Younis Tawfik

Com'è l'Italia vista dagli immigrati? Possono questi dirsi "italiani" dopo avervi vissuto per oltre vent'anni? Raccontare, infine, usando la nostra stessa lingua, il nostro paese e la loro esperienza di stranieri immigrati?
Il libro di Younis Tawfik, iracheno di Mossul, andato via all'insediarsi di Saddam al governo e arrivato a Torino, dove da due decenni conduce un'intensa attività di letterato, giornalista, docente universitario e animatore culturale (dirige il Centro culturale italo-arabo Dar al-Hikma), affronta tali questioni in modo sorprendente, rivelandoci con uno sguardo nuovo il rapporto degli stranieri con l'Italia. Il romanzo, scritto in un misto di prosa e versi (alla maniera delle maqamat irachene) e direttamente in italiano, parla dell'incontro tra un architetto iracheno "integrato" e la marocchina Amina, costretta a prostituirsi per sopravvivere, accomunati dal ricordo nostalgico delle loro terre, che rivivono attraverso efficaci flashback narrativi, e dalla passione per la cantante Umm Khaltum, la stella dell'Oriente.
Insieme romanzo, raccolta di poesie e saggio sull'integrazione, La straniera ha fatto incetta di premi, fra cui il Grinzane Cavour 2000 come migliore "autore esordiente".
Se ne consiglia un'attenta lettura al cardinal Biffi.

a cura di Salvo Viaggio


" Mio padre mi raccontava spesso della convivenza con gli ebrei, quando nella nostra città c'era ancora un quartiere loro. Nel campo del commercio erano i suoi concorrenti più temibili. La stoffa da loro costava sempre meno. Diceva che andavano a prenderla direttamente da un grossista ebreo al porto, che gli faceva dei prezzi speciali. In più, dopo la chiusura dei negozi, si caricavano tre o quattro pezze sulle spalle e giravano nelle vie per vendere porta a porta. Malgrado la concorrenza, mio padre era molto amico di quelli che stavano nei pressi del suo negozio, e si facevano dei dispetti solo per ridere. In particolare era legato a uno che aveva la bottega proprio accanto alla sua [...]
Un giorno, Ya'qub, questo era il suo nome, si era recato all'improvviso da mio padre, con le lacrime agli occhi. Il vecchio mi raccontava commosso la scena. L'ebreo, prendendogli la mano, gli aveva detto: "Senti, Shaikh Salih, devo dirti un segreto ma, da uomo d'onore, devi promettermi di non farne parola con nessuno."
Mio padre, sorpreso dalla frase, era uscito dal negozio per prendere l'amico sottobraccio e condurlo dentro, lontano da orecchi indiscreti. Pensava che il vicino fosse in difficoltà, e così gli aveva detto con voce rassicurante: "sta' tranquilli Ya'qub, ti do la mia parola d'onore. Hai bisogno di qualcosa? È successa qualche disgrazia?"

"No, no...Vedi, so che è un argomento non facile, ma sei l'unica persona di cui mi possa fidare." Dopo una pausa interrotta da sospiri e strette di mano, aveva proseguito: "Noi abbiamo deciso di lasciare il paese per andare a vivere in Israele, e per sempre..."
Il mio vecchio allora aveva trentasette anni, e la notizia gli arrivava a freddo, inaspettata. Accadeva quando ancora non si parlava di Israele. Temendo di non aver capito bene, lo aveva corretto: "Vuoi dire in Palestina".
"Sì, cioè quello che per noi è lo stato di Israele. Alcune persone della nostra comunità all'estero ci fanno pressioni per ritornare nella nostra Terra Promessa. Per noi è il ritorno alle origini. Sai, io sono nato qui, e questa è la mia terra, ma là ci sono il nostro spirito e la nostra storia. Io non vorrei andare, se vuoi la verità, ma le promesse sono stimolanti. Sono i ragazzi che insistono, e noi dobbiamo provvedere anche al loro futuro. Avremo finalmente un nostro stato e una terra tutta nostra."
Il discorso era del tutto nuovo per mio padre. Non riusciva a capire come mai la Palestina dovesse diventare Israele.
In tutta la sua gioventù, vissuta nel suo quartiere natale, adiacente a quello ebraico, non aveva mai sentito parlare di cose del genere. In tanti anni di amicizia con i commercianti ebrei del mercato, e in particolare con Ya'qub, non si era mai parlato di uno stato di nome "Israele". Per lui era assurda l'idea di lasciare la terra natale per andare in un'altra che non si conosceva neanche. Abbandonare la casa, il negozio, gli amici e i ricordi per una cosa che si chiamava "Terra Promessa".
Aveva cercato di convincere l'amico a cambiare idea. La loro discussione era andata avanti a lungo. Shaikh Salih scoprì allora cose mai pensate prima. Si era reso conto che stava accadendo qualcosa di grave mentre dentro il paese non se ne parlava neanche. Comprese che il regime di allora era complice nell'incoraggiare gli ebrei a lasciare il paese ed emigrare. Potevano partire, sì, ma senza portare nulla di prezioso con loro, solo una somma di denaro prestabilita. Non si capiva cosa stesse succedendo, ma dalle confidenze dell'amico ebbe chiare tante cose. Capì allora che la nostra vita sarebbe cambiata e che non ci sarebbe stata più pace, per anni, in tutta la zona. Avvertì che non ci sarebbe più stata un'amicizia come la loro, e forse neanche più tra loro stessi. Che forse avrebbero dovuto odiarsi a vicenda, per poi magari arrivare, un giorno, a ritornare a essere amici attraverso i loro discendenti, ma chissà quante generazioni dopo. "
" Passeggiando di notte, per la prima volta con una straniera, la mia città ha proprio un altro aspetto. Torino è "la mia città" perché non potrei definirla diversamente. Si diventa una cosa sola con la terra, gli alberi, i palazzi e con la gente, quando si vive a lungo in un posto. Con tutta la mia solitudine e le difficoltà che ho incontrato per integrarmi, posso dire che l'ho conquistata, e trovo che faccia parte di me, della mia storia personale. L'amo come la mia città natale e, a volte, mi sembra di vivere in due posti. Una parte di me è rimasta nella mia città d'origine, l'altra è rinata qui."

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