L'economia mondiale (intesa come produzione di beni e servizi) è cresciuta dai poco più di 5.000 miliardi di dollari del 1950 ai più di 39.000 del 1998, con un aumento di più di sei volte. Dal '90 al '97 è cresciuta di 5.000 miliardi di dollari, uguagliando la crescita economica avvenuta dall'inizio della civilizzazione agli anni '50 (cfr. prefazione di G.F. Bologna a Invito alla sobrietà felice, ed. EMI).
Sono questi i presupposti per i quali l'Agenzia Europea per l'Ambiente, nella relazione L'ambiente nella Unione Europea alle soglie del 2000, ha evidenziato alcune questioni importanti: gli obiettivi della strategia UE in materia di rifiuti non sono stati conseguiti, tanto che dal '90 al '95, di fronte ad un aumento del PIL del 6,5%, i rifiuti sono aumentati del 10%; la discarica è il metodo più diffuso di smaltimento ed è anche il più impattante; è aumentato il riciclaggio di alcuni materiali (vetro e carta) ma non ha portato a ridurre la produzione totale e specifica di tali categorie di rifiuti; per il 2010 è previsto un aumento dal 40 al 60%, rispetto al 1990, di carta, cartone, vetro e plastica; il trattamento finalizzato al riciclaggio (la Revet, impresa toscana del settore del riciclaggio, indica nel 25-30% il rifiuto da rifiuto), quello delle acque e quello delle emissioni in aria contribuiranno ad un aumento dei rifiuti totali (soprattutto incidendo sulle tipologie industriali); per il 2010, oltre ad un aumento complessivo dei rifiuti, si attende un aumento delle emissioni totali annue di sostanze chimiche del 30-50% (rispetto alle 30.000 esistenti, di cui conosciamo ben poco, come ci ricorda la Commissione UE).
E in questo mercato e in questa democrazia accade che, mentre ci si confronta e ci si scontra per affermare modelli di produzione e di consumo meno iniqui, i flussi di materia hanno un verso strano: prima da Sud verso Nord e, quando il flusso diventa rifiuto, da Nord verso Sud.
Valerio Caramassi
Per molto tempo si è dibattuto in Italia e in Europa, non senza punte di polemica, sul ciclo di vita dei materiali che sono trasformati in prodotti di consumo e quindi in rifiuti. Il tema di scontro risiedeva nello stabilire quando un materiale, che provenga da consumo o da un ciclo produttivo (scarti) possa essere considerato rifiuto oppure materia prima seconda e quindi suscettibile di ulteriori utilizzi e/o trasformazioni. La questione non è di poco conto visto che l'una o l'altra identificazione del materiale ne definisce anche lo status normativo cui fare riferimento.
Raramente le industrie possono contare su stabilimenti in grado di stoccare, trattare, inertizzare e smaltire i rifiuti nello stesso sito. Ancora più difficile è poter contare su impianti in grado di fornire le migiori tecnologie disponibili e quindi a basso impatto ambientale; molto più spesso invece si verifica che i quattro passaggi sopra ipotizzati diventino 5, 6, 10 e così via (si moltiplicano gli stoccaggi e i trattamenti intermedi) fino a rendere impossibile stabilire la provenienza dei rifiuti, e, in caso di malversazione, stabilirne la reale composizione e quindi la pericolosità e quindi la destinazione finale. Una cosa è certa: i rifiuti viaggiano sulle nostre strade e autostrade su e giù per il paese.
La lista delle cronache giornaliere potrebbe continuare a lungo, ma non così a lungo come la lista di persone che hanno perso la vita o devono le loro malformazioni a crimini ambientali di questo genere, di cui mai nessuno li ha messi al corrente. Purtroppo ciò di cui siamo a conoscenza è solo la punta di un'iceberg che molti non vogliono vedere, anzi si adoperano a nascondere, così come si tende a nascondere i piatti rotti in casa. Ma questa volta stiamo parlando della casa di tutti: la nostra madre terra!
