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Il cosiddetto Vecchio Mondo venne per la prima volta a contatto con gli indios d'America circa 500 anni fa. Da allora fino ad oggi, costoro sono stati massacrati ed oppressi nella più totale indifferenza degli abitanti del Primo e Secondo Mondo. Tuttavia, alle soglie del 2000, gli indios si sono imposti con forza inaspettata al nostro immaginario collettivo di occidentali. Di loro ci colpisce la lotta contro la globalizzazione dell'economia e dell'oppressione, una lotta animata da una radicalità e da una sofferta umanità che noi possiamo intuire, ma difficilmente eguagliare. Forse perché noi non abbiamo alle spalle cinque secoli di annichilimento fisico e culturale, dovuti al solo fatto di non appartenere alla razza dei colonizzatori.
La parabola storica degli indios maya guatemaltechi (pagg. 22-23), dal primo colonialismo ai 36 anni di guerra civile, rappresenta efficacemente il calvario di tutti gli indios dell'America Latina ed apre questo dossier, che prosegue con un'analisi (pagg. 24-25) del significato dei movimenti indigeni di oggi e dei fraintendimenti che ingenera persino in quella parte dell'opinione pubblica occidentale che dovrebbe essere loro più vicina. Segue una riflessione di chi è andato in una comunità zapatista proprio per capire (pagg. 26-27). Il resto del dossier è affidato alla parola dei protagonisti della lotta india contro l'Ordine Globale. Troviamo così due interviste a leader dei movimenti indigeni ecuadoregno (pagg. 28-30) e cileno (pagg. 31-32), che rivendicano i diritti di popoli la cui identità è stata soppressa e negata, celebrandone la presa di coscienza. Infine, una sentita testimonianza del vescovo chiapaneco Ruiz (pagg. 33-34), che si sofferma proprio sulla presa di coscienza di un popolo dimenticato.
Queste sono pagine per chi in questa parte della terra lotta per un mondo migliore, ma sa che la sofferenza di chi ha subìto di più può insegnargli ancora qualcosa. Pagine per chi vuole provare a guardare tutto ciò che lo circonda da una prospettiva diversa. Pagine per chi vuole capire l'imporsi sulla scena di un popolo che avevamo dimenticato. Pagine per chi vuole capire il Risveglio Indio.

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Olocausto Maya
Gli Indios del Guatemala, simbolo di persecuzione

Quando Alfonso Portillo, nuovo Presidente del Guatemala, entrò in carica nel gennaio di quest'anno, promise di portare a termine l'indagine sull'assassinio del vescovo cattolico Juan Gerardi. Il vescovo era stato ucciso il 26 aprile 1998, due giorni dopo aver promulgato il documento "Guatemala: mai più!", un rapporto della Chiesa Cattolica che, attraverso 6.500 testimonianze personali, registra 422 massacri e migliaia di abusi dei diritti umani durante 36 anni di guerra civile, in cui più di 150.000 guatemaltechi hanno perso la vita.
Il presidente Portillo si sta effettivamente muovendo per mantenere la promessa e portare in tribunale esponenti del passato regime. Un primo passo, può darsi, verso un risarcimento storico e di giustizia alle popolazioni maya, le cui vicissitudini rappresentano forse il caso più evidente di una persecuzione sistematica ai danni degli indios perpetrata in ogni paese dell'America Latina dall'inizio del colonialismo ad oggi.
Prima della conquista spagnola, comunità maya con distinti sistemi socio-politici fiorirono in America Centrale. La conquista spagnola del 1524 fu una brutale sottomissione che cancellò moltissimi Maya e al tempo stesso introdusse nuove malattie che decimarono ulteriormente la popolazione indigena. I Maya che sopravvissero vennero spogliati delle proprie terre comunitarie e costretti a lavorare in piantagioni coloniali, spesso come schiavi.
Quando il Guatemala guadagnò l'indipendenza dalla Spagna, nel 1821, l'opportunità di riequilibrare la bilancia del potere in modo più equo venne affossata dai Ladinos, un misto di sangue spagnolo e indio, che parlavano spagnolo e formavano la spina dorsale di una potente e privilegiata minoranza tirata su dagli Spagnoli stessi. L'esclusione della maggioranza maya dai giochi politici ed economici permise di conseguenza alla popolazione ladina di plasmare un nuovo stato a protezione esclusiva dei propri interessi economici e politici. Ancora oggi i Ladinos sono padroni di un paese in cui, su 11 milioni di abitanti, il 65% è costituito da popolazioni maya che continuano a venir sfruttate attraverso un sistema di proprietà terriero ereditato dal colonialismo spagnolo. Infatti, meno del 3% della popolazione possiede il 65% delle terre coltivabili, mentre il 10% più ricco beneficia del 47% degli introiti nazionali, il 90% dei popoli indigeni vive sotto la soglia di povertà e la maggior parte dei rappresentanti politici è costituita da Ladinos. La CEH (Commissione per il Chiarimento Storico), la commissione ufficiale per la verità istituita per gli accordi di pace del '96, ha concluso che la struttura e la natura dei rapporti economici, culturali e sociali in Guatemala sono segnati da profondi esclusione, antagonismo e conflitto che sono un riflesso della sua storia coloniale.

