In viaggio con gli Acquaragia Drom


La storia degli Acquaragia Drom inizia grazie ad alcuni musicisti uniti dall'interesse per la ricerca musicale e per il viaggio che inevitabilmente la accompagna (drom in lingua romanè significa viaggio). "Quindici anni fa, in giro per i paesi dell'est europeo siamo entrati in contatto con la musica dei rom rumeni, ungheresi, bielorussi. Per gli zingari la vita è scandita, ritmata dalla musica in modo unico e sorprendente. Si suona per i battesimi, per i matrimoni, per i funerali, per le partenze e comunque ogni volta ci sia un buon motivo per stare insieme. In seguito abbiamo approfondito la conoscenza della musica zingara italiana, soprattutto del Molise e della Campania. Saltarelli, tammurriate e tarantelle si sono quindi affiancate a ritmi balcanici, ungheresi o polacchi". Gli Acquaragia Drom cominciano a portare avanti un progetto basato soprattutto sul suonare dal vivo. Solo sei anni fa la lunga esperienza accumulata si concentra nel loro primo disco: Zingari esce infatti nel 1995 e vede uniti la voce e la chitarra di Elia Ciricillo, l'organetto di Rita Tumminia, il violino e la tromba de' zingari (lo scacciapensieri fabbricato dai sinti vesuviani con il fuoco ed il ferro del vulcano) di Erasmo Treglia, la voce di Lila Cercel ed il clarinetto di Paolo Rocca.
Undici brani che raccontano storie semplici su trame musicali di grande impatto.
La musica degli Acquaragia Drom arriva, oltre che nei paesi europei, fino negli USA.
Gli Acquaragia Drom trovano sicuramente la loro collocazione ideale nelle esibizioni dal vivo. I loro non sono semplici concerti, ma vere e proprie feste che trascinano in danze sfrenate il pubblico. "Al di là dell'energia trasmessa reciprocamente e del divertimento ci sono comunque delle differenze: un pubblico italiano ascolta senza elementi critici rispetto al repertorio, per cui, se la musica riesce a coinvolgere, lo spettacolo funziona. Quando invece si suona nei campi-nomadi la gente si aspetta un repertorio legato alla tradizione della zona di provenienza. E spesso capita che dopo due o tre pezzi dobbiamo suonare altre cose, provenienti o comunque ispirate a tradizioni diverse. Così bisogna tirare fuori davvero tutto quello che si ha dentro per essere certi che lo spettacolo funzioni lo stesso".
Il fatto che gli Acquaragia Drom trovino riscontri positivi anche all'interno delle comunità rom e sinti ci dà un senso chiaro di come sia prezioso il loro fare musica. Ma quello che stupisce è la loro inesauribile voglia di scoprire o, meglio, di riscoprire orizzonti musicali che sono spesso relegati in dimensioni troppo marginali. Questo loro "cercare" li ha portati ad esempio a collaborare con i Taraf da metropulitana, rom rumeni dalle grandi capacità tecniche scoperti a suonare nella metropolitana di Roma.
Ed è grazie a questo "cercare" in un viaggio culturale continuo che avremo modo presto di apprezzare un nuovo lavoro degli Acquaragia. "In questo periodo stiamo lavorando in studio ad un disco che dovrebbe uscire a metà del mese di aprile con il titolo Mister Romanò. La maggior parte dei brani sarà scritta da noi pur rifacendosi alla musica degli zingari sparsi un po' ovunque sul territorio italiano. I brani che lo comporranno si legano fortemente alla vita musicale di rom e sinti e quindi ancora una volta si tratterà di ritmi e melodie in qualche modo fortemente vicini alla tradizione".
E sicuramente ancora una volta si tratterà di musiche ricche di fascino che trascineranno l'ascoltatore in un viaggio pieno di suggestioni.

Stefania Cappellini
Antonio Minghi

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Il testo si basa su un'intervista a Erasmo Treglia, registrata per la trasmissione Miraggi, in onda ogni mercoledì (ore 22-24) su Radio Incontro Pisa (fr. 107.75).