Fabrizio Nardo
Ogni giorno, a tutte le latitudini, organizzazioni criminali operano per saccheggiare patrimoni naturali e inquinare con rifiuti pericolosi territori lontani centinaia, migliaia di chilometri dai luoghi in cui i veleni si producono. Ogni giorno, lungo rotte che spesso viaggiano parallele o addirittura coincidono con quelle dei traffici di droga e d'armi, faccendieri ed esponenti di clan mafiosi chiudono affari per decine, centinaia di miliardi. Mancano dati ufficiali internazionali ma per l'Italia, unico Paese ad aver avviato finora una seria attività d'analisi del fenomeno, si parla per il giro d'affari delle ecomafie di 26.000 miliardi annui, dei quali 15.000 per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti.
La linda Europa e la pattumiera Africa
Emergenza radioattiva
Holding e finanziarie: delinquenti impunibili
Due proposte riguardano, invece, l'attività delle Nazioni Unite:
Roberto Sirtori
"... era rimasto affascinato fin dall'inizio dall'abitudine urrasiana di avvolgere ogni cosa in carta pulita, allegra, o plastica, o cartone o stagnola. Roba di bucato, libri, verdura, vestiti, medicine, ogni cosa arrivava dentro strati e strati di avvolgimenti. Perfino i pacchi di carta venivano avvolti in vari strati di carta. Nessuna cosa doveva entrare in contatto con un'altra. Aveva cominciato a pensare che anche lui era stato impacchettato con cura..."
Ursula Le Guin - Quelli di Anarres
La produzione di rifiuti è un'attività naturale di qualsiasi essere vivente. Tuttavia, mentre i rifiuti prodotti da una mucca al pascolo possono nel caso peggiore rovinarci un paio di scarpe e nel caso migliore contribuire a fertilizzare il terreno, i rifiuti prodotti dall'uomo rischiano invece di soffocare il pianeta. Non è sempre stato così. All'inizio anche i nostri rifiuti si reinserivano completamente nell'ambiente. Poi, qualcosa è cambiato. Siamo diventati di più, abbiamo iniziato a utilizzare materiali non reinseribili nel ciclo biologico, i rifiuti sono aumentati. Ma la coscienza ambientalista non è cresciuta di pari passo con l'aumento di produzione di beni, il loro consumo e la conseguente produzione di rifiuti.
Vivere in sobrietà vuol dire rifiutare l'eccessiva quantità di oggetti, alla ricerca di una più ampia qualità della vita
Innanzitutto ridurre: generalmente noi occidentali possediamo una quantità di beni ben superiore a quella sufficiente a garantire il nostro benessere; togliere tempo alla ricerca spasmodica del possesso degli oggetti vuol dire donare tempo alla nostra vita.
Riutilizzare: siamo assediati da prodotti monouso, viviamo nel trionfo dell'usa e getta. Tutte le confezioni dei prodotti che acquistiamo sono pensate per finire nel cestino. Eppure tutto questo non è per nulla necessario; non è stato sempre così e non è giusto che sia così. Se lo vogliamo, è possibile pensare contenitori e imballaggi che siano (quasi) totalmente riutilizzabili, come per esempio il vetro per l'acqua e il latte. Per i rifiuti non riutilizzabili c'è sempre il riciclaggio, a patto di scegliere bene tali materiali. Tuttavia non dimentichiamo che il riciclaggio non sempre è possibile ed è comunque un'attività inquinante, nonostante oggi le imprese lo millantino come la soluzione ai problemi ambientali. Vi si dovrebbe quindi ricorrere solo laddove soluzioni di riutilizzo risultassero davvero impraticabili.
Riparare: l'arte del riparare è una vecchia tradizione che si va sempre più perdendo nella nostra società. E non a caso. I nuovi prodotti sono sempre più pensati per durare poco e per non essere riparabili, in modo da incrementare i consumi.
Infine, solo con un profondo rispetto per il lavoro dell'uomo e per l'ambiente si può vivere la sobrietà come un arricchimento personale.
Piernicola Oliva
I rifiuti fanno parte della vita quotidiana.
Ce lo ricordano in ogni strada i cassonetti, alcuni magari adibiti alla raccolta differenziata. Ma ci sono rifiuti e rifiuti. Ci sono i rifiuti biodegradabili, quelli riciclabili, quelli non biodegradabili e quelli radioattivi. Tutti quanti crescono in volume; tutti quanti, per un motivo o per l'altro, in misura certamente diversa, mettono a dura prova il sistema ambientale del nostro pianeta.