La brutale guerra civile guatemalteca cominciò nel 1961, quando un movimento guerrigliero venne spronato ad entrare in azione in seguito al colpo di stato del 1954 spalleggiato dalla CIA, che spodestò il governo democratico di Arbenz. Infatti, nella visione della CIA, le riforme sociali avviate dal governo minavano gli interessi statunitensi. Per esempio, nel '52-'53, il governo aveva individuato il campo per una riforma agraria e le terre non utilizzate erano state espropriate e distribuite ai contadini, mentre la prima compagnia transnazionale in Guatemala, l'americana United Fruit Company, era stata nazionalizzata. Riforme del genere venivano anche viste come una minaccia alla stabilità di altri paesi confinanti. Dopo il golpe del '54, la legislazione, declinata come strumento di una campagna anti-comunista, mise al bando i vari movimenti sociali del paese e si risolse in un sistema politico restrittivo. La violenza, che crebbe progressivamente nei decenni seguenti, venne diretta dallo stato contro tutti coloro che combattevano per la giustizia e per una più ampia eguaglianza sociale, ma principalmente contro il popolo maya.
La repressione di marca statale durante la guerra civile raggiunse il suo apice negli anni '80, quando le Forze Armate Guatemalteche e le milizie civili adottarono la politica di "contro-insurrezione", un eufemismo per i massacri indiscriminati portati avanti specialmente nei remoti altipiani del paese, dove la popolazione maya era più vulnerabile. Stupro, tortura, sparizioni ed intimidazioni venivano comunemente applicati nella politica di "terra bruciata" dei militari, che, determinati ad annichilire ogni opposizione all'ordine militar-politico-economico dominante, sottoposero la popolazione ad un controllo fisico e psicologico totale. Il rapporto della Chiesa (REMHI) ha trovato i militari responsabili del 90% delle atrocità che ebbero luogo durante la guerra civile, terminata nel 1997, e che videro bambini come vittime nel 25% dei casi.
Roberto Tepaz Lopez, di etnia maya Kiche, ha lavorato col vescovo Gerardi al rapporto della Chiesa e afferma che esso "fa conoscere la nostra verità al mondo". In alcuni ambiti della società guatemalteca, quella verità ancora rappresenta una minaccia. Lopez afferma che "una delle ragioni dell'uccisione di Gerardi era il cercare di coprire questa verità". La brutalità della guerra aveva messo totalmente a tacere la popolazione e la paura di parlare apertamente era stata instillata per decenni. Alla pubblicazione del rapporto, il 24 aprile del '98, il vescovo Gerardi disse: "Come chiesa, ci siamo collettivamente e responsabilmente assunti il compito di rompere il silenzio che migliaia di vittime di guerra hanno mantenuto per anni".
Per come la vede Roberto Lopez, perché il Guatemala cominci a guarire le ferite del passato, bisogna che si insedi una giustizia rigeneratrice ma priva di vendetta: "bisogna che si riconosca se le ferite stanno ancora sanguinando o no". Come puntualizza il rapporto, "la memoria ha una chiara funzione preventiva. Il prevenire il ripetersi di una tragedia dipende ampiamente dallo smantellamento delle strutture che hanno reso l'orrore possibile".

Sarah MacDonald
Giornalista RTE- Radio/Televisione
della Repubblica di Irlanda

[traduzione: Luca Zoppi]

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L'irrducibile alterità
I movimenti indii e l'Occidente anti-liberista

