanti interrogativi che ci vengono dalle scelte economiche imposte dai paesi del G8. Nessuno di loro ha ancora avuto la dignità di denunciare lo strapotere degli operatori finanziari, e di proporre misure per ridare strumenti di politica monetaria alle banche centrali e agli organismi di governo. Lo speculatore è colui che estrae iniquamente profitti dal lavoro produttivo di altre persone, sfruttando le fluttuazioni di prezzo sui mercati per ricavare porzioni di valore create da investitori produttivi e lavoratori. Che funzione sociale ha rendere la vita sempre più facile a questo soggetto? è per questo che i politici e la società civile devono lottare per sostenere misure riparatorie, che vanno dalla Tobin Tax alla creazione di un Consiglio Mondiale per la Sicurezza Economica e Finanziaria, dalle politiche nazionali per il controllo dei flussi di capitale alle misure per rendere illeciti i licenziamenti di convenienza borsistica. Perchè la politica riprenda in mano le sorti dell'economia.

Martina Pignatti
associazione Cooperazione Nord/Sud Pisa

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L'interpretazione paradossale che ne danno le società "avanzate"

Uno dei diritti fondamentali degli esseri umani è quello di muoversi attraverso i confini delle nazioni. Il diritto di partire dal proprio Paese per cercare altrove qualche cosa che assomiglia alla fortuna (un lavoro, uno Stato dove non si è perseguitati, una casa, un marito od un fratello già emigrato, e tutti gli altri possibili progetti di vita) è garantito anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. egrave; un diritto che tanti popoli, a partire da quello italiano, hanno praticato nel secolo scorso. Ed è un diritto che la struttura sociale del nostro pianeta sempre più disuguale e polarizzato ha trasformato in una realtà imponente. Sono infatti decine di milioni i "migranti" che circolano ogni anno in tutto il mondo, ed una parte di questi si muove verso la nostra Europa. Ora, questa migrazione di cui siamo testimoni ha provocato nelle società occidentali, in relazione alla libertà di circolazione, un atteggiamento paradossale. Primo aspetto paradossale: la libertà di circolare e di migrare viene ostacolata quotidianamente e con ogni mezzo per i cittadini di Paesi extra UE ed extra USA che intendono trasferirsi in Italia. La legge 40/1998 (la cosiddetta Legge Turco-Napolitano) contiene alcune importanti conquiste relativamente ai diritti degli immigrati già regolarmente soggiornanti, ma non lascia molte speranze ai nuovi migranti che si affacciano ogni giorno sulle rive d'Italia. Infatti si prevede, oltre ai soliti controlli severi alle frontiere per arginare gli ingressi di irregolari, la programmazione rigida dei flussi di nuovi entranti. In pratica, ciò significa che ogni anno il Governo decide per decreto la quota massima di lavoratori stranieri da ammettere, un tetto fisso che quindi lascerà gioco forza esclusi anche lavoratori con tutti i requisiti. Non solo: la normativa attuale prevede ancora, di fatto, che l'immigrato trovi lavoro addirittura prima di entrare in Italia. Il lavoratore straniero ottiene cioè un permesso di soggiorno solo se beneficia di una chiamata nominativa dal datore di lavoro, se accede a particolari liste di prenotazione gestite dai consolati (nel caso di Stati convenzionati), e se è sponsorizzato ("garantito", con tanto di fideiussione ammontante a circa 9 milioni di lire) da un residente. Di fatto, cioè, la circolazione attraverso la frontiera italiana viene regolamentata in modo da avvantaggiare solo alcune categorie di migranti (ad esempio i parenti di immigrati già soggiornanti) e comunque viene gestita