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Commercio Equo & Solidale
Una sfida da vincere

Il Commercio equo e solidale è un approccio alternativo al commercio convenzionale; esso promuove la giustizia sociale ed economica, lo sviluppo sostenibile, il rispetto per le persone e l'ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l'educazione, l'informazione e l'azione politica.
(Introduzione Carta dei Criteri del CE&S)
Chi scrive è una delle tante persone che hanno a cuore il Commercio Equo e Solidale. Da anni socio di una delle cooperative più serie di Roma, ha sempre sostenuto il CE&S e acquistato i prodotti in vendita nelle botteghe.
Ora però, come diversi altri, inizia a nutrire qualche dubbio sulla consistenza dell'iniziativa e a notarne alcune evidenti contraddizioni. Questo intervento non ha lo scopo di gettare discredito sul CE&S e su chi lo gestisce, piuttosto di invitare tutti gli operatori a riflettere sulle contestazioni avanzate e a intavolare una seria discussione.

Il Commercio internazionale è una realtà inamovibile. è pura utopia pensare di cambiare il corso della storia e dell'economia, dobbiamo allora adeguarci e cercare almeno di fare la scelta più indolore.

Produrre per esportare, sì, ma attraverso le cooperative (meglio se del commequo). E con minori passaggi possibile.
Importare sì, ma quali prodotti? Quelli che richiede l'opulento mercato del Nord, l'annoiato e forse un po' snob consumatore europeo o statunitense, che DEVE trovare nel suo bel supermercato (o nella sua bella bottega del mondo) ciò che VUOLE.
Quanti ne importiamo? Non importa, più si vende, più si fattura; meglio va la bottega, più sostegno si dà alla piccola cooperativa del Sud.
Ma di che prodotti parliamo? Non importa di quali prodotti parliamo, se sono essenziali o pura futilità, utili o inutili, se creano rifiuto o finiranno con l'essere presto rifiuto. Noi dobbiamo piazzare il prodotto, qualcun altro penserà poi a recuperare e riciclare, oggi siamo tutti un po' ambientalisti, chissà quante volte ci siamo trovati a ripulire parchi o spiagge.
Un pomeriggio di scarso transito, in bottega, un volontario inizia a riflettere.
Questo caffè arriva dalla Tanzania… lo produce una piccola cooperativa… ma perché deve utilizzare la terra per produrre il MIO caffè? Sono le leggi dell'economia, pensa, sì, la famosa globalizzazione… però è strano, questo contadino della Tanzania produce il mio caffè. E se io lo acquisto in questa bottega, lo aiuto (aiuto la sua cooperativa) a creare educazione sanitaria, istruzione, futuro... strano davvero, non comprendo perché il contadino non si tiene la terra e la utilizza per produrre il proprio cibo quotidiano. O per produrre e vendere al mercato locale, così da potersi permettere anche lui qualche piccolo svago. Eppure, spesso leggo di fame in Africa… invece no, la terra, la migliore poi, viene utilizzata per produrre caffè per il mio palato… ma che stupido, tanto quella terra non sarebbe mai sua, anche se non producesse per l'esportazione, prima o poi gliela porterebbero via. Per altre produzioni per l'esportazione… che però potrei ugualmente evitare; se ci riesco col caffè, figuriamoci con il karkadé e la quinoa! E poi, la lotta del compagno africano la potremmo sostenere da qui, con la pressione sulle imprese e sulle istituzioni. Mah…
E poi guarda qui, cioccolato fuso, nocciole, succhi di frutta… ma qualcuno non aveva scritto che dobbiamo ridurre i consumi? Che strano, eppure qui i tre quarti dei prodotti in vendita sono inutili. Sembra una fiera paesana… E poi, aspetta, ma le nocciole le posso comprare al paese di mio padre, i succhi di frutta con le arance della mia terra sono da competizione, anzi, la piccola cooperativa del paese sta quasi chiudendo.
Sì, e questi prodotti neanche a dire che ci arrivino per via telematica. Qui ci sono migliaia di aerei, navi, TIR, furgoni e furgoncini, per uno "sfizio" che arriva dall'altra parte del pianeta, e che potrei sostituire con altro prodotto a pochi chilometri da casa mia. Aspetta, cosa diceva quel documento di Wupp... no, non ricordo il nome, ma ricordo che lamentava l'eccesso di inquinamento da trasporto su strada. E noi vendiamo prodotti trasportati su quegli stessi TIR!

Mi sembra tutto così strano, ma c'è chi dice che esiste una cultura del gusto e dello scambio. Cara ci costa! E adesso che le dico alla signora, "compri questo ottimo miele che arriva dal Cile"? Ma come, se a cento metri ne trova un altro prodotto qui vicino… Sulla qualità posso garantire, sull'inquinamento provocato, no. E se questo è il prezzo da pagare…
Però, aspetta. Forse bisogna creare un'educazione al consumo, magari la signora capirà che questo è solo un segno, un messaggio. Però i messaggi arrivano col computer o col fax, non col TIR! Suvvia, comunque la lascio col suo bel miele e tutte le informazioni sul progetto. Lei andrà a casa e saprà finalmente tutto sulle disuguaglianze Sud/Nord. Come, da un barattolo di miele? No, aspetta, le ho dato la scheda, tutta sul miele... sì, e magari pretendo che da una scheda capisca tutto. Ma perché non le ho detto quali sono le imprese che fanno lucro su quel prodotto, quegli stramaledetti nomi che lei compra ogni giorno, di quella stessa impresa, magari sotto forma di detersivo o dentifricio. Come avrei potuto utilizzare meglio quest'occasione…

Sai che ti dico? Alla prossima riunione, io queste cose le dico. Non sono mica un bottegaio, a me di star qui a vendere, di aumentare fatturati, di creare "quadri" del commercio equo, proprio non mi interessa. Se sono qui è perché voglio che cambi la musica. Sono stanco di sentir dire che il mondo va male, vediamo un po' se è possibile puntare più diritto al cuore del problema.
In fondo, il diritto e le leggi esistono, anche in economia e a livello internazionale: forse siamo noi che ce ne siamo dimenticati.

