Il focolare nazionale
A distanza di cinquant'anni da questa data e a cento dalla nascita ufficiale del sionismo, la realtà è quella di una Palestina in cui esiste una sola entità statale, quella d'Israele, che occupa circa il 77% del territorio e ha il controllo, almeno militare, del 70% di quello restante, a fronte di una popolazione ebraica che è all'incirca eguale a quella araba.3
I conflitti arabo-israeliani
Ma, nonostante la risoluzione 242 dell'ONU, che imponeva "il ritiro dell'esercito israeliano dai territori occupati", gli arabi cominciarono ad abituarsi all'idea di convivere con uno stato ebraico (e al mito della sua invincibilità) e gli israeliani a rifiutare quella di una qualsivoglia entità statale palestinese, che non fosse ovviamente sotto il loro stretto controllo. Tale atteggiamento politico, gratificato da un appoggio incondizionato da parte statunitense, si impose, e si è imposto - come ci tocca oramai constatare, dopo il fallimento di Oslo 1993 - con una forza tale che nessuna risoluzione delle Nazioni Unite,9 nessun appello al diritto internazionale e nessuna dichiarazione di principi hanno potuto controvertire.
Nonostante le opposizioni interne (Fplpl prima, Hamas poi) e gli atti terroristici, Arafat è riuscito ad imporsi come principale interlocutore palestinese e a sedere in tutti i principali tavoli di discussione sulle questioni medio-orientali, fino alla controversa firma degli accordi di Oslo.
L'eredità di Oslo
Salvo Viaggio
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Che cosa ci si può aspettare nel ventesimo secolo, se non un rifiuto ostinato e totale da parte di un popolo che ne vede un altro istallarsi sulla propria terra, proclamando che ne farà la sua patria, e che la costruirà secondo le sue esigenze e le sue aspirazioni, costringendo gli indigeni a adattarsi o ad andarsene?
Maxime Rodinson
La questione palestinese è uo di quei problemi che, purtroppo, sono sempre d'attualità. Perché? Come leggerla? Che fare? Abbiamo provato a cercare delle risposte parlando con Giorgio Gallo, esponente di primo piano della Rete Radiè Resh, organizzazione da tempo impegnata sul tema e attiva in progetti di cooperazione in Palestina.
Quando sono stati firmati gli accordi di Oslo molti si sono felicitati, pensando che finalmente si fosse arrivati alla "pace" in Palestina. Da qualche mese a questa parte, questa rassicurante idea, che pure aveva subito molti scossoni, si è definitivamente infranta. Cosa è successo?
Il processo di pace è nato già con caratteristiche di forte ambiguità, rimandando a tempi successivi le decisioni su molti argomenti cruciali, e senza chiarire che il contesto in cui il processo stesso avrebbe dovuto svilupparsi doveva essere quello della legalità internazionale.
Non è stato infatti chiarito, nel momento degli accordi di Oslo, che Israele avrebbe dovuto rispettare le risoluzioni dell'Onu, in particolare quelle che prevedono il ritiro di Israele dai territori conquistati nella guerra del '67, l'assetto di Gerusalemme e il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
E durante lo svolgersi del "processo di pace" quali sono stati gli ostacoli?
Una volta che il processo di pace era formalmente iniziato, c'è forse stato un allentarsi dell'attenzione pubblica internazionale sul processo stesso, sembrando che ormai dovesse giungere a una conclusione positiva.
Stando così la situazione, ci si potrebbe allora chiedere perché è passato così tanto tempo prima della ripresa di ostilità più aperte.
Perché credo che complessivamente ci sia una forte volontà di pace da parte dei palestinesi, opinione che è confermata da diverse inchieste che rivelano come una percentuale alta della popolazione palestinese ritenga che si debba sviluppare un accordo di pace.
Allora perché adesso la situazione si è così aggravata?
La "Nuova Intifada", come è stata definita, è ripresa dopo il fallimento dei colloqui di Camp David, in cui Barak aveva cercato di arrivare alla definizione ultima di una serie di punti nodali, fra cui la restituzione di territori e l'assetto di Gerusalemme.
Quali sono le prospettive e cosa possiamo fare?
Le prospettive senz'altro non sono positive a breve termine, e purtroppo è lecito aspettarsi ancora sofferenze e sangue.