a priori attraverso l'imposizione di una soglia rigida (per dare le dimensioni quantitative della soglia, poi, basti ricordare che nel 2000 sono stati previsti 63.000 nuovi lavoratori, una cifra considerata a dir poco esigua da tutti gli operatori e gli analisti del settore). Quello che manca nella normativa, e quello che si vuole continuare a far mancare, è un principio semplice di "emersione continua dalla clandestinità". Il migrante che è entrato con un visto turistico od in altro rocambolesco modo e che però ha trovato un lavoro regolare non può ottenere il permesso di soggiorno; deve pagare la sua colpa originaria, quella di avere sperato e di avere "circolato", ed è quindi costretto ad una vita "al nero" (non solo il lavoro, ma gli affitti, la residenza, i servizi sociali e sanitari) nella speranza che vi sia prima o poi una nuova Sanatoria (ve ne sono state 4 dal 1986 al 1998). Secondo aspetto del paradosso: in Italia circolano decine di migliaia di immigrati senza regolare permesso di soggiorno, e la gran parte di essi è impiegata in modo stabile nella economia sommersa ed informale. Tutti sappiamo che sono "i clandestini" di Villa Literno a portarci nelle case a poco prezzo le conserve di pomodoro; tutti sappiamo che sono "le irregolari" del vicino Est Europa a fare compagnia agli anziani non autosufficienti del ricco Veneto; tutti sappiamo che esistono molti lavori duri e difficili che vengono presi in carico da chi ha più bisogno di lavorare: i migranti, appunto. Il paradosso della circolazione si può riassumere così: da una parte il nostro Paese regolamenta e ostacola e imbriglia la circolazione dei migranti attraverso le nostre frontiere, timoroso di chi sa quale invasione di "immigrati clandestini"; dall'altra ha strutturalmente bisogno degli "immigrati clandestini" per far girare quella economia sommersa che in determinate aree geografiche e merceologiche è fondamentale nel processo produttivo. La spiegazione del paradosso sembra stare nel fatto che la contraddizione è solo apparente, perché ciò che interessa ai portatori di interessi prevalenti nella nostra società è proprio la marginalizzazione e l'esclusione sociale degli irregolari, in modo che sia più facile sfruttarli e sottopagarli sui luoghi di lavoro. Non solo, la condanna sociale sulle spalle degli irregolari ha anche una funzione ideologica fondamentale in un momento di instabilità sociale come quello vissuto oggi dalle società occidentali: si costruisce infatti l'archetipo del nemico pubblico, il capro espiatorio perfetto, quello che attenta alla nostra sicurezza e ci toglie il lavoro, ovvero il clandestino. Vorrei proporre una considerazione. Esiste il padroncino che compra lavoro nero il giorno e la sera sbraita contro i clandestini; esiste però anche l'imprenditore che impiega in modo legale lavoratori stranieri, ma che, non per questo, attenua la propria sostanziale xenofobia. Voglio dire, cioè, che i portatori di interessi a cui facevo riferimento in precedenza sono divisi tra una fazione più bieca ed una più ripulita. Ora, quest'ultima non crede più nell'economia del sommerso ma vuole strumenti precisi per poter assumere tutte le maestranze straniere di cui ha bisogno. Si intravede però che questi strumenti non si traducono in percorsi di cittadinanza e di inclusione degli stranieri, ma vanno nella direzione opposta, quella di una flessibilità estrema fatta per dividere i lavoratori e scatenare guerre tra poveri. In questo quadro, sarà sempre più difficile cogliere i paradossi ideologici che sono nascosti nel modo in cui si parla di circolazione degli esseri umani. E proprio per questo sarà sempre più necessario coglierli.

