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La bella voce della bella Teresa

La storia dei Madredeus inizia a Lisbona, nell'estate del 1985. Pedro Ayres Magalhaes, bassista degli Herois do Mar, gruppo all'apice del successo, e Rodrigo Leao dei Sétima Legiao sentono la necessità di uscire dagli schemi della musica pop portoghese. Così, nei momenti liberi, si incontrano per comporre brani per due chitarre acustiche. Ben presto si uniscono a loro altri musicisti che condividono la stessa visione musicale ed un progetto.
Nell'ottobre del 1986, dopo varie ed infruttuose ricerche, i ragazzi trovano la loro voce. In un bar del Bairro Alto conoscono la bella Teresa Salgueiro, che sta cantando canzoni di fado, la musica che fa da colonna sonora alle notti di Lisbona rendendole magiche. Capiscono subito che la giovane Teresa è proprio il tipo di cantante che stanno cercando e così, dopo una breve audizione, la inseriscono nel gruppo. Intorno a loro si forma una sorta di "movimento" di giovani lisboeti che trasformano le prove in un punto di incontro e di scambio culturale.
I Madredeus usano come studio la stanza di un convento; dal nome di questo posto, Madre de Deus, prende nome il gruppo. Verso la metà del 1987 cominciano a circolare delle cassette dei Madredeus, che vengono notati ed invitati a suonare dal vivo in varie occasioni. L'entusiasmo dei musicisti e dei giovani che gravitano loro intorno convince il gruppo a "fare sul serio". Così Pedro prende contatto con i responsabili della EMI-Valentin de Carvalho ed i Madredeus iniziano ad incidere. Non c'è tempo di cercare uno studio, così decidono di usare come sala d'incisione il convento che li ha visti nascere. Nel giro di alcuni giorni registrano in digitale, con appena due piste, una ventina di brani. "Le nostre canzoni nascono quasi dall'improvvisazione, vengono create con calma, alcune cominciano come esercizi di perfezionamento strumentale".

Alla fine dell'anno viene pubblicato il primo album, Os dias de Madredeus. Il disco diventa subito popolare guadagnando moltissimi passaggi sulle radio della capitale ed ottenendo pareri positivi da parte della critica. Qualcuno intuisce che i Madredeus, nuovi e nello stesso tempo fortemente legati alla tradizione, rappresenteranno un nodo fondamentale nel panorama musicale portoghese.
Il primo disco verrà seguito da una numerosa serie che si svilupperà nel segno della maturazione artistica senza mai perdere le caratteristiche peculiari del gruppo: l'intensità e la raffinatezza, il virtuosismo mai fine a se stesso, il protagonismo del canto mai invadente. La voce di Teresa Salgueiro colpisce sempre, oltre che per la sua originale bellezza, per l'uso semplice ma sapiente che la cantante ne fa. Questi ingredienti rendono i Madredeus un gruppo il cui valore esce dai confini portoghesi per parlare un linguaggio universalmente riconosciuto ed apprezzato.
La svolta fondamentale avviene nel '94, quando incidono Ainda, che uscirà l'anno successivo. E' un disco eccezionale ed è la colonna sonora che accompagna le immagini del film Lisbon Story di Wim Wenders. La musica dei Madredues è perfetta per far respirare l'aria e sentire i suoni di uno spaccato molto particolare di Lisbona. Grazie ad Ainda, il gruppo fa un salto di qualità definitivo. La notorietà non cambia lo stile dei portoghesi, che rimane sobrio, discreto e incredibilmente affascinante. C'è comunque un solo modo per capire i Madredeus e apprezzarli ed è ovviamente quello di ascoltare i loro dischi. Lasciatevi avvolgere una volta soltanto dalla loro musica, dalla voce della bella Teresa, e ve ne innamorerete per sempre.

Antonio Minghi

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Garage Olimpo
Nel ventre marcio di Buenos Aires

Seconda metà degli anni '70. La dittatura militare argentina fa sparire chiunque sia in odore di propensioni democratiche. E' così che la giovane Maria, che fa parte di una rete clandestina di opposizione al regime ed insegna a leggere e scrivere ai cittadini dei quartieri poveri di Buenos Aires, viene un giorno prelevata dai corpi speciali dell'esercito e portata in un luogo di detenzione segreto, situato sotto il Garage Olimpo, per essere torturata dai militari, che vogliono estorcerle informazioni sui suoi compagni di attività politica. Lì lavora come aguzzino Felix, giovane soldato che vive a pensione, sotto falsa identità, proprio nella casa di Maria, di cui è innamorato. Tuttavia, egli non sapeva nulla dell'arresto della ragazza e, da quando la ritrova nella stanza delle torture, cerca di proteggerla per quanto gli è possibile. Mentre, fuori di lì, la madre di Maria cerca di ritrovare la figlia, scontrandosi con l'omertà e le menzogne delle autorità, la ragazza, per sopravvivere, si aggrappa a Felix diventandone l'amante e sprofondando in una relazione malata.
Il film è stato presentato a Cannes nel maggio 1999, ma in Italia è distribuito da pochi mesi. Opera politica, sceglie la strada della metafora. Il rapporto Felix-Maria/carceriere-vittima, emblematizza il rapporto potere-cittadino/dominante-dominato, ma, rispetto ad altre produzioni sul tema, non lavora sul legame di complicità che si crea tra le due parti, bensì su quello di avvilimento ed umiliazione comuni.
Se Maria è di fatto costretta a prostituirsi per sopravvivere, Felix è un uomo schiacciato dalla solitudine che riesce a tenere legata a sé Maria solo in virtù dei rapporti di forza.
Un film sulla solitudine del Potere che rende soli (e indifesi) anche coloro su cui si abbatte? Forse. Senza dubbio, un film sulla disumanizzazione che il Potere arreca a chi lo esercita e a chi lo subisce. Maria e tutti gli altri prigionieri sono solo delle larve umane che vagano nel sottosuolo come fantasmi, mentre Felix e tutti gli altri militari altro non sono che sadici e squallidi esecutori manovrati da una crudele entità che tutto domina. E sembra dominare anche il film.
Infatti, nonostante i protagonisti siano, tecnicamente, Maria e Felix, la sensazione è che il punto di vista sia in mano a quel Potere di cui sopra, che tutto vede e dovunque arriva impadronendosi dell'occhio della telecamera. Di qui movimenti di macchina ed inquadrature che mai possono coincidere con le soggettive degli attori sulla scena e sembrano appartenere ad una presenza intrusiva. Alcuni intermezzi costituiti da scene viste attraverso il filtro di telecamere di controllo e da soggettive da elicotteri che pattugliano la città stigmatizzano l'ubiquità di un Potere che, non potendo farsi amare dal suo popolo, altro non può che trasformarne la vita in un incubo. E da incubo sono anche le tonalità fosche e brune che si stendono sulla pellicola.
E la colonna sonora, con i rumori che rimbombano spaventosi e le musiche ora dissonanti, ora grottesche.
Marco Bechis, regista, soggettista e sceneggiatore (con Lara Fremder), rende magistralmente questo precipitare nell'incubo, dato che, attivista democratico, come Maria venne fatto sparire nelle prigioni della dittatura argentina e riuscì ad uscirne solo grazie al "potere contrattuale" del padre, cittadino italiano ed influente dirigente Fiat.
Un film da cercare e vedere, se nella scorsa stagione è sfuggito. Oltre a gustarsi un'opera di valore, ci si convincerà una volta per tutte del perché i vari Videla, Rios Montt e Pinochet meritino un processo.


Luca Zoppi

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