Vincenzo Puggioni

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Affari e politica La sfida del commercio equo

L'interessante contributo di Vincenzo, presentato in queste pagine, pone l'accento su contraddizioni e problemi del commercio equo e solidale che vengono sentiti da molti volontari che operano in questo campo.
L'articolo è stato per me occasione per ripensare le ragioni della mia scelta di lavorare nel commercio equo, e di rileggerle alla luce di queste problematiche.
Quando cominciai a lavorare da volontario in una bottega del mondo (allora non si chiamavano ancora cosi), lo feci perché ero convinto che al centro dell'economia ci dovesse essere l'uomo e non il profitto.
Il CE&S mi sembrava (e mi sembra ancora) un valido strumento per portare avanti questa battaglia.
E qui, a mio parere, sta il nodo della questione: il commercio equo è un mezzo e non un fine della battaglia per una società più giusta.
Infatti, è puramente utopico sperare che il commercio equo si estenda piano piano fino a sostituire l'economia di mercato: il suo "bacino di utenza" è limitato, non ancora saturo ma limitato, e non si può pensare di raggiungere tutti, sperare di vedere le masse nelle botteghe del mondo o che i prodotti del CE&S soppiantino gli altri prodotti sui banconi dei supermercati.
Ma c'è di più: oltre che utopico è sbagliato. Un'economia globale che funzioni secondo il modello del commercio equo e solidale non è secondo me un'economia giusta. La produzione per l'esportazione, gli imballaggi, l'inquinamento sono tutte caratteristiche proprie anche del CE&S e andrebbero invece ridotte al minimo.
Per non parlare poi del superfluo, che spesso invade gli scaffali delle botteghe del mondo e che mal si concilia con un'economia di sobrietà.
D'altro canto non si può pensare di costruire un'economia migliore di questa dall'oggi al domani, né dimenticare che questo sistema economico lo abbiamo creato noi, e siamo sempre noi che abbiamo reso il Sud del mondo dipendente dalle esportazioni, distruggendo le loro economie di sussistenza per i nostri profitti: sarebbe ingiusto decidere ora che, siccome l'autarchia è meglio, noi (che siamo quelli che per secoli hanno tratto vantaggi da questo modello economico) ci chiudiamo su noi stessi lasciando il Sud del mondo al proprio destino. Dopotutto, il nostro commercio, oltre che equo, cerca di essere solidale...
E poi, lo sappiamo tutti, il commercio equo e solidale serve a veicolare un messaggio, è un potente grimaldello per scardinare la logica del consumismo a responsabilità limitata - compro, uso e me ne frego - che le multinazionali ci hanno messo in testa con la pubblicità martellante, agendo poi indisturbate col solo obiettivo del massimo profitto.
Il problema si presenta dunque quando insieme al prodotto questo messaggio non viene proprio veicolato, quando il volontario decade a bottegaio del mondo e la bottega diviene un posto dove comprare qualcosa di esotico o i regali di natale.
Una possibilità non certo remota, con cui chi lavora in questo settore si è sempre dovuto confrontare. Il CE&S ha due diverse anime, quella 'politica' e quella 'commerciale', che insieme costituiscono la potenza del progetto. L'idea, cioè, di non fermarsi ad una fase critica o semplicemente rivendicativa, ma di essere propositivi, dimostrando nella pratica come sia possibile realizzare sistemi economici fondati su valori diversi da quelli dell'economia di mercato.
Tuttavia spesso accade che il lato commerciale tenda a prendere il sopravvento: le urgenze e le scadenze del negozio, le emergenze finanziarie, i turni per tenere aperta la bottega, finiscono per occupare totalmente la vita delle associazioni e il limitato tempo dei volontari. E poi, vendere di più vuol dire avere più soldi per fare le cose, rendere più solidi i progetti di cooperazione, creare nuove cooperative. Ma per vendere di più bisogna pensare a strategie di marketing, essere più professionali, per mantenere anche quella clientela meno politicizzata e quindi meno disposta a tollerare le inefficienze di una bottega gestita da volontari e non da commercianti...
Un meccanismo perverso che rischia di far affogare il messaggio politico nella contingenza dei problemi commerciali..
E' invece fondamentale evitare che si verifichino derive di questo tipo e che la parte politica del CE&S rimanga ben viva.
Perché questo accada, il commercio equo va vissuto non come un fenomeno fine a se stesso, ma nell'ottica di una prospettiva politica più ampia, in cui componga uno dei tanti tasselli che possano contribuire alla costruzione di un'alternativa all'economia di mercato.
Questo deve essere l'obiettivo del CE&S: cambiare un sistema economico e politico che oggi è fondato sullo sfruttamento e sulla violenza e contribuire a gettare le basi per una società diversa, i cui valori siano la solidarietà, la giustizia, la nonviolenza.
Fare controinformazione, stare attivamente dentro le grandi battaglie che vengono portate avanti, contribuire alla costruzione della rete mondiale di resistenza al neoliberismo, sono obiettivi che il CE&S non deve mai perdere di vista, e che il singolo volontario deve avere ben presenti.
Solo in questa ottica di attiva partecipazione al processo di trasformazione della società, il CE&S può superare il groviglio di contraddizioni che lo attanagliano ed essere un potente strumento di lotta la cui forza è, potenzialmente, dirompente.

Piernicola Oliva

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