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Africa
Un continente alla ricerca di sè

Saranno in grado i popoli africani di uscire dalla spirale della crisi? Molti, di fronte al continuo deterioramento della situazione, sono pessimisti: in altre parole, ritengono che gli africani non siano in grado di risolvere i propri problemi. Questo "afropessimismo", diffuso anche in Europa, scaturisce da un'ottica angusta che, focalizzandosi sul presente, perde di vista il quadro d'insieme del processo storico.

Si ignorano, in particolare, alcuni fatti determinanti: i popoli africani hanno pagato con il proprio sottosviluppo lo sviluppo economico dell'Europa e del Nord America; hanno raggiunto l'indipendenza da pochi decenni, un tempo storico minimo in confronto agli oltre cinquecento anni di conquista e dominio coloniale cui sono stati sottoposti; hanno iniziato il nuovo cammino con gravi ritardi dovuti, oltre che a fattori endogeni, soprattutto al tipo di "sviluppo" portato dagli europei in Africa; sono stati fortemente condizionati, nel periodo postcoloniale, dalle politiche neocolonialiste attuate tramite le élite al potere, in particolare le caste militari.

Si ignora inoltre che la storia della conquista e del dominio coloniale dell'Africa è stata soprattutto storia di resistenza dei popoli africani, in diverse forme a seconda delle diverse situazioni; si sottovaluta la capacità, che essi hanno dimostrato, di sopravvivere con le scarse risorse lasciate loro dalle politiche di spoliazione e nelle disastrose condizioni provocate da tali politiche anche sul piano ambientale.

Si sottostima la ricchezza reale prodotta dai popoli africani, in quanto non si include nel PIL (Prodotto Interno Lordo) tutto ciò che viene prodotto, soprattutto con il lavoro delle donne, nel vasto campo della cosiddetta economia informale da cui la maggioranza degli africani trae i propri mezzi di vita; non si tiene conto, per di più, che i prezzi delle materie prime esportate dall'Africa sono mantenuti bassi dai regimi di monopolio od oligopolio esistenti sui mercati internazionali e dalle continue svalutazioni delle monete africane.

L'immagine di un'Africa incapace di progredire, che deve essere tenuta per mano dai paesi sviluppati per essere guidata sulla via dello sviluppo, distorce la realtà storica. In effetti i popoli africani hanno tale capacità, che viene però loro impedito di esercitare o esercitare appieno: il problema centrale esistente in Africa è dunque quello della democrazia, da cui dipende tutto il resto.

Pur assumendo la democrazia forme diverse nei diversi contesti sociali e culturali, non si può dire che esista una specificità africana per ciò che riguarda l'esercizio dei fondamentali diritti umani. E' evidente che in Africa, come altrove, sono necessarie forme di reale partecipazione delle popolazioni alle scelte di politica economica e sociale da cui dipende la loro vita; sono necessarie, allo stesso tempo, forme di convivenza nel reciproco rispetto, così da superare le contrapposizioni "tribali" fomentate dai gruppi di potere per i propri interessi.

"La verità è che non siamo ancora liberi - ha scritto Nelson Mandela nell'autobiografia- Abbiamo conquistato soltanto la facoltà di essere liberi, il diritto di non essere oppressi. Non abbiamo compiuto l'ultimo passo del nostro cammino, ma solo il primo su una strada che sarà ancora più lunga e più difficile".

Tale consapevolezza sta guadagnando terreno in Africa: da più parti si afferma la necessità di un rilancio del panafricanismo, che, dopo aver svolto un ruolo importante nella fase della decolonizzazione, potrebbe portare a forme sempre più avanzate di coordinamento e unificazione sulla base dei comuni interessi. In una prospettiva storica, la creazione degli Stati Uniti d'Africa, sotto forma di confederazione dei paesi del continente, non può essere considerata una pura utopia.

C'è però un altro ostacolo sulla strada che porta a un'Africa democratica e unita: se si esaminano le politiche reali che i paesi economicamente sviluppati attuano verso l'Africa (e non le parole con cui tali politiche vengono presentate), si vede che, mentre con una mano le si dà un sacco di grano, con l'altra si continua a svuotare il suo granaio.

In un'Africa le cui strutture economiche sono complessivamente deboli e dipendenti da quelle dei paesi sviluppati, la li-beralizzazione economica non si traduce in democratizzazione: a trarne beneficio sono infatti le oligarchie interne e i gruppi transnazionali che, acquistando le aziende pubbliche privatizzate, rafforzano il loro potere economico e, di conseguenza, la loro influenza politica. In tale quadro anche il passaggio da governi militari a governi civili non equivale necessariamente a un avanzamento della democrazia, se la stragrande maggioranza della popolazione resta nella condizione di povertà estrema e duro sfruttamento e quindi, di fatto, emarginata dai meccanismi decisionali.

Ma è proprio da quest'Africa, relegata in una sorta di "grande apartheid", che stanno emergendo nuovi fermenti sociali: dalle piccole cooperative, che nascono a milioni nelle zone rurali e urbane collegandosi attraverso reti informali, alle organizzazioni sindacali che si formano nelle piantagioni e miniere per affermare i diritti dei lavoratori; dalle lotte spontanee che sorgono dalle condizioni di miseria e degrado delle bidonville e dei villaggi ai movimenti politici organizzati.