Certo i più pericolosi vanno a finire in qualche posto lontano dagli occhi di chi vive nel Nord del mondo, ma non sempre. E, comunque, come ci insegnano i recentissimi casi dell'uranio impoverito e delle discariche "di camorra", prima o poi per qualcuno che vive tra noi si possono trasformare in un boomerang.
Ma come sta la Terra, come è destinata a stare quando, di fronte all'allarme intorno al tema rifiuti, si risponde continuando a produrre sempre di più per volontà delle leggi del mercato e per le esigenze di profitto di pochi? È e sarà destinata ad essere una pattumiera? Tutta quanta? Qual è il panorama autentico?
Il dossier che segue prova a rispondere dati alla mano, presentando le cifre di un mondo-mercato che sovrapproduce e, dove più, dove meno, viene schiacciato dalle scorie di questa sovrapproduzione (pagg. 26-27). Prosegue poi andando a guardare dentro la malagestione dei rifiuti, con un occhio particolare all'Italia (pagg. 28-29), per poi illustare ampiamente i traffici miliardari delle ecomafie che fanno cinicamente pagare al Sud del mondo il prezzo dei crimini "mercantili" del Nord (pagg. 30-32).
Infine, si chiude con una riflessione sul consumo critico come sola arma per ridurre l'impatto ambientale dell'economia sul pianeta (pagg. 33-34).
È un dossier zeppo di testimonianze, di prove, un campanello d'allarme su un sistema produttivo trionfante ma che va fermato, dal momento che costituisce, da qualunque punto di vista lo si guardi, e qualunque (doppio) senso gli si attribuisca, un Bidone globale.
Cifre e prospettive del modello produttivo mondiale
Sulla Terra ci sono quasi 6.000 milioni di persone: circa 1.500 nel Nord del mondo e 4.500 nel Sud.
La popolazione terrestre aumenta in ragione di circa 80 milioni di persone l'anno. La massa di materiali, cioè oggetti fabbricati e usati, movimentati attraverso il mondo - la "tecnosfera" - ammonta ogni anno a circa 50.000 milioni di tonnellate (acqua ed aria escluse); l'acqua usata dalle comunità urbane e dalle famiglie ammonta a circa 500 miliardi di tonnellate l'anno, mentre i consumi di acqua totali toccano i 9.000 miliardi circa di tonnellate l'anno; le automobili in circolazione sul pianeta sono circa 550 milioni.
Se passiamo al caso dell'Italia, vediamo che una popolazione di circa 57 milioni di persone ogni anno assorbe circa 700 milioni di tonnellate di materiali (combustibili, sabbia e ghiaia, argilla, prodotti alimentari, minerali e metalli, eccetera, di produzione nazionale o di importazione, acqua e aria escluse), oltre a circa 500 milioni di tonnellate di gas gettati nell'atmosfera e circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti immessi nelle acque. Le famiglie italiane assorbono circa 9 miliardi di tonnellate l'anno di acqua e l'agricoltura e l'industria ne assorbono circa 40 miliardi. Circa 200 milioni di tonnellate di materiali, ogni anno, sono immobilizzati negli edifici, nelle strade, nei prodotti a vita lunga (automobili, macchinari, treni, rotaie, eccetera). Le automobili in circolazione in Italia sono circa 33 milioni (cfr. Giorgio Nebbia, Ecologia Politica, CNS, no 1-2000).
Questo è il nucleo di analisi fondamentale, se si vuol ragionare di rifiuti smarcandoci da ogni sorta di tecnicismo, che scatena egoismi contrapposti, e dalle peggiori rimozioni psicologiche che a null'altro servono se non a "trasferire il proprio problema in qualche altro posto", aggiungendo impatto a impatto attraverso i mezzi di trasporto.
Infatti, non esiste alcun centro studi, a qualsiasi orientamento improntato, che non rilevi come la domanda aggregata di materiali (risorse prelevate dalla natura) sia in aumento costante; i volumi produttivi siano in aumento costante; i consumi generali siano in aumento costante.