Francesco Niccolai

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Notizie dal fronte del problema-ambiente

Ad affrontare il problema del trasporto delle merci su strada si rischia facilmente di cadere nella comune retorica politica, perdendo di vista la drammaticità degli effetti oggettivi che tale scelta comporta. Ci appare dunque utile fornire dei dati sulle conseguenze negative che scelte errate nella gestione delle merci e dei trasporti più in generale inducono quotidianamente. Le politiche in atto hanno lasciato irrisolti molti dei problemi che incidono pesantemente sull'efficienza e sulla sostenibilità ambientale dei trasporti, lo stato delle reti ferroviarie e stradali rimane insoddisfacente, mentre si continuano a privilegiare le grandi opere. Se consideriamo che dal settore dei trasporti proviene circa un quarto delle emissioni totali di gas serra, ci rendiamo facilmente conto del fatto che una mobilità sostenibile è indispensabile anche su scala mondiale. Un quadro generale delle emissioni in atmosfera e sulla qualità dell'aria in Italia viene fornito dall'Agenzia Nazionale Protezione Ambiente (ANPA) nel rapporto del dicembre '99. Il rapporto prende in esame i dati disponibili di inquinanti atmosferici dal 1980 al 1997. Dall'analisi delle informazioni riportate risulta che per alcuni inquinanti la situazione è in via di miglioramento, mentre rimane critica per altri. Dal rapporto dell'ANPA si evidenzia tuttavia una forte carenza di dati. I trasporti stradali rappresentano su scala nazionale la maggiore sorgente di ossidi di azoto, monossido di carbonio e di composti organici non metanici. Gli effetti dell'inquinamento atmosferico che ne deriva si possono classificare, in base alla scala spaziale, in effetti globali a larga scala (cambiamenti climatici e ozono troposferico, sostanze acidificanti) ed effetti locali (qualità dell'aria e conseguenti effetti sanitari per chi vi è esposto, incidenti stradali, ecc). L'accumulo di gas serra nell'atmosfera sta producendo un aumento della temperatura globale, con effetti sul livello del mare, sulla frequenze di siccità e alluvioni, su agricoltura e biodiversità e quindi sui diversi settori socio-economici. I principali gas serra sono l'anidride carbonica (CO2), il metano (CH4) e il protossido di azoto. Inoltre, il generale aumento dell'ozono troposferico (O3), causato dalle emissioni di ossido di azoto (NOx) e composti organici volatili non metanici (covnm), contribuisce all'aumento della temperatura globale. Il maggior contributo del settore dei trasporti stradali ai gas serra viene dato in termini di CO2. Pur contribuendo del solo 24% alle emissioni totali nazionali, dopo il settore della combustione - produzione di energia e industria di trasformazione - le emissioni di CO2 dei trasporti stradali mostrano un andamento costante crescente dal 1980 al 1997, seguendo un trend opposto rispetto alle altre sostanze. Il contributo dei trasporti stradali alle emissioni degli ossidi di azoto rappresenta il 53% delle emissioni totali di NOx, di cui il 30% nelle aree urbane (ANPA, 2000). Per le emissioni totali di composti organici volatili non metanici i trasporti stradali incidono per il 46% e di questa percentuale l'80% viene emessa in aree urbane. Il trasporto stradale è responsabile del 71% del monossido di carbonio emesso in atmosfera nel nostro paese, durante l'anno 1997. Oltre il 70% delle emissioni di monossido di carbonio nel nostro paese vengono emesse nelle aree urbane. Il 1998 è stato l'anno più caldo dal 1860, anno a partire dal quale si hanno dati confrontabili, con un aumento della temperatura medie di 0,6 ¡C negli ultimi cento anni. Ormai non c'è più alcun dubbio sulla correlazione tra questo aumento della temperatura e le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, aumentate del 30% dall'inizio della rivoluzione industriale. Secondo gli ultimi rapporti dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il gruppo di ricerca sul clima globale delle Nazioni Unite), le emissioni di gas serra prodotti da attività umane stanno crescendo ad un ritmo annuo compreso tra lo 0,5% e l'1%, pari a circa 23 miliardi di tonnellate annue di anidride carbonica, e le attività umane sono le maggiori responsabili dell'aumento della temperatura degli ultimi cinquanta anni. Con questo andamento la temperatura media aumenterà entro il 2100 tra 1,4 e 5,8 ¡C rispetto ai livelli attuali. Le azioni positive indispensabili per migliorare le politiche in atto riguardano diversi ambiti: la mobilità urbana, il trasporto di passeggeri di media e lunga distanza, il traffico delle merci. Rispetto alle merci poi, c'è bisogno di una politica che le sposti dalla gomma alla rotaia riducendo i tempi di percorrenza e facendo aumentare la competitività di questo settore anche per medie distanze. Occorre poi organizzare una più efficiente intermodalità nelle aree portuali con il trasporto su strada e ferrovia, mirare ad una migliore efficacia attraverso la creazione di catene logistiche multimodali utili ad eliminare il 40% dei viaggi a vuoto attualmente compiuti dai tir. Bisogna, insomma, considerare il settore dei trasporti come una delle priorità su cui intervenire sia a livello locale che a livello nazionale e internazionale.

Fabrizio Nardo
(Legambiente Pisa)

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L'economia locale come risposta alle storture dell'economia globalizzata

