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Campagna Acquisti Trasparenti

Il 28 aprile scorso, mentre la Camera discuteva la fiducia al governo Amato, si è tenuta a Roma la manifestazione "Piccole Firme per Grandi Diritti" delle scuole elementari e medie che nei mesi precedenti avevano studiato il problema del lavoro infantile e della violazione dei diritti umani fondamentali nel mondo del lavoro. A conclusione di questo percorso sono stati preparati migliaia di disegni, lettere, cartelloni e striscioni indirizzati al Presidente della Camera on. Violante per chiedere l'impegno del parlamento per una legge in proposito.
Violante, che prima della crisi di governo aveva promesso di scendere in piazza a ricevere il materiale, era impegnato in aula e ha mandato il suo capo di gabinetto. Ha però ricevuto una delegazione della Campagna il 26 maggio, esprimendo apprezzamento per il lavoro svolto e dando la disponibilità della Camera per riutilizzare in qualche forma (mostra itinerante?) il materiale prodotto dai ragazzi delle scuole.
Intanto l'iter parlamentare del testo di legge proposto dalla Campagna va avanti: dopo alcuni mesi di stasi, il relatore nominato dalla Commissione Attività Produttive della Camera, on. Ruggeri, ha preparato un testo che proprio in questi giorni verrà presentato alla Commissione.
Il testo è focalizzato esclusivamente sul lavoro infantile (cosa insufficiente), ma è molto più avanzato di quello approvato nel Giugno scorso al Senato: ad esempio recepisce la proposta riguardo alla trasparenza delle aziende e fornisce all'autorità di controllo poteri reali.
Il momento è cruciale poiché occorre operare prima della fine di questa legislatura per evitare di dover partire da capo col nuovo parlamento.
Si rinnova quindi l'invito a continuare a spedire le cartoline per fare pressione sulla Commissione mentre sta discutendo il provvedimento, e sul Senato in vista del suo prossimo coinvolgimento.
Sarebbe utile contattare al più presto i singoli parlamentari della commissione, meglio se nei loro collegi da parte dei loro elettori, per chiedere un impegno diretto affinché venga presto approvata una legge efficace.

Per informazioni:
www.manitese.it/trasparenti
coordinatore della campagna
Filippo Mannucci
mannucci@manitese.it
Per richiedere le cartoline:
Mani Tese
manitese@manitese.it
tel. 02-4075165
Centro Nuovo Modello di Sviluppo
coord@cnms.it
tel. 050-826354


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SmobiliTebio

In molti il 25 maggio hanno sfilato a Genova da piazza Verdi a piazzale Kennedy; il corteo si apriva con la parola d'ordine "Quando il mondo è in vendita, ribellarsi è naturale", preceduta da un DNA transgenico semovente; dietro seguivano i sindaci dei 15 Comuni antitransgenici.
Davanti ai cancelli della Fiera di Genova giovedì mattina erano presenti Legambiente, WWF Italia, LAV, le botteghe del commercio equo e solidale, centri sociali, e molte altre realtà ancora.
Chi si trovava là ha faticato a riconoscere quanto visto con i propri occhi nelle immagini trasmesse in televisione. Vediamo allora di essere noi che abbiamo partecipato a dare un resoconto dell'accaduto, scavalcando le testimonianze, purtroppo in malafede, della maggior parte dei media.
Sarà anche un modo per far il punto dei piccoli e grandi successi effettivamente raggiunti, spesso altrove trascurati. Gli scontri ci sono stati, è vero, ma sono durati un paio di minuti e si possono considerare completamente estranei allo spirito della manifestazione; e Genova era assediata, certo, ma dalle forze dell'ordine!
Parlare di una Seattle italiana è sicuramente esagerato. Forse i lavori del convegno non sono stati bloccati troppo a lungo, ma qualche risultato si può dire di averlo ottenuto, se già prima della manifestazione il Ministro delle Politiche Agricole Pecoraro Scanio aveva tolto il proprio patrocinio a Tebio e il Ministro dell'Ambiente Bordon aveva declinato la partecipazione alla tavola rotonda; mentre neanche il ministro dell'Industria Letta, della Sanità Veronesi e della Ricerca Scientifica Zecchino, benché inseriti nel programma del mattino, si facevano vedere.
Anzi il ministro della Sanità ha comunicato a Mobilitebio la sua intenzione di formare un Osservatorio sul biotec, in cui siano rappresentate le Organizzazioni Non Governative (ONG).
Per il momento bisognerà continuare a combattere la propria battaglia quotidiana per evitare di ritrovarsi alimenti ogm nel piatto, ma tutto sarebbe più semplice se si cominciasse a richiedere una quota sempre maggiore di produzione biologica: avete notato che in questo periodo molti supermercati sono stati invasi da prodotti biologici firmati da grosse marche?
Bisogna insistere per avere la possibilità di scegliere realmente, e un buon sistema sarebbe quello di portare avanti, nei propri luoghi di residenza, la "Campagna per il Comune Antitransgenico", che si pone come obiettivo "la creazione di un circuito di Comuni che si oppongano alla coltivazione e/o sperimentazione sul proprio territorio di nuove varietà di vegetali e allevamenti di animali creati in laboratorio con la manipolazione genetica" riconoscendo che "aver consentito la brevettabilità degli organismi ottenuti da modificazioni genetiche, ha di fatto creato la condizione per una concentrazione di potere nella produzione e distribuzione degli alimenti mai esistita prima d'ora".
Per informazioni e contatti:
Tebio
www.rfb.it
www.tebio.it


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L'attività umanitaria di Emergency