Maria Francesca Zini
Nel 1903, nella Russia zarista, alla morte di Alessandro II, si verificavano tra i più violenti e massicci pogrom antisemiti che si ricordi fino ad allora. Circa mezzo milione di ebrei furono spinti a lasciare il territorio russo, diretti per lo più negli Stati Uniti. Quasi 50 mila si diressero invece verso la Palestina, andando a costituire la seconda "ondata" (aliah) migratoria ebraica in Terra Promessa.
Non fu la più massiccia né l'ultima; altre ne sarebbero seguite nel corso del secolo e con effetti più traumatici, ma questa rivestì un significato particolare. Dal 1897, dalla convocazione cioè del 1o Congresso Mondiale Sionista fortemente voluto da Theodor Herzl, la Palestina era stata definitivamente designata come il luogo dove sarebbe sorto il nuovo "ipotetico" Stato d'Israele1 e, a partire da questo nuovo nucleo di coloni ebrei, in tutto circa centomila, le potenze vincitrici della 1o Guerra Mondiale, ma in pratica la sola Inghilterra, decisero che qui sarebbe sorto un "focolare nazionale" (National Home) israeliano.2
Tale "focolare" sarebbe divenuto un vero e proprio Stato nel 1947 in seguito alla risoluzione 181 delle Nazioni Unite, che "raccomandava" la spartizione della Palestina in due stati, ebraico e arabo, dall'area all'incirca equivalente.
Israele controlla le principali risorse idriche e viarie e ha un'indiscussa superiorità economica, tecnologica e militare rispetto ai "vicini" palestinesi; la popolazione ebraica, infine, non vive più, in alcuna parte del mondo, la condizione di rifugiata o di espulsa.
I costi che questa ha pagato nel corso dei secoli - in termini di discriminazione, di persecuzione e, in ultimo, di sterminio di massa - sono stati altissimi, ma, è bene sottolinearlo subito, il problema del sionismo e della creazione dello Stato d'Israele riteniamo debba essere affrontato senza cedere al ricatto dell'accusa di antisemitismo, troppo spesso avanzata da chi, senza altre valide motivazioni, vuole giustificare quello che, politicamente, giuridicamente e umanamente, rappresenta un atto di ingiustizia.
D'altra parte, non affronteremo in questa sede la disputa ideologico-religiosa sul primigenio diritto di residenza in Palestina, e in particolare su Gerusalemme, che riteniamo sterile o comunque sovrastrutturale, mentre le origini della questione palestinese sono di natura squisitamente politica, o, meglio, economico-politica.
Tali origini sono state accennate sopra: le persecuzioni antisemite, la nascita del sionismo,4 il decisivo intervento britannico durante e dopo la Grande Guerra, la sostanziale inconciliabilità culturale tra le due popolazioni araba ed ebraica, aggravata da un'immigrazione repentina e innaturale, per lo più imposta dall'esterno e senza il consenso degli autoctoni.
Ciononostante, tra la fine del primo e la fine del secondo conflitto mondiale, la questione palestinese rappresentò un problema relativamente marginale nelle politiche delle grandi potenze occidentali in Medio Oriente. Con la Conferenza di Sanremo (1920) e grazie all'instaurazione del regime dei "mandati", l'Inghilterra deteneva il controllo pressoché totale della regione - il potere della Francia, "mandataria" della Siria, era in confronto molto limitato - e aveva iniziato lo sfruttamento del petrolio iracheno-persiano.5
La nascita di uno stato ebraico poteva rappresentare, al limite, un avamposto sicuro e "amico" in quella zona strategica vicina allo Stretto di Suez e sulla strada per Mossul.6
In quest'ottica si spiegano anche le alterne promesse, ora ai sionisti (Commissione Peel, 1937 e Commissione Woodhead, 1938) ora ai palestinesi (Dichiarazione Chamberlain, 1939),7 della creazione di uno stato indipendente.
Né l'Inghilterra, né in seguito le altre potenze occidentali e l'Unione sovietica furono certo spinte da sincera adesione alle idealistiche aspirazioni sioniste a una propria patria, né crediamo si debba sopravvalutare la presenza manipolatrice delle lobbies sioniste all'interno di questi stati; si è trattato piuttosto di una convergenza di interessi.
Con la fine della Guerra le cose cambiarono, "dopo l'olocausto, niente poté essere come prima; nemmeno la questione ebraica e la base stessa - storica, umana - del sionismo" (L. Telmon).
In effetti, da qualsiasi punto di vista si voglia intendere quest'affermazione, la situazione cambiò radicalmente e la soluzione palestinese del sionismo divenne un imperativo cui non si sottrasse nessuna delle potenze vincitrici del conflitto.