Quando in un dibattito o in una discussione si nominano Marcos e gli zapatisti, si trova puntualmente qualcuno, in genere di sinistra, che storce il naso. Come è possibile, ti dicono, che il rovesciamento dell'esistente (la rivoluzione mondiale!) possa venire da laggiù, dalla selva messicana, da quei poveracci di indigeni o da quell'esibizionista del "subcomandante"?! Certo, sono simpatici, nessuno lo nega, li vogliamo aiutare, ma… Qualche mese fa, poi, mi accadde una cosa simile in un dibattito all'Università di Pisa: a duecento studenti in attesa di parlare di Seattle, per provocarli un po', dissi che, secondo me, era più importante quel che era accaduto in Ecuador, il levantamiento di gennaio e i municipi autogovernati, e… avvertii subito un muro di gelo. Gli studenti erano scontenti e per nulla convinti che quel paese lì, l'Ecuador, di cui avevano a malapena letto a proposito di un "golpe indio-militare" fosse più importante, addirittura, degli spettacolari scontri di strada che avevano appena visto nel video girato a Seattle da indipendenti.
Come si spiegano, queste due reazioni parallele?
Le persone di sinistra, comunisti o ex o post, si paralizzano come muli su una questione che chiamerei "del grado di sviluppo". E' vulgata corrente da oltre un secolo, nelle sinistre europee, il fatto che allo "sviluppo delle forze produttive" debba corrispondere più civiltà in generale, e più forza e organizzazione degli avversari del capitale. Non è ammissibile, insomma, che la prima e più vistosa lacerazione del tessuto della globalizzazione neoliberista si produca nei margini dei margini, in popolazioni non solo "sottosviluppate", ma addirittura fuori dello "sviluppo".
Quanto agli studenti di Pisa, be', lì il meccanismo è molto più moderno: è la potenza delle immagini (della tv, soprattutto), che, come argomenta ad esempio Ignacio Ramonet, hanno sostituito, nell'immediatezza e nella sensazione del "live", la comunicazione scritta.
Ed è questa una trappola in cui è molto facile cadere, benché, poi, competere con i media sul modo in cui i movimenti vengono raccontati, sia una parte essenziale del conflitto nel nuovo contesto, come lo stesso subcomandante Marcos dimostra.
Ma insomma, il fatto di fondo è che, oltre le macerie del Muro di Berlino, al di là delle rivoluzioni fallite del Novecento, abbiamo ritrovato i campesinos di Francisco Villa ed Emiliano Zapata, in un curioso cerchio lungo un secolo, aperto e chiuso da rivoluzioni messicane. E, da lì, il contagio si è esteso al resto dell'America latina: non solo l'Ecuador, ma il Cile e il Venezuela, la Colombia e il Guatemala. Sono quelle persone che, come ha scritto Noam Chomsky, hanno fatto una resistenza a qualcosa che era terribile come il nazismo, ossia il colonialismo europeo, solo che la loro resistenza è durata non due o tre anni, ma cinquecento e più. Si può perfino sostenere che, in un'altra curiosa coincidenza temporale, l'emersione del movimento indigeno sia avvenuta intorno alle commemorazioni per il cinquecentesimo della "scoperta" dell'America, nel 1992, appena tre anni dopo la caduta del Muro e un anno dopo il crollo dell'Urss e la guerra del Golfo, atti di nascita del "Nuovo Ordine Mondiale" (che poi tanto ordinato, appunto, non è).
Per capire come i movimenti operai, nell'Europa del secolo scorso, si siano formati, come si siano organizzati, in base a quale coscienza individuale e collettiva e in quale contesto culturale e politico, i teorici comunisti e socialdemocratici hanno penato decenni, senza arrivare a conclusioni certe. Lo stesso accadrà, probabilmente, per i nuovi movimenti contro questo genere di globalizzazione, nel futuro. Ma, nel caso degli indios, sono evidente la loro irriducibile alterità (linguistica, culturale, sociale e comunitaria), mentre la globalizzazione frantuma le identità nazionali e tende ad omologare costumi e culture, e il fatto che si trovino al margine, o al di là del margine dello "sviluppo", nel momento in cui il liberismo ha rovesciato il paradigma e trasformato la crescita economica in impoverimento (del legame sociale, del lavoro, del contesto ambientale): queste due caratteristiche degli indios hanno di colpo riproposto la loro via come attuale, come possibile e attraente. Non parlo, ovviamente, della grande povertà, ma di un rapporto virtuoso con la natura; delle forme comunitarie di decisione; delle tradizioni come collante sociale.
Non è senza ombre, tutto questo, com'è naturale: il ruolo delle donne, ad esempio, o la possibilità di essere "usati" per scopi politici altri (avviene anche in Chiapas), sono pesi che gravano sulla vita delle comunità indigene. Ma per l'altro verso, e per citare un fatto solo, l'esperienza dei municipi autonomi zapatisti in Chiapas o, in ben altre dimensioni, quella delle municipalità autogestite dell'Ecuador sono indicazioni preziose di percorso nel momento in cui la progressiva sottrazione di sovranità agli stati nazionali corrode il modello liberale di democrazia, che è poi la sola che l'Occidente abbia conosciuto.
C'è da aspettarsi ancora molto, dagli indigeni latinoamericani: in quel continente, oggi, si è aperto un conflitto i cui esiti sono sospesi, ma nel quale uno dei contendenti, gli indios, ha scelto di giocare su un tavolo assai diverso da quello delle guerriglie degli Anni Settanta. I movimenti indigeni non competono per il potere, e non organizzano lo scontro di forza. Piuttosto, promuovono su scala più ampia la democrazia comunitaria, e riempiono dall'interno le scatole vuote (svuotate dal liberismo) che sono le democrazie di quei paesi. E parlano un linguaggio che molta parte delle società civili può intendere. Perciò è tanto difficile colpirli, eliminarli, cancellarne la presenza. Perciò noi occidentali a disagio abbiamo molto da imparare, dai discendenti dei maya e degli incas.

Pierluigi Sullo Direttore responsabile di Carta

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Chiapas, La Realidad
Riflessioni dalla prima linea del fronte anti-liberista

"Da ogni viaggio sono tornato con il ricordo di qualcuno più che di qualcosa. Ho una conoscenza dei luoghi attraverso i racconti di uomini e donne incontrati lungo il cammino, e con gli occhi della memoria rivedo più facilmente le espressioni dei loro volti anziché le bellezze di tanti paesaggi. E molti di loro sono diventati amici con cui non ho perso il contatto, [...] le passioni che ci accomunano: l'insopprimibile bisogno di contrastare il cinismo, l'intolleranza, il sopruso, l'arroganza dei vincitori di sempre. Alcuni hanno combattuto e stanno ancora combattendo con le armi tutto questo, tanti altri lo fanno ancora oggi con la parola scritta, con la musica, con il semplice (ma a volte costosissimo) rifiuto del silenzio".
(da Camminando di P. Cacucci)