Scorci di un mondo in guerra

Guerre. Mine antiuomo. Nove volte su dieci vittime civili. L'ultimo secolo ha dato il via a un nuovo modo di fare la guerra, una strategia voluta e pianificata per sfruttare al meglio le nuove tecnologie belliche, ma anche adottata dove il conflitto si sviluppi casa per casa, strada per strada con fucili o machete. Il mirino scavalca armi e combattenti nemici, passa volentieri e intenzionalmente oltre, per inquadrare tutto ciò che rappresenti la capacità produttiva, le risorse avversarie. Vengono presi di mira centri industriali o di produzione di energia, elementi di comunicazione come strade e ponti, la popolazione tutta, colpendo al cuore la possibilità della nazione avversaria di essere pericolosa, creando una folle scia di morte e massacri o, volentieri quando possibile, una moltitudine di mutilati, ciechi, handicappati come peso aggiuntivo per il futuro della società del nemico.
è questo ciò che Emergency vede ogni giorno sulle terre nelle quali costruisce centri chirurgici, di riabilitazione, di costruzione protesi; una verità nota a tutti coloro i quali non vogliano fermarsi alle poche notizie che i media più importanti scelgono di diffondere.
Emergency opera in alcuni dei teatri di guerra più crudeli di questi decenni, zone in cui ormai la guerra è uno dei tanti aspetti della vita quotidiana delle popolazioni, ma anche in paesi, come la Cambogia, in cui gli strascichi che i conflitti si lasciano alle spalle, soprattutto in termini di sofferenze fisiche, sono altrettanto pesanti.
Osserviamo più da vicino alcune di queste aree in cui Emergency è ormai da tempo una presenza attiva.

Kurdistan iracheno
Tre milioni e mezzo di abitanti e otto milioni almeno di mine antiuomo (l'80% delle quali di produzione italiana) sparse nei campi coltivabili, sulle vie di comunicazione, lungo i corsi d'acqua, nei cimiteri, ad attendere chiunque desideri mangiare, spostarsi, bere o lavarsi, pregare i propri morti. I due centri chirurgici per vittime di guerra costruiti con e per la popolazione kurda a Sulaimania ed Erbil traboccano di storie interrotte da mine, esplosioni, proiettili ma anche malnutrizione e freddo. Spesso, per fortuna, si riesce a far ricominciare queste storie. Bambini che conoscono la guerra guardando il proprio corpo e che tornano subito a sorridere e presto a giocare e correre con le protesi costruite nel Centro di Riabilitazione di Emergency.

Cambogia
Ma il dopoguerra non doveva coincidere con la rinascita, la ricostruzione, l'inizio della fine del dolore? La fine della guerra, la fine degli spari nelle foreste ha dato sì il via al ritorno di migliaia di profughi desiderosi di una nuova casa, di un campo da coltivare nelle terre abitate anni fa, ma ha lasciato l'aria piena di esplosioni. Esplosioni di mine antiuomo, decine ogni mese attivate mentre la gente disbosca, ara, porta al pascolo gli animali, gioca o ritorna a casa carica di speranza.
I tabulati del nostro centro chirurgico a Battambang, vicino al confine occidentale con la Thailandia, hanno subìto un incremento impressionante nel numero dei ricoveri a causa della "fine" della guerra, a causa di questo nuovo, volutamente tragico dopoguerra.

Afghanistan
20 anni di guerra. Cambiano i protagonisti, si succedono le generazioni, ma il risultato è lo stesso. Un milione di morti, quasi altrettanti handicappati o mutilati e almeno 4 milioni di profughi. Una vittima di guerra su tre è un bambino. Non di quelli che combattono, ma di quelli colpiti da razzi, bombe, proiettili e mine mentre fanno quello che dovrebbero fare tutti i bimbi del mondo: giocare.
Un paese oggi diviso in due, il sud occupato dai Talebani e il nord dal governo ufficiale presieduto da Rabbani e Massud. Due fazioni in conflitto e in mezzo la popolazione che cerca di sopravvivere priva di risorse. La strategia di terrore e controllo sulla popolazione attuata dai primi fa in modo di far apparire i secondi democratici e progressisti; almeno Massud permette che nel nostro centro chirurgico ad Anabah, a nord di Kabul, alle soglie della valle del Pansheer, chirurghi uomini possano operare donne e bambine!
è evidente lo stupore e l'imbarazzo dei ricoverati nel ricevere quelle che a noi sembrano le normali e necessarie cure da parte di medici e infermieri. Prima, se si era fortunati, potevano essere operati da paramedici senza anestesia e con strumenti più da falegname che da chirurgo, in una sala riscaldata bruciando palle di sterco, per poi affrontare una degenza senza medicinali e assistiti da qualche parente.
Fanno parte dello staff di Emergency del centro chirurgico di Anbah anche medici kurdi, così come chirurghi kurdi insegnano a Battambang ai colleghi cambogiani la chirurgia di guerra.
Qualcuno di questi ultimi potrebbe andare a rappresentare Emergency in Africa, in Sierra Leone, dove stiamo avviando i lavori di un nuovo centro chirurgico.
Ci teniamo a sottolineare questo modo di lavorare perché questo non è solo uno scambio professionale come fra manager di imprese del nord del mondo. Pretendiamo di affermare che sia qualcosa di più.
Un kurdo che va in Cambogia a curare chi salta sulle mine e a insegnare il mestiere a chirurghi cambogiani perché possano fare lo stesso in Africa è una straordinaria presa di coscienza di chi la guerra la conosce e la vive e si sente una vittima dello stesso meccanismo, una vittima di tutte le guerre.

Gianluca Liuzzi

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