Nuovi tutori furono questa volta Stati Uniti e Urss che, oltre a "ripagare" gli ebrei del tremendo supplizio della shoah con la concessione di uno stato effettivo, coglievano l'occasione di occupare il vuoto che l'impero britannico stava lasciando in Medio Oriente a seguito dell'inimicizia crescente degli arabi verso il principale "mandatario".
Tuttavia Israele nasceva come esito di un atto unilaterale, dal momento che come abbiamo riportato sopra, la risoluzione delle Nazioni Unite raccomandava la creazione di due stati in Palestina, previo accordo delle due parti e la preservazione del diritto dei popoli a disporre di se stessi.
Tale principio sarebbe stato sancito nuovamente nel 1969 dalla Convenzione di Vienna (a conclusione del colonialismo) ove la proibizione di modificare i territori dei popoli non ancora emancipati avrebbe avuto valore retroattivo.
Il rifiuto degli arabi ad accettare il nuovo stato era scontato, ma i conflitti arabo-israeliani che seguirono - nel 1948-49, 1956, 1967 e 1973 - si configurarono più che come lotte di liberazione del popolo palestinese da una parte, o come un tentativo degli stati arabi vicini di spartirsi o di controllare quella porzione strategica di territorio dall'altra, come l'ennesimo campo di battaglia delle due superpotenze americana e sovietica in pieno clima da guerra fredda. Il risultato, visibile ancor oggi nella sua sconcertante attualità, fu il "trasferimento" (transfer) - così viene ancora chiamato dalle autorità israeliane - in cinquant'anni di quasi 4 milioni di palestinesi8 per lo più nelle vicine nazioni arabe, dove vivono in condizione perenne di rifugiati apolidi e spesso in stato di tensione con le popolazioni locali: in sostanza, l'espropriazione di più di tre quarti del loro territorio originario (quello corrispondente al "mandato" britannico e con l'esclusione cioè della Transgiordania, originariamente parte della Palestina).
Tra le sconfitte nei conflitti sopra citati, quella del 1967, dei "Sei Giorni" (5-11 giugno), divenne famosa perché la più breve, perentoria e frustrante per gli arabi, ma anche perché segnò uno spartiacque nel modo di affrontare la questione palestinese, in particolare proprio da parte di questi ultimi.
Da parte sua Israele quadruplicò il proprio territorio annettendo il Sinai, le alture del Golan, parte della Cisgiordania (conquistata dalla Giordania nel conflitto del '48) e ottenendo la riunificazione, sotto il proprio controllo, di Gerusalemme, eletta a capitale.
Gli anni '70 videro profilarsi sostanzialmente due fenomeni.
Da una parte, il declino del panarabismo (in seguito alla morte di Nasser, il suo principale fautore) e il lento defilarsi dalla questione palestinese degli stati arabi, interessati solo a riconquistare quello che era recuperabile, anche a costo di riconoscere lo Stato d'Israele (come fece l'Egitto con la "pace separata" di Camp David 1978), o ad evitare i problemi legati all'emigrazione dei rifugiati ("risolti" dalla Giordania con l'espulsione dal proprio territorio, nel "settembre nero" del 1970).
Dall'altra parte, in una sorta di scambio, l'affermarsi di un fronte di liberazione palestinese di nuova concezione. L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), raggruppante diversi gruppi di fedayn, fondata nel 1964 da Nasser, come strumento per inglobare la lotta palestinese nel disegno più ampio dell'unità degli stati arabi, cambiò decisamente strategia sotto il comando di Arafat, uno dei fondatori di Al Fatah (la prima delle organizzazioni della Resistenza, 1959), i cui principali obiettivi furono: creazione di una struttura quasi statale dell'Organizzazione, arma del terrorismo internazionale come strumento di amplificazione delle proprie rivendicazioni, guerriglia interna e, sorprendentemente, l'accettazione di uno Stato sovrano "su qualunque porzione di patria liberata".
Dal 1967, inoltre, parallelamente alle nuove massicce fughe arabe da Israele, iniziava un processo di colonizzazione di tutti i territori occupati (Gaza e soprattutto Cisgiordania) che non si è ancora interrotto.