Il nostro viaggio inizia a San Cristòbal de Las Casas. Partiamo di sera tardi, è più conveniente. Di notte è possibile riuscire ad evitare i controlli della Migra (polizia migratoria responsabile di centinaia di espulsioni) e noi viaggeremo tutta la notte, destinazione La Realidad. La strada diventa presto sterrata e la vegetazione s'infittisce presentandoci la selva. Il buio ci avvolge, la strada si stringe e diventa un susseguirsi di buche, curve, salite e discese per le quali il nostro abile guidatore procede non senza qualche difficoltà. Incontriamo due posti di blocco dell'esercito, con militari e blindati ben nascosti, mimetizzati con larghe foglie di banano. Ci fermano, ci controllano gli zaini e i documenti.
Non sono aggressivi con noi, si svolge una sorta di gioco impari, una pressione psicologica: sanno perfettamente dove siamo diretti, chi percorre questa strada non può che andare a La Realidad, eppure il rituale si svolge. E' l'alba, proseguiamo. Abbiamo appena superato Guadalupe Tepeyac, ora scendiamo. Un paio d'ore dopo, arriviamo a La Realidad. La Realidad è una comunità indigena situata in una meravigliosa valle della Selva Lacandona nel sud del Chiapas, Messico.
In questa regione l'etnia rappresentata è in maggioranza tojolabal. Ad attenderci all'entrata del villaggio ci sono alcuni uomini con il volto coperto. Controllano i nostri documenti e le credenziali, dopo ci fanno passare. Ad accoglierci è don Max, il responsabile della comunità per l'Accampamento Civile per la Pace, e un gruppo di compagni ospiti della comunità.
Sono circa le sette e trenta, ora zapatista. Benvenuti a La Realidad!
Qui, dal giugno '97, si sta lavorando ad un progetto che si propone di elettrificare la comunità mediante la realizzazione di un impianto micro-idroelettrico, di attivare un processo formativo-informativo rivolto alla comunità, appoggiandola concretamente nella sua rivendicazione di autogestione delle proprie risorse, in vista della futura gestione autonoma dell'impianto. Grazie al contributo volontario di gruppi, singoli e associazioni, e ai compagni della comunità Ruben, Miguel, Gregorio, Manuel, le opere civili sono state quasi completate, così come l'impianto di trasmissione e di distribuzione dell'energia. Manca "solo" la turbina.
Vivere nella comunità è stato istruttivo. Siamo schiacciati in una morsa, noi; là ti guardano ancora negli occhi, sorridono, salutano tutti e allo stesso tempo sono pronti a morire perché altri non debbano più vivere strisciando. Interrompi naturalmente ogni circuito automatico, instauri un rapporto essenziale con tutto ciò che ti circonda, vieni come proiettato in un'altra dimensione, ti disintossichi dall'ipocrisia. Penso di poter dire di essermi sentita a mio agio praticamente da subito. […]

Agire consapevolmente e in un luogo di conflitto lontano da casa propria presuppone una scelta politica e rappresenta una necessità concreta che oggi, in epoca di globalizzazione neoliberista, s'impone con forza sul territorio sociale. Internazionalismo significa anche costruzione di azioni di solidarietà con le lotte di movimenti, organizzazioni e popoli in chiave politica e non soltanto umanitaria, costruzione di ponti tra soggetti per molti aspetti diversi tra loro, ma uniti nella volontà e nella necessità di conquistare una profonda trasformazione dello stato di cose attuale.
La ribellione delle comunità indigene zapatiste del Chiapas stupisce per la modernità di una lotta che si è sviluppata in mezzo a uomini e donne che vivono un'antica oppressione e a cui il neoliberismo propone una morte per esclusione. La forza dell'EZLN non è mai stata nelle armi - "siamo diventati soldati, perché un giorno non ci sia più bisogno di soldati" - ma nella capacità di parlare ai popoli (le etnie indios), ad una nazione, il Messico, e all'umanità nel suo insieme, la società civile internazionale sempre più minacciata dalle leggi della giungla del "libero" mercato.
L'esercito ha collocato nella Selva e a Los Altos un numero di accampamenti sempre maggiore e sempre più vicini tra loro. Per queste strade non passa né il caffè né le mercanzie dei contadini, circolano veicoli blindati, carri armati, armi e soldati. Con i militari arrivano nelle comunità prostitute, droga e malattie. Mentre i politici parlano di pace e dialogo, l'esercito fa la sua parte in silenzio. Le istituzioni sono preoccupate dalla crescente influenza dell'EZLN in quella parte della vita politica nazionale che non passa per le elezioni. Un inaspettato vento di malessere sociale ha cominciato a soffiare in molte regioni del paese e, durante il loro lungo silenzio, i ribelli zapatisti hanno investito tempo ed autorità nel facilitare la ragnatela invisibile della resistenza popolare. Infatti per tutto il periodo della nostra permanenza nella comunità indigena di La Realidad, la Comandancia Insurgente ha ricevuto la visita di commissioni di maestri/e, studenti della UNAM (università messicana), lavoratori dello SME (Sindacato Messicano Elettricisti), archeologi e antropologi: questo si chiama confronto e dialogo, questo vuol dire costituzione di una rete nazionale contro il neoliberismo.