E' impossibile prevedere in quali tempi e modi da questa miriade di piccole iniziative scaturirà la forza sociale, politica e culturale in grado di imprimere un nuovo corso all'Africa. Ma un fatto è certo: l'Africa sta proseguendo quello che Nelson Mandela ha definito il "lungo cammino verso la libertà".

Manlio Dinucci

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Alle radici del mal d'Africa

La colonizzazione politica dell'Africa fu accompagnata dalla colonizzazione economica. Iniziata verso la fine dell'Ottocento soprattutto in Congo e Sud Africa, essa trasformò profondamente le economie del continente subordinandole, nei primi tre decenni del Novecento, a quelle delle potenze coloniali e, in generale, ai meccanismi dell'economia capitalistica internazionale.

Le prime manifestazioni delle nuova economia si presentarono agli occhi degli africani sotto forma di strade, ferrovie e linee telegrafiche, simboli di una modernità che, per loro, si traduceva in una maggiore dipendenza dall'Europa. Esse servivano infatti a estendere la colonizzazione dalle coste, dove si erano costituiti insediamenti europei, alle zone dell'entroterra che offrivano le possibilità di sfruttamento economico.

Nel giro di pochi decenni l'economia coloniale si estese nel continente, imponendo nuovi rapporti di produzione che incisero profondamente nelle società africane. La trasformazione basilare fu quella che avvenne nella proprietà e nell'uso della terra. Nella maggior parte delle colonie, le popolazioni africane furono espropriate delle terre più fertili e delle aree forestali economicamente sfruttabili. Allo stesso tempo, furono espropriate delle ricchezze del sottosuolo, che divennero anch'esse proprietà degli Stati coloniali.
[…]

In generale, gli effetti più sconvolgenti non furono però provocati in Africa dalla colonizzazione demografica basata su grossi insediamenti di coloni europei (sulle terre espropriate agli africani, NdR), che restò un fenomeno limitato ad alcune aree, ma dalla colonizzazione economica, che trasformò sempre più l'Africa in esportatrice di materie prime agricole e minerarie. Perno di questo sistema erano le piantagioni e le miniere appartenenti a società europee, finanziate dai maggiori gruppi bancari e industriali e sostenute dalle rispettive amministrazioni coloniali, che assicuravano loro le condizioni più idonee alla realizzazione del massimo profitto.

Le piantagioni occuparono vaste estensioni delle migliori terre espropriate agli africani per produrvi monocolture destinate all'esportazione: cotone, caffè, cacao, canna da zucchero, palma da olio, agave, arachidi, agrumi ed altre colture commerciali. Come le miniere - in cui si estraevano sia diamanti che oro, rame, stagno e altri metalli anch'essi destinati all'esportazione - le piantagioni avevano bisogno, oltre che di grossi capitali, di una abbondante manodopera a basso costo. Questa veniva fornita da zone spesso lontane dai centri di produzione: ad esempio, gran parte dei lavoratori delle piantagioni del Tanganica (l'attuale Tanzania) proveniva dal Nyasaland, dalla Rhodesia del Nord, dal Mozambico e dal Ruanda-Urundi. Nelle piantagioni, così come nelle miniere, i salari erano mantenuti a livelli estremamente bassi e, per di più, venivano continuamente erosi dall'inflazione.

Pur svolgendo un ruolo chiave nella colonizzazione economica, le piantagioni assorbirono però solo una piccola parte della forza lavoro africana. In stragrande maggioranza, i contadini furono coinvolti nella trasformazione coloniale dell'agricoltura non direttamente come salariati delle piantagioni, ma, indirettamente, attraverso sistemi che li costrinsero a produrre nei loro campi le stesse colture da esportazione prodotte nelle piantagioni. Ciò avvenne soprattutto nell'Africa equatoriale, occidentale e centrale dove, a causa del clima insalubre, la presenza europea era molto limitata. […]

L'imposizione di questo modello economico incise profondamente nel tessuto sociale delle comunità rurali. Una delle prime conseguenze fu l'allargarsi del divario tra la condizione dei contadini e quella dei capi, ai quali lo Stato coloniale assicurava una serie di vantaggi perché, con la loro autorità, costringessero i contadini a coltivare la terra per le compagnie. […]

In tal modo, arricchendo i capi e impoverendo i contadini, il modello economico coloniale creava crescenti divari di reddito che dividevano le comunità a tutto vantaggio dello stesso dominio coloniale. […]

La materia prima agricola veniva scambiata o venduta dagli africani allo stato grezzo o appena lavorata, dato che in quasi tutte le colonie vigeva, almeno fino al 1935, il divieto di trasformarla in prodotto finito. Nel Tanganica alcuni agricoltori africani produttori di sisal (fibra tessile ricavata da una varietà di agave, usata per fabbricare cordami) riuscirono nel 1932 ad aprire una corderia, ma, appena i loro prodotti apparvero sul mercato di Londra, le proteste dei fabbricanti inglesi di cordami furono tali che l'Ufficio Coloniale decretò la chiusura della corderia, riaffermando il principio che l'Africa doveva restare confinata nel suo ruolo di produttrice ed esportatrice di materie prime. […]

[Tratto da: M. Dinucci, Geostoria dell'Africa, Zanichelli, 2000]

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