Si mirò così ad ingabbiare dentro dei bantustan le residue aree arabe e a creare una zona cuscinetto nella valle del Giordano e lungo il Mar Morto, per difendersi da eventuali attacchi dalla Giordania.10
L'esasperazione e la frustrazione dei residenti arabi finì con l'esplodere, senza che nemmeno l'Olp avesse inizialmente parte in causa, in una violenta rivolta (intifada) delle pietre che, iniziata nel dicembre 1987, s'interruppe solo nel 1993, con più di mille morti palestinesi.
L'Intifada, più di tutti i precedenti conflitti, riuscì nell'intento di rendere insicuro Israele, di diffondere un costante sentimento di paura, se non di colpa nei confronti della popolazione araba vivente oramai in una condizione d'apartheid, e di costringere infine le autorità a "riconoscere l'Olp come rappresentante del popolo palestinese e aprire con essa negoziati nel processo di pace nel Medio Oriente" (lettera del Primo Ministro Y. Rabin ad Arafat, 9 sett. 1993).
"Fine delle negoziazioni israelo-palestinese è, fra le altre cose, stabilire un'Autorità palestinese di autogoverno ad interim, un Consiglio eletto per il popolo della West Bank e della Striscia di Gaza, per un periodo di transizione non superiore ai 5 anni, che conduca a un insediamento permanente in base alle Risoluzioni 242 e 338". Così l'articolo I della Dichiarazione dei Principi di Washington (13 sett. 1993), che metteva in pratica gli accordi di Oslo di qualche giorno prima. Dopo quasi otto anni, l'eredità di quella Dichiarazione è una nuova Intifada, non inferiore alla prima per virulenza (sono circa 400 i morti fino ad oggi, praticamente tutti palestinesi), sullo sfondo di una colonizzazione ebraica sempre crescente che lascia all'Autorità Nazionale Palestinese (Anp) solo il 10% della Cisgiordania (il 30% se si considerano le zone sotto controllo misto) e i due terzi di Gaza.
Val la pena concludere ricordando le considerazioni di due insigni medio-orientalisti sul dopo Oslo, a cinque anni del periodo di transizione.
"Prescindendo dall'affermazione di reciproca buona volontà, le due parti non sono d'accordo su niente e i comitati di collegamento s'insabbiano in discussioni bizantine. [...] Le questioni più spinose... vennero lasciate in sospeso: lo statuto di Gerusalemme, i rifugiati del 1948 e del 1967, gli insediamenti ebraici, la sicurezza, le frontiere..." (F. Massoulié, I conflitti del Medio Oriente).
"Dopo tutte le confische, gli arresti, le demolizioni, le proibizioni e gli assassinii perpetrati dall'arroganza e dal potere di Israele... come possono continuare a usare la parola pace senza esitazione? Tacito diceva della conquista romana della Britannia: 'I Romani crearono desolazione e la chiamarono pace!'" (E. Said, "Al Ahram", 25 giugno 1998).
[...] E può cambiare la realtà delle cose il fatto che quel popolo ha subito - altrove, da parte di altri - orribili persecuzioni ed è stato vittima di un atroce ed abnorme massacro?
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1 Va ricordato ad onor di cronaca che inizialmente erano state valutate come possibili future Terre Promesse anche Cipro, il Sinai, la Tripolitania e l'Uganda, e che alla fine solo quest'ultima era stata concessa dagli Inglesi.
2 Prima della Conferenza di Sanremo (aprile 1920), in cui Francia e Inghilterra si spartirono le spoglie dell'Impero Ottomano, accordi preventivi, sia fra questi due Stati sia fra l'Inghilterra ed emiri arabi, avevano deciso questa spartizione e la nascita di un "focolare" ebraico: si tratta degli accordi Sykes-Pikot (1916), della Dichiarazione Balfour (1917) e della Dichiarazione franco-britannica (1918).
3 Secondo indagini del 2000, gli ebrei sarebbero 4,78 milioni (54%) contro circa 4 milioni di arabi palestinesi e israeliani.
4 Da Siyyon, il monte su cui sorgeva il Tempio di Salomone e, per esteso, la città di Gerusalemme.
5 Negli anni Venti si aprirono i primi pozzi nell'area di Mossul, e nel 1928 l'Inghilterra si spartiva con Francia, Usa e Olanda (Shell) l'Irak Petroleum Company e lo sfruttamento del petrolio in Iraq e Iran.
6 A tal fine non va dimenticata la creazione "a tavolino", ad opera di Churchill e dell'emiro Abdallah, della Transgiordania (1922) (l'odierna Giordania), sulla via tra Palestina e Iraq settentrionale.
