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Dietro il dolce cioccolato
L'amaro dramma dei produttori del Sud del mondo

Verso la metà del mese di marzo i telegiornali nazionali hanno trasmesso con una certa enfasi la notizia che un cambio nella normativa della Comunità Europea avrebbe permesso di vendere come cioccolato quello che fino ad allora era definito come suo ''surrogato''.
Iniziativa lodevole da parte dei giornalisti italiani, che si sono preoccupati di dare le dritte essenziali ai consumatori circa le nuove norme per l'etichettatura e di intervistare qualche artigiano locale, preoccupato per gli eventuali danni economici alla propria attività. Secondo questa lettura, lo scontro in sede europea era avvenuto unicamente tra le esigenze della grande e della piccola produzione, a svantaggio parziale del consumatore europeo.
Ma in nessuno dei servizi si è fatto il benché minimo accenno a coloro che in realtà subi-ranno il danno economico maggiore, ovvero i paesi produttori, tutti extra-europei. Né riferimento alcuno è stato fatto alla complessa tematica degli oli vegetali, che non sono tutti uguali ed assimilabili, né per valore nutrizionale, né per peso politico e situazione economica dei paesi di provenienza.
In realtà sono molti gli effetti collaterali nascosti dietro questa nuova ricetta del cioccolato agli oli vegetali. I fattori che più destano preoccupazione in sostanza sono due e sono legati da un lato alla salute dei consumatori e, dall'altro, a ragioni politico-economiche che si intersecano a livello globale.
Nonostante le mozioni presentate prima della decisione in sede europea, gli obblighi di dichiarazione nell'etichettatura dei prodotti al cioccolato contenenti grassi vegetali sono rimasti ridotti al minimo e sono stati relegati alla scritta in caratteri minuscoli, che riporta la lista degli ingredienti sul retro della tavoletta. Il cioccolato vero, fatto con burro di cacao e di qualità potrà, comunque, essere indicato come "cioccolato di qualità".
Ora, questi provvedimenti possono avere una qualche efficacia solo per il consumatore accorto, che abbia voglia e tempo per cercare le informazioni. Sicuramente la differenza non sarà visibile dal display o dai carrelli dei distributori automatici che imperano già nel Nord Europa, né dalla scaffalatura del supermercato.
Non è un caso, dunque, che le grandi catene di produzione abbiano lottato perché le indicazioni del nuovo ingrediente fossero nascoste dietro l'involucro.
La richiesta di un'indicazione chiara circa i componenti usati per formare una buona barretta, non accolta dal Parlamento Europeo obbediva invece a un principio di trasparenza nei confronti dei consumatori, che avrebbero così potuto liberamente scegliere un cioccolato più o meno buono, ma anche tra un alimento fondamentalmente sano e uno meno conosciuto, forse a rischio di contenere anche oli derivati da coltivazioni di piante trattate in modo particolare.
Si teme, infatti, che tra gli oli vegetali si faccia ricorso massiccio all'olio di palma, proveniente da coltivazioni dislocate in gran parte in Indonesia. Qui la palma da olio è sfruttata da grandi compagnie, di struttura fondamentalmente diversa dalla produzione di cacao africano condotta da imprese piccole e medie, che di fronte ad un aumento della domanda non è escluso possano fare ricorso a fertilizzanti chimici o ad organismi geneticamente modificati.
Ma soprattutto la decisione europea rischia di provocare serie ripercussioni sulle fragili economie dei paesi produttori di cacao, tra i quali i principali sono la Costa d'Avorio, il Ghana, la Nigeria ed il Camerun, ma anche la Malesia, l'Ecuador, la Bolivia ed il Brasile.
I prezzi del cacao sono già adesso meno della metà di quanto erano nel maggio 1998 (da 1.100 a 500 sterline alla tonnellata), seguendo una curva discendente iniziata nel corso degli anni Sessanta. Per gli 11 milioni di persone dell'Africa Occidentale che vivono dei proventi derivanti dalla coltivazione del cacao la situazione diventa sempre più disperata.
L'EFTA (European Fair Trade Association) ha stimato che la nuova direttiva europea porterà ad una perdita dei guadagni provenienti dall'esportazione di cacao tra il 12,5% ed il 20%. Perciò si è dimostrata in aperto dissenso dal Consiglio dei Ministri dell'UE, il quale, invece, ha dichiarato che questo era l'unico compromesso possibile. Una valutazione che sembra rispecchiata dalle forze politiche che hanno votato a favore, che, per quel che riguarda l'Italia, coprono l'arco dai Democratici di Sinistra a Forza Italia, senza i Verdi ma Lega inclusa.
Ma compromesso tra chi e per cosa? Certamente non tra le esigenze dei produttori e quelle dei consumatori. A differenza di quanto avvenuto per i prezzi alla produzione, il costo delle nostre barrette al cioccolato, di cioccolatini e creme spalmabili non è diminuito. Dunque diventa subito chiaro chi sono i beneficiari di questa direttiva e quali gli scopi ultimi che questa si prefigge.
La decisione della Comunità Europea apre uno spiraglio, che minaccia di trasformarsi presto in una porta spalancata, agli interessi delle grandi multinazionali che gestiscono il mercato dei prodotti al cacao.
Da un lato si sventola la bandiera della solidarietà con il Terzo Mondo, dall'altro si vota e si decide di ridurre alla fame 11 milioni di persone, svendendo la propria coscienza agli interessi di Mars, Nestlè, Suchard o Cadbury, che controllano il 74% della produzione del cacao europeo, o di Unilever e Karlshams, che in pratica controllano la produzione dei succedanei del cacao.
Dietro il dolce gusto del cioccolato, ora come in passato, si nasconde una amara realtà di sfruttamento perpetrata senza scrupolo alcuno sui paesi del Sud del mondo. Per permetterci il gusto di una barretta di simil-cacao, disponibile ovunque e a qualsiasi orario, per poche lire di spesa, in fondo qualcuno dovrà pur pagare…