L'ultimo studio è dell'americana EPA e prevede un aumento del PIL mondiale del 3-4% l'anno fino al 2020, proprio nel momento in cui un altro istituto di ricerca, il Wuppertal (Germania), calcola nel 90% in 50 anni (-4,5% l'anno) la diminuzione dei prelievi necessaria a raggiungere la sostenibilità.
In questa situazione, le ricette in campo, diverse e di diversa natura, sono le seguenti: lasciare al mercato "briglia sciolta", in modo che superi le distorsioni; superare le iniquità nella ripartizione della ricchezza mondiale superando i sistemi di governo, di produzione e di consumo occidentali, come sostengono alcuni movimenti antagonisti e non solo, anche attraverso metodi coercitivi; superare le iniquità, e anche gli impatti ambientali che queste generano, facendo "lavorare il mercato per l'ambiente", tramite adozione di leve premianti, come auspica la Comunità europea.
In ogni caso i dati oggettivi di partenza sono per tutti (sia per affermarli che per negarli), il mercato e la democrazia.
Dagli USA all'America Latina; dalla Germania all'Italia (molti materiali raccolti in modo differenziato vengono trasportati in Italia); dall'Italia del Nord a quella del Sud (molte regioni del Sud a gravissima emergenza rifiuti ricevono gli scarti dei processi produttivi delle regioni del Nord) e all'Africa del Nord.
È emblematica di questa situazione la recente richiesta della Corea del Nord di acquistare a prezzi stracciati capi di bovini provenienti dalla Germania senza indagare se siano o no affetti da BSE.
In questa democrazia e in questo mercato, appare forse troppo facile la tendenza a sparare troppo alto (contro la globalizzazione) e/o, contemporaneamente, troppo basso (dicendo no agli impianti di trattamento-smaltimento dei rifiuti).
Assistiamo oggi in Italia alla più lunga campagna elettorale dal dopoguerra, ma di ridurre i prelievi, la produzione, i consumi, non c'è ombra né nelle posizioni liberiste, né in quelle neoliberiste, né in quelle riformiste né in quelle antagoniste.
Ma, in realtà, non è possibile scindere il problema rifiuti da quello dei prelievi, della produzione e dei consumi. E bisognerebbe ragionare di più su come mai in tutte le democrazie occidentali il consenso lo si ottiene proponendo più produzione e più consumi. Più crescita insomma, anche se mitigata dal concetto di sostenibilità.
Questo è il punto su cui riflettere per non commettere l'errore di circoscrivere battaglie ad una sola parte del problema e farne pagare così le spese, ancora una volta, di volta in volta, ai più deboli. E magari in nome di un adamantino ambientalismo.
Legambiente Toscana
Uno sguardo dentro il ciclo dei rifiuti
Gli attriti sono stati più accesi nello stabilire il confine tra materia prima seconda e rifiuto comunque suscettibile di ulteriore recupero.
C'è chi sostiene che un materiale, laddove presenti caratteristiche intrinseche chimico-fisiche e merceologiche in grado di permettere un ulteriore recupero (di ma teria e non di energia) debba essere considerato a tutti gli effetti materia prima seconda e quindi non sottoposto alle normative sui rifiuti.
E c'è chi, invece, sostiene che qualsiasi materiale di scarto non riutilizzato nello stesso ciclo produttivo e/o qualsiasi rifiuto debba essere sottoposto allo status normativo di rifiuto fino a quando non se ne dimostri l'effettiva possibilità di recupero di materia e quindi l'avvenuto recupero individuando il percorso tecnologico e la destinazione finale dello stesso. Tale percorso è di notevole importanza perchè assicura la rintracciabilità del rifiuto e della sua storia.
Apparentemente sembra averla avuta vinta la seconda tesi. Dico apparentemente, perchè andando a spulciare i decreti attuativi (Ronchi quater) di questo principio centrale dell'avvenuto ed effettivo recupero, ci si accorge che le eccezioni a tale principio rappresenterebbero la regola. Ma perché ciò che può apparire come un semplice e tedioso esercizio della giurisprudenza ha nella realtà un grosso peso sull'ambiente da una parte e sulle attività economiche legate alla gestione dei rifiuti dall'altra?