Barbara Celerini Ass. Ya Basta

"…è possibile che ci siano uomini e donne come noi, senza volto e senza nome, che lasciano tutto, anche la vita, perché altri bambini possano alzarsi ogni mattina senza parole da pronunciare e senza maschere per affrontare la vita. Quando arriverà quel giorno, noi persone senza volto e senza nome potremo allora riposare sotto terra… morti, certo, ma felici. Ci hanno definito come i professionisti della violenza. E' vero, siamo professionisti ma la nostra professione è la speranza…"

Subcomandante Marcos

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Levantamiento!
L'insurrezione ecuadoregna raccontata da una sua protagonista

Osservando quanto è accaduto in Ecuador all'inizio dell'anno ci sono tornati in mente i fatti del Chiapas del '94. Questo "tornarci in mente" implica che ce l'eravamo dimenticato e ciò dovrebbe bastare a farci vergognare. Allora ci siamo posti una domanda: perché sono proprio gli indios a dare vita agli unici movimenti rivoluzionari che prospettino qualche cambiamento positivo in America Latina?
Tanti altri latinoamericani scelgono la via più facile dell'emigrazione verso i paesi ricchi e non mostrano la fierezza dell'attaccamento alle proprie radici che hanno invece gli indios. Loro sembrano disposti a lottare per tenersi stretto ciò che per secoli hanno difeso nel silenzio: la propria cultura, la propria saggezza millenaria e la propria meravigliosa natura. Forse nel miscuglio di razze e culture creato delle innumerevoli colonizzazioni, gli indios sono stati gli unici a conservare la propria identità. E, in questo caso, noi avremmo molto da imparare.
Abbiamo voluto cercare di capire incontrando alcuni dei protagonisti di questi movimenti, come Rosa Alvarado, rappresentante della Confederazione Indigena dell'Ecuador, e José Naim, rappresentante dei Mapuche cileni, che abbiamo intervistato in due diverse circostanze. Inoltre, in occasione della sua visita a Pisa a fine maggio, abbiamo sentito la testimonianza del Vescovo Onorario Samuel Ruiz, che ha visto nascere il movimento zapatista del Chiapas.
L. C.

Rosa Alvarado, è la rappresentante della Confederazione Indigena nazionale dell'Ecuador (CONAIE), che a gennaio ha mobilitato milioni di ecuadoregni in una sollevazione pacifica (levantamiento). La rivolta è stata prontamente riassorbita dalle istituzioni, che, senza colpo ferire, sono riuscite ad estromettere dal potere conquistato indios e militari ribelli, riuscendo pochi mesi dopo a far passare uno dei progetti che, insieme a povertà e mancanza di democrazia, avevano contribuito a scatenare la sollevazione: la dollarizzazione dell'economia ecuadoregna.
Tuttavia, il levantamiento ha avuto l'enorme merito di riportare all'attenzione la disperazione dei popoli indigeni dell'America Latina oppressi dalla miseria.
In occasione di un dibattito tenutosi a maggio a Pisa presso il Circolo ARCI Agorà, a cui Rosa Alvarado era presente, le abbiamo posto alcune domande.

Quali sono i connotati sociali degli appartenenti alla CONAIE?
Nella nostra confederazione non ci sono solo le nazioni indigene, ma sono rappresentati tutti i settori sociali dell'Ecuador, anche quelli minoritari. Per far parte della CONAIE è necessario solo un requisito: essere ecuadoregni.

Quali sono le richieste inascoltate che vi hanno portato al levantamiento?
Noi chiediamo di avere il diritto all'educazione multiculturale, alla salute e a vivere nei nostri territori come hanno fatto i nostri nonni: per noi è fondamentale essere a contatto con la natura, per noi la vita è la natura. Proprio questo nostro modo di vivere ha permesso alle nuove generazioni di conservare le proprie radici e la propria cultura.
Purtroppo abbiamo fatto conoscenza dei meccanismi dello Stato, dei modi di fare dei politici e abbiamo capito che ci hanno usato come oggetti, facendoci accettare una cultura del colonialismo che non è propria dei nostri popoli. Da questa presa di coscienza è nata la CONAIE e, attraverso di essa, ora possiamo cercare alternative per i popoli delle nazioni indigene dell'Ecuador. Abbiamo ottenuto il riconoscimento necessario per far sentire le nostre opinioni davanti ai rappresentanti del governo senza bisogno di fare una rivoluzione. Almeno per ora, poiché siamo appena nati e stiamo cercando di crescere attraverso un processo di formazione e di presa di coscienza dei nostri giovani e delle nostre donne. E' da poco che abbiamo cominciato a capire la ripercussione delle leggi sulle nostre vite e a capire i diritti e le norme che ci tutelano; dopo aver capito questi meccanismi, si vedrà se sarà veramente necessario parlare di rivoluzione. Finora abbiamo fatto una rivoluzione culturale.

Qual è il vostro rapporto con le ONG europee?
La CONAIE, essendo una confederazione di indios che non dipende dallo stato né da nessun altro organismo ufficiale, non ha certo le risorse per poter aiutare materialmente le comunità indie nel loro sviluppo ed è qui che riceviamo un grosso aiuto dalle Organizzazioni non Governative (ONG), dalle quali otteniamo consulenza tecnica e a volte anche aiuto economico per la realizzazione di progetti specifici nel campo educativo, dell'organizzazione di comunità, dei diritti collettivi ed umani, dei progetti produttivi per il Commercio Equo e Solidale, della salute, ecc. Per noi tutto ciò è importantissimo perchè a beneficiarne sono direttamente le comunità locali, noi della CONAIE serviamo solo da canale.