Monica Baldassarri

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Leggi al gusto di cacao
Imbrogli e paradossi di una direttiva europea

La ormai famigerata Direttiva sul cacao emanata dal Parlamento Europeo è stata in questi mesi al centro di numerose discussioni, perfino sui grandi organi di comunicazione. Nell'articolo precedente facciamo il punto sulle questioni economiche e politiche che ruotano intorno a tutta questa vicenda e sulle conseguenze a cui milioni di persone nel Sud del mondo andranno incontro in seguito a tali provvedimenti.
Come molto spesso accade, però, il testo stesso di cui si discute, così come l'iter che a tale testo ha portato, restano sconosciuti ai più. Ecco allora la necessità di vedere un po' più da vicino di che si tratta.
La direttiva è stata approvata il 15 marzo scorso. Si tratta in effetti di una parziale revisione di un'antica direttiva della CEE, la 73/241, che già regolava queste materie, revisione che non è certo stata un fulmine a ciel sereno.
Già il 28 ottobre scorso infatti se ne erano gettate le basi, in seguito alla posizione comune espressa da Parlamento Europeo e Consiglio dell'Unione Europea, che elencava i principi guida a cui uniformarsi.
E' piuttosto interessante dare un'occhiata ad alcuni di tali "principi", che ruotano intorno - non c'è da sorprendersi - alla libertà di mercato e alla necessità di uniformare le norme che ne regolano l'acceso.
In particolare ai punti 2 e 3 si riconosce che già la direttiva 73/241 CEE, che avvicinava le legislazioni degli stati membri "è stata motivata dal fatto che disparità fra le legislazioni nazionali concernenti vari tipi di prodotti di cacao e cioccolato potevano ostacolare la libera circolazione di questi prodotti . . ." e aveva "lo scopo di fissare definizioni e norme comuni per la composizione, le caratteristiche di fabbricazione, il confezionamento e l'etichettatura di detti prodotti, al fine di garantire la libera circolazione all'interno della Comunità".
Allora perché modificare questa situazione? La risposta la troviamo al punto 4, dove si legge "è opportuno modificare tali definizioni e norme per tener conto dei progressi tecnologici e dei mutati gusti dei consumatori". Naturalmente nessuna spiegazione viene data del modo in cui tali gusti siano mutati e del nesso fra questa evoluzione e l'aggiunta di grassi vegetali al posto del cacao, a meno che non si voglia intendere che il consumatore europeo è ormai abituato a ogni sorta di manipolazione e contraffazione e assolutamente indifferente alla qualità e genuinità di ciò di cui si nutre.
Ancora meno spiegabili, se si volessero usare solo le armi della logica, sono i punti 5 e 6, che seguono direttamente quelli fin qui esposti: Il punto 5 prende atto che l'aggiunta di grassi vegetali al posto del burro di cacao è permessa, fino al 5%, in alcuni Stati membri. Al punto 6 si afferma che tale aggiunta "dovrebbe essere ammessa in tutti gli Stati membri". E' ovvio che l'invocata uniformazione delle regole si realizza solo in un senso, l'ipotesi di adeguare la normativa europea agli standard di fabbricazione in uso in paesi come l'Italia o il Belgio non è neanche presa in considerazione.