Premesso che per ciò che riguarda la gestione dei rifiuti solidi urbani (RSU) la gestione (affare) e la cattiva gestione o non gestione (malaffare) dipendono esclusivamente dalle amministrazioni pubbliche (Comuni e Province), visto che a loro il decreto Ronchi delega, rispettivamente, la gestione (tramite le Comunità d'ambito) e il controllo.
Per quando riguarda, invece, i rifiuti industriali (speciali, pericolosi e non) il problema dell'ecomafia dei rifiuti non potrebbe esistere laddove si realizzi una gestione capace, in ogni momento, di fornire la rintraccibilità dei rifiuti gestiti. Proviamo a delineare il percorso tipo che i rifiuti industriali oggi intraprendono:
Il risultato di queste distorsioni del sistema di gestione dei rifiuti è scritto nelle cronache di tutti i giorni:
Legambiente Pisa
Clan criminali con il colletto bianco esportano nei paesi poveri i rifiuti del nostro benessere
L'Occidente ricco e industrializzato esporta illegalmente rifiuti nei paesi poveri, ottenendo il duplice vantaggio di ridurre gli oneri a carico delle imprese produttrici e di non realizzare costosi impianti per lo smaltimento. Il drammatico risultato, in diverse aree del Pianeta, è l'inquinamento dell'ambiente e la minaccia alla salute di popolazioni che spesso già soffrono le tragedie della fame e della guerra.
Traffici illegali e reati ambientali si svolgono nelle regioni più insospettabili della stessa Europa, come rivela un rapporto Europol del 1999. L'Italia, per la sua posizione geografica e per le sue capacità organizzative (in campo criminale) è specializzata nel transito e smistamento (oltre che nella produzione, come tutto il mondo industrializzato) di rifiuti pericolosi,
È l'Africa la destinazione privilegiata delle rotte internazionali dei trafficanti di veleni. I rifiuti made in Italy, Korea, Taiwan, U.S.A. continuano a viaggiare verso le aree più depresse del mondo. Due sono le rotte più seguite: quella verso la Somalia e quella verso il Mozambico.
Documenti parlano di partenze da Livorno per Mogadiscio e dai primi elementi raccolti dagli inquirenti (Procure di Asti e Roma) emerge uno spaccato davvero inquietante di viaggi Italia-Somalia: sarebbero stati smaltiti selvaggiamente ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi e radioattivi, tanto da far dichiarare a uno dei testi sentiti dai magistrati che la "cosiddetta 'strada dei pozzi', chiamata da tutti in Somalia strada della cooperazione italiana, è una strada che non va e non viene da nessuna parte, perché unisce tre discariche abusive gigantesche considerate tra le più grandi al mondo".
La Direzione Distrettuale Antimafia di Milano individua l'ultimo "Eldorado" africano degli smaltimenti illeciti di rifiuti tossici nel Mozambico, "servito" da diversi Paesi extraeuropei, in particolare dalla Corea, da Taiwan e dagli Stati Uniti. L'area interessata è situata in località Boane è si estende per 150 ettari. Il reale interesse dell'organizzazione criminale era di colmare l'area con rifiuti di qualsiasi tipologia mascherando l'operazione con il recupero della stessa.
Nel 1996 viene costituita una società con sede a Maputo (filiale mozambicana di un gruppo argentino con filiale anche a Dublino), avente come oggetto sociale l'installazione d'impianti per lo smaltimento di rifiuti di ogni genere, la quale ottiene dal Ministero dell'ambiente del Mozambico l'autorizzazione ad esportare, importare o ricevere tutti i tipi di rifiuti provenienti da altri Paesi per il successivo trasporto, trattamento e deposito finale nell'impianto. In realtà gli elementi raccolti anche attraverso documentazione fotografica testimoniano l'assenza di qualsiasi impianto di trattamento e l'esistenza di un'enorme discarica a cielo aperto destinata ad accogliere rifiuti di ogni genere da ogni parte del mondo.
Un traffico particolarmente rischioso, quanto sviluppato, è quello dei materiali radioattivi. L'Europol scrive in un suo rapporto: "Le informazioni mostrano che il percorso dei traffici si è spostato dall'Europa dell'ovest verso il sud e nei Balcani, nel Caucaso e nell'Asia Centrale. Diversi gruppi di criminalità organizzata sono coinvolti nel contrabbando di materiale radioattivo, inclusi la mafia italiana e gruppi ceceni e moscoviti. Recentemente in Inghilterra si è tenuto un processo sullo scarico illegale di rifiuti radioattivi. Nel '99 ci sono stati 12 casi accertati di commercio di materiale radioattivo e nucleare in Austria".