Che risposta avete avuto dai mezzi di comunicazione di massa?
Negativa. I mezzi di comunicazione in Ecuador sono in mano a coloro che detengono il potere economico e quindi sono decisamente contro le azioni della CONAIE. Credo proprio che siano loro il primo nemico del popolo ecuadoregno. Essi non forniscono vera informazione, ci siamo sempre più resi conto di come l'informazione viene manipolata e distorta. Durante il levantamiento, i mezzi di comunicazione attribuivano alla CONAIE affermazioni false per cercare di creare scontento e disaccordo all'interno del movimento. Tutto ciò ha messo in rilievo la poca libertà d'informazione che c'è nel nostro paese. è importante cercare una forma di comunicazione alternativa con l'estero, è anche per questo che io sono venuta qui, per cercare di far sapere quale è la vera situazione dell'Ecuador.

Perchè, se avete accusato le cupole del potere militare di corruzione, avete accettato di essere affiancati da alcuni militari nel levantamiento? Non avete paura di essere strumentalizzati da loro?
I militari che ci hanno appoggiato non fanno parte di quella cupola sotto accusa. Il nostro rapporto con l'ambiente militare è la cosa più sorprendente del levantamiento: la partecipazione militare di cui lei parla, in realtà era fatta da solo sei rappresentanti che hanno avuto delle storie particolari. Quella del col. Lucio Gutierres è esemplificativa: egli conosce le reali condizioni degli indigeni e degli agricoltori in Ecuador ed è da questa consapevolezza che nasce la sua decisione di schierarsi con noi. Inoltre, loro sanno il modo in cui sono state mal gestite le risorse del paese e vogliono, come noi, fare giustizia. Ecco perché questi militari si sono uniti a noi, perché lottiamo contro la stessa cosa, perché anche loro, soprattutto quelli di basso rango, si sentono parte in causa in quanto sono anzitutto ecuadoregni.
Il fallimento del colpo di stato è dovuto alla sostituzione proprio del col. Gutierres, voluta dagli alti ranghi militari dietro pressioni degli USA. Comunque non crediamo di essere stati strumentalizzati, perchè il levantamiento è stato opera nostra e sono stati loro a volersi unire per partecipare.

Avete contatti con gli altri movimenti indigeni del continente?
Sì. Crediamo che sia di vitale importanza l'unione con altri movimenti dello stesso tipo e già da tempo abbiamo creato insieme a questi la Coordinación Indigena de la Cuenca Amazónica (COICA), della quale fanno parte movimenti indigeni di Bolivia, Brasile, Venezuela, Colombia, Guyana Francese e Suriname. Questo coordinamento cerca di tutelare l'identità india.
Abbiamo organizzato un incontro continentale dei movimenti indigeni aperto a tutti i settori sociali: si svolgerà nel mese di Novembre a Quito. In questo incontro vorremmo definire le strategie comuni per trovare i meccanismi che possano porre le basi per lo sviluppo delle nostre comunità in America Latina.

Perché quasi tutti i movimenti civili che promuovono il cambiamento in America Latina partono dalle popolazioni indie?
Io credo che ciò derivi dal nostro forte senso di appartenenza al luogo dei nostri antenati. Noi siamo profondamente legati alla terra in cui siamo nati, per noi la terra è nostra madre e perciò se vogliamo sopravvivere dobbiamo difenderla. Inoltre abbiamo preso coscienza di ciò che ci appartiene di diritto, come la nostra terra e la nostra cultura, e ora non ci lasceremo più usurpare.

Quali sono le vostre prossime iniziative?
Attualmente una legge ha sancito la sostituzione del dollaro statunitense alla moneta nazionale. Questa legge schiaccerà le già poverissime fasce deboli della popolazione. Noi abbiamo cominciato la raccolta di firme per chiedere che venga convocata una consultazione popolare sulla dollarizzazione dell'economia, sull'amnistia per gli arrestati durante il levantamiento, sullo scioglimento dell'attuale camera dei deputati e della corte suprema di giustizia e sulle privatizzazioni.
Non escludiamo un nuovo levantamiento, se le richieste del popolo non saranno ascoltate.

Lorena Campos

CONAIE
La sua nascita è stata promossa nel 1986 dalle comunità di tutte le nazionalità indigene dell'Ecuador, ed è quindi la loro massima rappresentanza nella lotta per un futuro di giustizia e di pace. E' una organizzazione autonoma, che non dipende da alcun partito politico né da istituzioni statali nazionali o straniere. Appoggia le lotte delle comunità e la costruzione di uno Stato Plurinazionale. La CONAIE ha ricevuto il premio internazionale per i diritti umani Lettelier-Moffit e il riconoscimento Goldman per la giustizia ambientale.

