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Erri De Luca

Argentina

Erri de Luca è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato per Feltrinelli: Non ora non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1993), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997) e Tu, mio (1998).
Ha pubblicato inoltre I colpi dei sensi (Fahrenheit 451, 1993), Prove di risposta (Edizioni Nuova Cultura, 1994) e Pianoterra (Quodlibet, 1995).
Per "I Classici" Feltrinelli ha tradotto e curato Esodo/Nomi (1994), Giona/Ionà (1995), Kohèlet/Ecclesiaste (1996) e Libro di Rut (1999).
Tre cavalli (1999) è il suo ultimo romanzo.

Argentina sono, nella storia di De Luca, luoghi e vicende che non vogliono abbandonare la mente di un uomo. Argentina sono ricordi di giovinezza, di fuga, spari, ferite, morti, che, molti anni dopo, in Italia, si intrecciano con l'incontro con Laila, la donna per cui quest'uomo, a cui restano solo avanzi di vita, è capace di provare nuovamente amore. Di fronte al ronzio della sua voce, vede le proprie parole uscire senza controllo, che lo riportano all'Argentina insanguinata dei suoi vent'anni: un paese dove, giunto per amore di una ragazza, rimane coinvolto nella furiosa guerra clandestina contro la dittatura. Dopo l'uccisione della propria sposa, buttata con le mani legate nell'oceano da un elicottero, l'uomo per salvarsi è costretto a fuggire, fino all'estremo sud dell'America: è qui che impara il rovescio geografico del mondo e comprende come quello toccato non sia il basso del pianeta, ma il principio, il culmine della terra. Molta fortuna dopo torna in Italia, non lontano dalla costa che guarda il Tirreno, e comincia il mestiere di giardiniere. Sta spesso in ginocchio e conosce la solitudine. Capisce che un albero ha bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Ha a che fare con due tipi di terra: quella facile che ha l'acqua sotto e quella che dipende dal cielo, che è magra, ladra, capace di rubare acqua al vento e alla notte. Riconosce in una donna la capacità di volere una persona spendendo tutta la sua volontà e vede nei suoi capelli il vento dell'Atlantico che scava onde lunghe. E infine racconta la sua verità con frasi brevi, essenziali, con l'umiltà di chi è sopravvissuto ma soprattutto con la poeticità di chi sa ancora amare la vita.
a cura di Angela Feo

"Argentina è un triangolo rettangolo che ha per cateto grande le Ande a occidente, per minore il cateto irregolare dei fiumi a nord e per smangiata ipotenusa l'Oceano Atlantico a est.
Argentina è lunghezza di tremilasettecento chilometri, tra ventuno e cinquantattrè gradi di latitudine sud. L'ultimo zoccolo d'America, condiviso col Cile, sta a soli dieci gradi dalla terra di Graham, corno del continente Antartide.
Argentina ha accolto quasi sette milioni di emigranti fino al 1939. Circa la metà erano italiani.
Dal 1976 al 1982 Argentina ha scontato una dittatura militare che ha prosciugato una generazione. Al termine mancheranno all'anagrafe circa quarantamila persone quasi tutte giovani, senza una tomba.
La dittatura collassa dopo la fallimentare invasione delle isole Falkland/Malvinas, circa mezza Sicilia, a più di trecento chilometri dalla costa. è la primavera del 1982.
Queste immensità di luoghi e di vicende riguardano accidenti occorsi a persone di questa storia".

"Mi ricapita amore, perciò penso al primo, mentre ripiglio il treno.
A vent'anni tento qualche amore scarso. Per una ragazza mi piglia desiderio di andare insieme a un cinema, per un'altra il desiderio di passseggiare in un'altra città. Le cerco, mi evitano, scrivo loro qualche lettera.
Mi mancano ma non smuovono amore.
Mi scordo di loro imparando a scalare montagne.
Poi incontro Dvora d'estate.
Ci sono creature assegnate che non riescono a incontrarsi mai e s'aggiustano ad amare un'altra persona per rammendare l'assenza. Sono sagge.
Io a vent'anni non conosco gli abbracci e decido di aspettare. Aspetto la creatura assegnata. Sto vigile, imparo a scorrere le facce di una folla in pochi istanti. Ci sono sistemi che insegnano la lettura veloce dei libri, io imparo a leggere una folla al volo.
La setaccio, la scarto tutta, neanche un grano di quelle facce resta nella retina. So sempre che lei non c'è, lei, la assegnata.
Non ho un ritratto in testa da far combaciare sopra una faccia, no, l'assegnazione non dipende dagli occhi, anche se non so da cosa. Aspetto d'incontrarla per saperne la figura.
Aspettare. Questo è il mio verbo a venti anni, un infinito asciutto che non sbrodola di ansia, non sbava speranza. Aspetto a vuoto.
Incontro Dvora in montagna. Io sto sulla parete del pilastro della Tofana di Rozes. E' mezzogiorno e la mia cordata di due sta nella sezione dei tetti.
Io sto faccia alla roccia e sto scavalcando il secondo tetto. Quando gli pianto il piede sopra Dvora grida il suo saluto, limpido più del mezzogiorno: "Olè". La voce mi piglia alle spalle e io la riconosco, è lei, la mia assegnata, lo so subito e mi pare anche di saperlo da prima che non è una faccia, ma una voce il segno che aspetto.
E mi volto verso l'alto e c'è solo il cielo e verso il basso e c'è il vuoto e lei dalla cima di fronte ripete lo squillo del suo olè e alza un braccio e io torco il collo e vedo un puntino di vita che sta dritto su un abisso di rocce sfasciate […] Mi da la mano e so che non gliela lascio più.
Dvora argentina sta viaggiando per l'Europa in premio del diploma.
Dvora, leggera dentro scarponi di vecchio cuoio abbronzato, mano arrossata dal cavo della via ferrata, ciglia sbiancate dal sale del sudore e sorriso puntato sui miei capelli scossi da un loro vento segreto anche dentro una stanza.
Vengo con te Dvora […] Amore di nozze tra noi succede solo in Argentina."

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