Sfruttati di tutto il mondo...

La visione di un film di Ken Loach non ha mai portato all'esperienza del sublime. Loach, infatti, è autore troppo politico, troppo manicheo per permettere alla magia del cinema di scorrere nelle sue pellicole senza appesantimenti. Tuttavia, la variazione spazio-temporale di due recenti lavori - Terra e Libertà (sulla guerra civile spagnola del '36-'39) e La canzone di Carla (sulla guerra civile del Nicaragua degli Anni '80) - ha immesso un po' di aria fresca nell'ormai asfittica celebrazione della classe operaia britannica contemporanea, dando luogo a delle produzioni pregevoli.
La formula è stata utilizzata anche in Bread and Roses (Pane e Rose), suo ultimo lavoro.
Protagonista del film è Maya, giovane messicana che immigra clandestinamente negli Stati Uniti per riunirsi alla sorella maggiore Rosa, che ha famiglia a Los Angeles. Maya riesce a farsi inserire nella Angel, ditta delle pulizie per cui già lavora Rosa e che tiene in ordine gli ambienti di un palazzo che è sede di banche e di altri potentati mondiali. Il personale, composto soprattutto di immigrati, lavora sottopagato e senza diritti riconosciuti sotto il bastone di un feroce inquadratore ispanico, che li taglieggia in cambio di favori.

Ma arriva Sam, giovane sindacalista che vuole convincere il personale della Angel a lottare per riconquistare salari più dignitosi, straordinari, ferie pagati e assistenza sanitaria, diritti di cui la categoria un tempo godeva e che ha perso negli anni della vittoria globale del mercato.
C'è chi aderisce entusiasticamente alla lotta, come Maya; chi la rifiuta perché ha paura di perdere anche il poco che ha, come Rosa; chi è indeciso...
Ma la battaglia sindacale inizia, e porta, tra sacrifici e momentanee sconfitte, ad una limpida vittoria.
A cavallo dell'epilogo, assistiamo ad un colpo di scena su Rosa e all'esito della parabola personale di Maya.
Loach ha detto nelle interviste che il film vuole essere un incitamento agli sfruttati a lottare uniti e solidali per quelli che sono diritti umani universali, cioè, come diceva Rosa Luxembourg, il pane, che soddisfa le necessità primarie, e le rose, che simboleggiano il più elevato bisogno della felicità. La globalizzazione ad uso e consumo dei potenti non è un destino ineluttabile e Davide può battere Golia.
Se i personaggi sono descritti quasi soltanto in funzione della prospettiva politica del film, tuttavia questa viene problematizzata molto di più che nella passata produzione, con una certa attenzione alle contraddizioni dell'essere contro, e ciò rende il messaggio più credibile, cosa assai utile al programma politico di Loach.
Dal punto di vista artistico, il film poggia sull'efficace sceneggiatura di Paul Laverty, abile nel miscelare momenti drammatici, comici e sentimentali, mentre la regia asseconda con mano leggera il crescendo della storia.
La fotografia definita e luminosa, la telecamera tenuta discretamente a distanza dagli attori e mossa morbidamente proiettano lo stile del regista nella sfera di una fiction più ariosa, sulla scia di Terra e Libertà e de La canzone di Carla e in allontanamento dall'approccio documentaristico del "periodo britannico", appesantito da immagini sgranate, da camere a spalla intrusive, asfissianti nel tallonamento degli attori sulla scena.
Certo, per Ken Loach il cinema resta arma politica contro gli oppressori di tutto il mondo, ma la piacevolezza artistica non dispiace a nessuno, neanche al popolo di Seattle, e lui, ultimamente, ha tutta l'aria di essersene accorto.

Luca Zoppi

Bread and roses (Pane e rose) Regia: Ken Loach Produzione: Gran Bretagna-Spagna-Germania, 2000.

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