L'Ecuador in cifre
L'Ecuador conta 12 milioni di persone:
il 45% della popolazione è india, ma nonostante ciò non c'è un solo parlamentare indio a rappresentarli.
L'80% della popolazione si trova in stato povertà e il 54% di questa è sotto la soglia di povertà assoluta (meno di 1 $ al giorno). Il tasso di disoccupazione è al 16%, quello d'inflazione al 70%. Da aggiungere, alti tassi di analfabetizzazione e diserzione scolastica. Inoltre l'Ecuador registra la più alta percentuale di deforestazione di tutta l'America Latina

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Colonialismo, multinazionali e genocidio
La lunga lotta per la sopravvivenza dei Mapuche cileni

Perché vi schierate contro la globalizzazione?
Per gli indigeni d'America, la globalizzazione dell'economia e gli accordi economici multilaterali costituiscono una ulteriore minaccia all'esercizio dei propri diritti e libertà fondamentali.
Sono passati 508 anni dalla colonizzazione dell'America, ci hanno usurpato il territorio, ma, non contenti, vogliono appropriarsi delle ultime risorse che ci rimangono, cioè le conoscenze tradizionali, quelle proprietà intellettuali che ora i paesi "sviluppati" e l'industria farmaceutica mondiale vogliono brevettare, con danni irreparabili alla biodiversità e agli ecosistemi che noi popoli indigeni abbiamo finora saputo preservare e che ci danno il sostentamento quotidiano. La manipolazione e gli esperimenti genetici, che l'industria farmaceutica sta portando avanti, rompono l'anello della catena che costituiva la dignità umana. Noi indios siamo stati oggetto di diverse usurpazioni, sia delle nostre conoscenze, sia dei nostri geni, che sono stati utilizzati per realizzare esperimenti sull'immunità a certe malattie.

Non dovrebbero essere i vostri Stati di appartenenza ad accogliere le vostre rivendicazioni?
I governi latino-americani hanno aperto le porte al capitale, permettendogli di appropriarsi delle ultime risorse naturali difese dagli indios da tempo immemore.
Crediamo che la democratizzazione sia un processo ben lontano da ciò che c'è oggi in America, dove non c'è partecipazione della società civile né consapevolezza della diversità culturale. Gli Stati si sono dimenticati di essersi insediati in territori che da millenni appartenevano agli indios come, ad esempio, il nostro, Guail-Mapuche, dove c'è una gran quantità di aziende forestali a carattere multinazionale, e non vogliono assumersi i debiti storici che hanno verso questi popoli.

Quali sono le alternative che venite a proporre?
La nostra richiesta come popolo Mapuche è la restituzione della terra per poter perpetuare la nostra cultura.
Noi crediamo che ci siano alcuni elementi da prendere in considerazione, se si vogliono riconoscere i diritti e le libertà fondamentali dei popoli indigeni d'America: gli Stati devono riconoscere il diritto all'autodeterminazione dei popoli, diritto inalienabile che ci viene negato da più di 500 anni. Per questo chiediamo il diritto alla partecipazione nella vita dello Stato; in questo senso, il riconoscimento costituzionale è un ulteriore passo verso l'accettazione delle diversità culturali in America. La ratificazione degli strumenti di diritto internazionale applicabili alle popolazioni indie ha come obiettivo la regolamentazione delle risorse naturali oltre che il rispetto del sistema normativo indio, perché oggi in America ci viene imposto un sistema giuridico e istituzionale che non ha nulla a che vedere con le norme e i sistemi di acquisizione e mantenimento del diritto indigeno.

Noi crediamo che queste siano le forme più importanti per cambiare il cammino dei paesi in America latina e perciò stiamo lottando affinché le imprese multinazionali lascino il nostro territorio, perché queste aziende rappresentano una minaccia per i popoli indigeni d'America.
Quando nasce la lotta del popolo Mapuche?
La nostra lotta comincia dal momento dell'arrivo degli Spagnoli. Da allora cominciano i processi d'ingiustizia e di usurpazione continua e sistematica verso i nostri diritti fondamentali. Oggigiorno questo processo si è accelerato perché in America gli Stati non vogliono riconoscere le diversità culturali.
Per gli Stati la presenza dei popoli indigeni costituisce soltanto un problema e noi non vogliamo continuare ad essere un problema, vogliamo soltanto essere soggetti di diritto che possano contribuire allo sviluppo come abbiamo fatto in tutta la storia. L'impossibilità di fare ciò ha origine anche nell'istituzione di sistemi dittatoriali che hanno segnato l'amara storia della maggior parte dei paesi latino-americani. Le dittature militari sono state, infatti, terreno molto favorevole alla presenza e all'ingresso del capitale multinazionale in questi paesi. In Cile, dal 1973 al 1989, il governo di Pinochet aprì le porte a 21 multinazionali forestali, permettendo loro di appropriarsi del 95% del territorio dei Mapuche. Noi siamo una etnia di un milione e duecentomila persone (il 10% della popolazione cilena) e occupiamo uno spazio di 150.000 ettari, mentre, per esempio, la Angelini-Mate (multinazionale d'origine italiana) possiede 650.000 ettari di terra.
Un altro esempio della nostra lotta è quella contro la multinazionale spagnola ENDESA, che sta costruendo 6 dighe elettriche nel territorio Mapuche: la costruzione di queste dighe comporta la scomparsa di nove comunità indigene che sono sottoposte a un trasloco forzato.

Lei ha parlato di pericolo di genocidio…
Si, questo fatto rappresenta per noi un inizio di genocidio. Stiamo per presentare una accusa di genocidio a carico della dello Stato cileno e della suddetta multinazionale, poiché la convenzione internazionale sul genocidio è di chiara interpretazione dove dice: "costituisce genocidio l'impedimento dello sviluppo di una cultura". E questo è ciò che sta succedendo al nostro popolo. Anche i Mapuche dell'Argentina hanno un problema analogo con la Benetton, che sta occupando grandi distese di terra che appartengono alla comunità di quel paese.
Noi crediamo che la lotta indigena sia al di sopra delle frontiere degli stati perché dobbiamo resistere al sistema istituzionale cileno, ma anche al sistema istituzionale internazionale, che si sta appropriando delle risorse naturali che si trovano sul territorio dei popoli indigeni, a cui appartengono da tempi ancestrali.