In Italia la 'ndrangheta e Cosa Nostra, secondo inchieste già in fase dibattimentale o da poco concluse, hanno un interesse diretto in queste attività nei paesi dell'Est europeo. Il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Antonio Catanese, afferma: "L'ecomafia usa le holding, si attrezza con la tecnologia più avanzata, si rivolge al mercato dello smaltimento illecito dei rifiuti radioattivi nell'assoluta inerzia di controllo degli organismi internazionali preposti, intessendo rapporti con governi europei o enti di gestione nucleare statali (Svizzera, Austria, Francia, Inghilterra, Belgio e Germania), ricercando siti idonei nei paesi africani non aderenti al Trattato di Bamako, che vieta il dumping di rifiuti radioattivi in mare".
Ingenti quantitativi di rottami metallici e materiale ferroso entrano anche nel nostro territorio, destinati per buona parte alle fonderie del Nord Italia. Secondo i dati raccolti dal Servizio di prevenzione sanitaria della Regione Lombardia, in un solo anno (tra il giugno 1997 e il giugno 1998) le aziende sanitarie lombarde hanno rilevato più di 100 carichi di rottami metallici radiocontaminati, quasi tutti in provincia di Brescia, evidentemente sfuggiti ai controlli doganali.
Dal gigantesco movimento di illegalità internazionale emerge che gli autori agiscono dietro holding e finanziarie dalla facciata "presentabile", correndo rischi praticamente nulli.
Luciano Tarditi, sostituto Procuratore della Repubblica di Asti, scrive: "La realtà che si coglie esaminando il profilo di queste organizzazioni è quello di entità che svolgono attività economiche strutturate in modo tale da generare profitto in violazione della legge. Queste entità rappresentano il vero crimine organizzato". E poi: "Mettendo insieme le notizie e gli atti giudiziari in Italia ed in Europa, cercando di seguire il vertiginoso incastro di società che continuamente si creano, modificano, trasformano, estinguono, forze dell'ordine e autorità giudiziarie sono giunte al ragionevole convincimento che queste operano all'interno di pochissime strutture internazionali ben coordinate fra loro".
La struttura finanziaria di un gruppo agisce in modo completamente separato da quella operativa, la quale genera notevolissimi profitti grazie alle illegalità commesse.
I profitti vengono in seguito riciclati all'interno di attività legittime grazie all'opera di società finanziarie e fiduciarie svizzere, inglesi, italiane, che, a loro volta, hanno costituito una rete di società offshore, a costo letteralmente quasi-zero e senza rischio di identificazione, a Panama, Isole del Canale, Isole Vergini Britanniche, Liechtenstein e Irlanda.
Il metodo ormai collaudato è quello della declassificazione dei rifiuti pericolosi, la falsificazione delle bolle di accompagnamento e dei registri di carico e scarico, l'attività dei centri di stoccaggio che dovrebbero effettuare il trattamento dei rifiuti che, pur addebitato, non viene compiuto. Questo intenso "lavoro" avviene in assenza di efficaci strumenti di prevenzione e repressione dei reati dell'ecomafia. Le nuove filiere del crimine organizzato sono caratterizzate (e forse non è un caso) da un drammatico vuoto legislativo: trafficare in rifiuti è un reato di natura contravvenzionale, meno grave, penalmente parlando, del furto di una mela. Nessuna di queste attività criminali ha, nel nostro Paese, la dignità del delitto e gli investigatori, se vogliono raggiungere qualche risultato, devono ricorrere ad altre ipotesi di reato: contrabbando, falsi, truffe. Se i magistrati italiani dovessero procedere per i reati specifici, non potrebbero neppure attivare rogatorie internazionali e collaborare con i loro colleghi di altri Paesi. Il che, di fronte alla globalizzazione delle attività criminali, equivale sostanzialmente a una resa. E per questa nuova specie di trafficanti internazionali, alla pressoché assoluta impunità.