7 Risale a questo Primo Ministro inglese probabilmente la prima (e l'ultima?) promessa di una Palestina completamente governata dagli arabi: ma si era alle soglie del conflitto e l'appoggio arabo sarebbe stato sicuramente più utile, e numericamente sostanzioso, di quello ebraico.
8 Dati dell'Unrwa (Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati della Palestina) al 30 giugno 1999.
9 La risoluzione 338 dell'ottobre 1973, concordata da Stati Uniti (Kissinger) e Urss per porre termine alla guerra del Kippur - scatenata da Siria ed Egitto per riconquistare, senza successo, i territori precedentemente perduti (Golan e Sinai) - ripropose senza successo i termini della 242.
10 Analogamente a Gaza, la zona di Goush Katif, al confine egiziano, è sotto controllo israeliano.
Un altro punto di estrema importanza che non è stato definito chiaramente è che, a partire dall'inizio del processo di pace, l'espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati avrebbe dovuto essere quantomeno congelata. Negli accordi si parlava infatti genericamente di rispetto dello status quo.
Ciò che invece è stato realizzato negli anni seguenti è stata un'ulteriore notevole espansione degli insediamenti israeliani.
Le basi del processo di pace erano quindi già piuttosto fragili, anche se non va trascurato che con gli accordi di Oslo è stato infranto un tabù basilare della situazione politica precedente: Israele ha infatti accettato l'OLP come interlocutore diretto nelle trattative, cosa che aveva rifiutato di fare fino a quel momento.
In realtà tutti i palestinesi con cui siamo entrati in contatto ci hanno confermato che dopo l'inizio del processo di pace la situazione per la popolazione palestinese non migliorava, anzi andava peggiorando.
Il controllo da parte del potere occupante israeliano sui territori occupati e sulla loro popolazione si è fatto ancora più stretto: la libertà di movimento dei palestinesi è stata sempre più sottoposta all'arbitrio dei soldati e dei posti di blocco sul territorio.
Gerusalemme, che negli anni precedenti a Oslo era divenuta il centro economico della vita dei palestinesi della Cisgiordania, dopo gli accordi è stata isolata fisicamente dai territori. Gran parte di questo isolamento si è dovuto all'espansione degli insediamenti coloniali, e alla corrispondente costruzione di strade e zone di sicurezza, che hanno contribuito a frantumare i territori che dovevano diventare la base geografica del nuovo stato palestinese.
Questo tipo di situazione ha contribuito a diminuire sistematicamente il reddito dei palestinesi, molti dei quali si trovavano nell'impossibilità di andare a lavorare. Le espropriazioni dei terreni e delle case palestinesi sono continuate. Il problema dell'ineguale distribuzione dell'acqua non è stato affrontato.
Inoltre per tutto questo periodo c'è stato il controllo dell'autorità palestinese, che puntava molto sulle possibilità di riuscita del processo di pace, e che quindi desiderava mantenere una situazione politica e sociale compatibile con la continuazione di tale processo.
Tuttavia, poiché le fasi intermedie del processo di pace non avevano condotto ad un avvicinamento delle posizioni, ma anzi avevano introdotto difficoltà aggiuntive, i colloqui non sono potuti giungere ad un risultato effettivo, e questo, occorre ripeterlo, anche perché le proposte di Israele si discostavano molto sia da quanto proposto inizialmente ai tempi di Oslo, sia da quanto previsto dalle risoluzioni ONU.
In questa situazione di stallo si è inserito l'episodio della presenza di Sharon sulla spianata delle moschee nello scorso autunno. L'episodio di per sé rappresentava già una provocazione fortissima, ma non ha dato luogo a violenze immediate. Tuttavia il giorno seguente una manifestazione di protesta palestinese è stata repressa con una violenza inaudita dall'esercito israeliano, che ha ucciso numerosi manifestanti. È da quel momento che si è instaurata la spirale repressione-rivolta-repressione che sta ancora insanguinando la Palestina.
Io credo che l'attenzione internazionale sul tema della Palestina debba nuovamente crescere, e che siano necessarie iniziative di solidarietà con la società civile palestinese per la difesa dei diritti e per la denuncia delle violenze e della repressione.
Inoltre occorre chiedere ai governi europei iniziative per la richiesta del rispetto della legalità internazionale e per fare pressioni, anche economiche, su Israele affinché riapra effettivamente il processo di pace.