Questo è ciò che José Naím, in rappresentanza dei Mapuche, è venuto a dirci e a chiederci. Ora sappiamo e d'ora in poi la nostra indifferenza avrà il sapore della complicità.

Lorena Campos

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La rivoluzione della partecipazione
La presa di coscienza degli indios nella testimonianza di Samuel Ruiz

Riportiamo qui i passaggi più significativi dell'intervento pubblico del Vescovo Samuel Ruiz presso il Municipio di Pisa, alla fine dello scorso maggio. Non abbiamo aggiunto alcun commento, sicuri che le parole del vescovo si facciano apprezzare al meglio abbandonandosi al loro fluire.

Quando quarant'anni fa ho dovuto decidere se accettare la diocesi del Chiapas, mi sono stati concessi solo cinque minuti per riflettere. Allora non sapevo neanche dove si trovasse San Cristobal de Las Casas. Fino a quel momento ero come un pesce dormiente, avevo gli occhi aperti ma non vedevo… Più avanti, sentendo per caso la conversazione di due uomini per strada nella località di Bachacón, mi sono reso conto di essere uno sfruttatore (c'era stata una richiesta di contributi per la chiesa in occasione delle cresime in quella parrocchia) e ho cominciato a pensare come potevo fare per porre questo denaro al servizio della comunità. è stato allora che mi sono svegliato.
Abbiamo cominciato, dopo il Concilio, a lavorare con i catechisti in un modo diverso, chiedendo loro di definire il ruolo del catechista, la carità, ecc. Si è creato un nuovo modo di ragionare nel quale attraverso le proprie esperienze si arrivava a definire le cose, anziché presentare concetti predefiniti.
Poi questo stesso modo di fare è stato portato nelle comunità. Gli indios hanno così partecipato alla formazione delle decisioni e questo è stato il primo passo per prendere coscienza dei loro diritti sia come singoli che come collettività. Per la prima volta hanno potuto dire la loro, hanno perso la paura [...]
C'è una cosa particolare nel modo di prendere le decisioni nelle comunità indigene, ed è quella di non ricorrere a votazioni, perché le votazioni creano divisione anziché creare accordi. In queste comunità si discute finché non si arriva a un accordo. Accordo, non prevaricazione. [...]
Quando c'è stata la rivolta nel Chiapas molti vescovi sono rimasti sorpresi perché si sono resi conto che ciò che era successo era frutto della disperazione, ma ora mi rendo conto che ciò è stato possibile solo perché avevamo chiesto agli indios la loro opinione. Da quel momento, sapevano di avere dei diritti, li hanno pretesi e, non avendo ottenuto una risposta, si sono esposti.
Gli indios del Chiapas non volevano prendere il potere, avevano solo bisogno di suscitare la partecipazione della società civile e l'hanno fatto in quel modo… Ora gli indios non hanno più bisogno di intermediari, ora possono parlare da soli, sanno di essere i soggetti della loro storia e non più oggetto di essa. Infatti, quando è stato chiesto loro chi fosse Bartolomè de las Casas hanno risposto: Bartolomè de las Casas è noi stessi perché lui ha diffuso la nostra parola quando noi non riuscivamo ancora a parlare, ma ora sappiamo farlo. Questo è vero, loro hanno ora bisogno di essere accompagnati più che difesi.

(Rispondendo a chi gli chiede se ritiene la rivolta del Chiapas una rivolta violenta)
Il movimento armato dal punto di vista cristiano non può essere giustificato. Anche se nel caso del Chiapas le armi sono state usate, vi ricordo che è stato solo per 11 giorni, non come in Honduras o in Guatemala dove le armi sono state usate per anni e anni. Il Movimento Zapatista non si è armato per controllare la situazione ma solo per farsi sentire. Oggi sono presenti nel Chiapas il 40% delle Forze Armate del Messico, ma nonostante questo non sono riusciti a far nulla…C'è il controllo militare, ma non quello delle coscienze, quello è gia stato seminato nel loro cuore.

(Rispondendo a chi gli chiede un bilancio del Movimento Zapatista dopo sei anni)
Non possiamo limitarci alla situazione del Chiapas. Questo riguarda tutte le comunità indigene del continente. La situazione dell'Ecuador sta dimostrando che proprio coloro che erano i più repressi e i più colpiti dal sistema ora rappresentano la speranza per cambiare la situazione.
Bisogna dire che c'è da noi un sistema molto oppressivo, a partire dal sistema economico che crea povertà che non dipendono dalle capacità delle persone. L'informatizzazione porta a una diminuzione dell'occupazione e tutto questo porta a una contraddizione, cioè si crea maggior produzione e meno mercato: questa è una situazione insostenibile, questo sistema pone in pericolo l'esistenza stessa del mondo. C'è bisogno di una globalizzazione, sì, ma della solidarietà. Per cambiare le cose potreste partire dal Terzo Mondo che avete qui nel Primo Mondo: le donne, i neri, gli asiatici che già vivono qua. Chiamateli a essere fattori e compagni nel cambiamento della situazione.

a cura di Lorena Campos

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