Sento la globalizzazione come una piovra. E mi attivo quando sento che abbraccia oramai tutti gli ambiti della vita economica e sociale attraverso l'impatto sull'ambiente dei cicli produttivi e del trasporto delle merci, la finanza sempre più virtuale e speculativa, le regole che determinano i ritmi e le condizioni lavorative e quelle che regolano la "libera" circolazione degli esseri umani sulla terra. Ma mi sento disorientata, e faccio fatica a trovare l'energia per continuare a lavorare per un cambiamento, quando i suoi tentacoli abbracciano, paralizzandola, quella che per semplicità chiameremo "economia alternativa", quell'insieme di organizzazioni/imprese alternative al sistema economico globalizzato/capitalistico. Che rischio vedo? Che perdiamo la lucidità nella lettura delle reali regole del gioco che reggono tutto il sistema: massimizzazione del profitto, legge del più forte, potere legato ai saperi e alle competenze. Ci stiamo chiedendo se le nostre azioni vanno ad incidere qui? Cresciamo a dismisura e, per dimostrare la nostra credibilità, venendo meno la dimensione personale di conoscenza e fiducia, dobbiamo ricorrere a certificatori esterni, che a loro volta per essere leggittimati a controllare dovranno avere qualcuno sopra ancora più "lontano" che controlla i controllori. Siamo orgogliosi di crescere con un incremento di fatturato del 40% alimentando una forte competizione sui prodotti a svantaggio delle piccole realtà, più deboli in una logica di contrattualità. Non siamo disponibili a mettere in circolazione e a disposizione i nostri saperi e le nostre competenze ma preferiamo alimentare relazioni di dipendenza che ci garantiscano potere. Spesso usiamo lo stesso linguaggio del sistema: "vertice-controvertice", "contiamo perché siamo tanti e abbiamo portato in piazza le masse", "essere più forti del nemico"... Aiuto!!! Come non cadere, anche se in buona fede, in questa trappola? Come uscire dalla miopia che ci fa perdere la lucidità per leggere l'efficacia delle nostre azioni verso un reale cambiamento? La strada che ho scelto io, in rete con molte altre persone, è quella di spendere le mie energie (economiche, psichiche e fisiche) lì dove posso davvero incidere, controllare e contribuire al cambiamento, misurare l'efficacia dei miei investimenti. Pertanto di fronte ad ogni mio gesto cerco di mettere una persona fisica, e non virtuale-impersonale. So che mettendo al centro la nostra relazione di conoscenza, stima e fiducia, possiamo insieme risolvere i problemi e le incomprensioni che nel rapporto astratto dell'economia globalizzata rendono necessaria la costruzione di un nemico. Voglio avere a che fare con uomini e donne che mi rendono conto del loro lavoro e a cui rendo conto della mia attività: solo se posso guardarli in faccia posso davvero costruire qualcosa. Pertanto il mio orientamento quando compro, quando lavoro, quando uso i miei risparmi, mi porta verso la mia comunità locale, dove tutto questo è sperimentabile quotidianamente. Oriento i miei soldi e le mie energie dove ho interesse, e il mio interesse è legato a doppio filo alla qualità della vita dell'ambiente sociale e naturale dove vivo. Moltissimi dei nostri bisogni, se ci organizziamo ed impariamo a conoscere il territorio in cui viviamo, possono trovare risposte vicino a noi. Abbiamo cooperative e piccoli produttori che hanno investito nell'agricoltura biologica nelle vicinanze: sosteniamoli! Organizziamo gruppi di famiglie che mettano insieme i loro bisogni e acquistino direttamente da loro (Andrea Saroldi - "GAS - Gruppi di Acquisto Solidali", EMI), superando la logica dei marchi di garanzia, ma mettendo al centro la conoscenza e la fiducia. Ritorniamo a consumare il più possibile prodotti di stagione e tipici della zona in cui abitiamo, evitando di contribuire ulteriormente all'inquinamento ambientale con pesanti trasporti di merci da un capo all'altro del mondo. Se facciamo parte di quella popolazione privilegiata che è in condizione di avere risparmi, possiamo utilizzarli per sostenere progetti con una ricaduta sul territorio. Siamo più ricchi in questa dimensione non se abbiamo sempre più soldi, ma se stiamo meglio con noi stessi e con le persone che ci vivono accanto. Perciò, non diamo solo soldi, ma usiamoli come strumento, occasione per costruire nuove relazioni sul territorio, che abbiano vita ben oltre la durata dello scambio finanziario (come le MAG - Cooperative di Finanza Etica, presenti in Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Lombardia). Se viviamo rapporti di buon vicinato la nostra vita sarà più semplice: saremo meno soli di fronte alle difficoltà e la condivisione renderà più gradevoli le cose da fare, anche quelle che non ci piacciono troppo. è possibile sviluppare una rete di persone che si conoscono e hanno fiducia l'una dell'altra, che naturalmente, per affinità ed empatia o in maniera organizzata (vedi esperienza REL - Rete di Economia Locale - dell'Associazione MAG6 di Reggio Emilia - e-mail: mag6@comune.re.it sito: www.mag6.it), cerchino di superare la logica del lavoro legato esclusivamente al reddito e sperimentino anche sistemi di scambio locale senza l'uso del denaro. Per assurdo, nel mercato tradizionale spesso non si riesce a soddisfare alcuni bisogni non perché non ci siano le competenze, ma perché manca denaro. Perciò, un elettricista momentaneamente disoccupato, può, avendo un lavabo guasto, ripagare un idraulico prendendosi cura del suo impianto elettrico. In un contesto in cui gli scambi avvengono in tal modo, è possibile, gradualmente anche se non semplicemente, ripensare il nostro rapporto con il denaro, con il lavoro e con il tempo. Se abbiamo bisogno di meno denaro per rispondere ai nostri bisogni, forse possiamo concederci spazi di libertà per ripensare davvero i nostri stili di vita.

Cinzia Melograno

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