Che tipo d'informazione dare al consumatore? Niente paura, il punto 9 concede - e ne vedremo in seguito l'applicazione - che "è opportuno garantire ai consumatori una informazione corretta, imparziale e obiettiva in aggiunta all'elenco degli ingredienti". E per il cioccolato "vero", quello che ancora si fabbricherà col burro di cacao? Qui il punto 10 sfiora il grottesco, ed è indispensabile riportarlo per intero: "D'altro canto la direttiva 79/112 CEE non osta a che l'etichettatura del prodotto di cioccolato indichi che non sono stati aggiunti grassi vegetali diversi dal burro di cacao, purché l'informazione sia corretta, imparziale e obiettiva e tale da non indurre in errore il consumatore". Traduzione: per quanto produrre cioccolato genuino sia piuttosto scorretto nei confronti delle grandi multinazionali, c'è una vecchia direttiva che vi permette di rendere noto sull'etichetta del prodotto che, nonostante i mutati gusti dei consumatori, vi ostinate a usare il cacao.
Naturalmente dovete usare questa libertà con molta parsimonia e in modo da "non indurre in errore il consumatore", postilla piuttosto vaga e comunque assente nel punto precedente, relativo all'obbligo di comunicazione dell'uso di grassi vegetali.
A questo punto, il contenuto della direttiva approvata alcuni mesi dopo desta scarsa sorpresa, recependo in gran parte le linee guida espresse già nell'ottobre 1999. E' quindi il caso di soffermarsi per ora su alcuni punti fondamentali, primo fra tutti i grassi vegetali. L'elenco di quelli che potranno rimpiazzare il cacao è riportato qui sotto. Bisogna notare che in nessun modo il testo della direttiva garantisce che nella produzione dei grassi siano esclusi procedimenti di modificazione genetica, presto possibili per quanto riguarda, per esempio, l'olio di palma, che già viene prodotto con uso intensivo di sostanze chimiche.
Un altro punto importante, su cui cominciare a preoccuparsi per tempo, consiste nella rivedibilità delle decisioni prese. Dice il testo (art. 2, par. 4): "Entro 66 mesi la Commissione presenta, se necessario, una proposta di modifica dell'elenco (dei grassi vegetali, ndr) . . . . tenuto conto del risultato di uno studio adeguato sulle implicazioni della presente direttiva sull'economia dei paesi produttori di cacao e di grassi vegetali diversi dal burro di cacao." Tutto ciò significa che entro qualche anno il numero delle sostanze di cui è consentito l'uso potrà essere aumentato. Per quanto riguarda lo studio adeguato sulle implicazioni, chi fosse interessato a dare una mano in quest'ardua impresa, può comunicare al Parlamento Europeo la risposta a una difficilissima domanda: che conseguenze economiche subisce il produttore di una sostanza, se l'uso della sostanza stessa viene sostituito con altre che costano dieci volte meno e magari vengono anche prodotte altrove?
Ebbene, quello che abbiamo solo parzialmente illustrato, era il "miglior compromesso possibile".

Mario Bartelletti

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