Fare qualche stima ragionevole sui traffici illeciti di rifiuti pericolosi a livello internazionale è pressoché impossibile, non essendoci informazioni e cifre sicure. Questo vuoto di conoscenza e di capacità di intervento deve essere colmato in tempi rapidi e attraverso iniziative concrete. Legambiente formula quattro proposte specifiche per porre un primo argine al dilagare, su scala globale, di questi fenomeni criminali.
Le prime due sono rivolte all'Unione europea:
Se è vero, come è stato sostenuto già nei documenti conclusivi della conferenza Onu su criminalità e giustizia (Cairo 1995), che l'ambiente è uno dei nuovi terreni di sviluppo dei fenomeni criminali, è indispensabile alzare davvero la guardia, approfondire la conoscenza di queste attività illecite, adeguare gli strumenti di prevenzione e repressione. A fronte di un simile livello criminale e di forza economica, non è pensabile una risposta di un singolo Stato, ma è necessario predisporre un coordinamento internazionale delle attività di prevenzione e contrasto a questa nuova filiera del crimine organizzato.
Legambiente Pisa
Tutti i dati e i riferimenti sono stati presentati nel convegno "Le rotte dell'ecomafia", Palermo 13 dicembre 2000, organizzato da Legambiente, e si ritrovano nel rapporto "Ecomafie 2000" curato dalla stessa associazione.
Le fonti utilizzate per questo articolo sono:
- Atti della Commissione Parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti (presidente Massimo Scalia).
- Documenti conclusivi della conferenza dell'ONU su criminalità e giustizia (1995).
- Indagini in corso e concluse delle Procure di Asti e di Roma.
- Europol: Rapporto sulla criminalità organizzata (1999).
- Forum "I crimini contro l'ambiente la lotta alle ecomafie" (1999).
- Direzione investigativa antimafia: rapporto sul traffico internazionale delle armi (1996).

L'approccio del consumatore critico al problema dei rifiuti
Il problema è stato prima negato, poi si è tentato di nasconderlo allontanando i rifiuti, infine oggi si tenta di sminuirlo; in realtà nessuno ha voglia di affrontare il problema.
Non ne hanno voglia le imprese, per le quali oggi costa molto meno utilizzare materiali monouso che preoccuparsi di impiegare materiali riutilizzabili e recuperarli a tale scopo.
E non ne hanno voglia i consumatori, invischiati nella cultura (si fa per dire) dell'usa e getta, che trovano più comodo acquistare (pagando ogni volta) contenitori da gettare via una volta giunti a casa, piuttosto che preoccuparsi di portare al negozio (o supermercato) i propri contenitori.
Certo, il problema ambientale richiede grandi scelte di politica planetaria e una decisa virata dalla rotta titanica (nel senso del Titanic) del neoliberismo, tuttavia il consumatore critico è abituato a pensare che il mondo si cambia anche a partire dai piccoli gesti quotidiani, dalle scelte che ognuno di noi compie, anche consumando.
La ricerca di una via alternativa al consumismo, di un rinnovato equilibrio con il nostro ecosistema, passa attraverso una scelta di sobrietà: cercare di consumare di meno e cercare di consumare in modo da essere sostenibili dall'ambiente, in armonia con esso.
Anni e anni di "consigli per gli acquisti" ci hanno portato a credere che possedere di più voglia dire essere più felici, che siamo quello che consumiamo. Ora, io credo che sia innegabile che oggi si viva meglio di quando non avevamo vestiti, ci nutrivamo di bacche e radici e dormivamo in caverne. E stiamo meglio perché abbiamo vestiti caldi, cibi diversificati e abitazioni confortevoli. Tuttavia questa riflessione, se decontestualizzata, è errata: possedere di più non vuol dire essere per forza più felici, anzi. Lavorare di più per avere più soldi per possedere di più - questo sembra essere oggi l'imperativo - ci conduce a una drastica riduzione della nostra vita sociale, allo stress, alla cattiva alimentazione, alla depressione.
Io credo che, oltre un certo livello, sono le cose che cominciano a possedere noi e non viceversa.
L'applicazione pratica del principio di sobrietà passa attraverso quattro R, come ci ricorda il Centro Nuovo Modello di Sviluppo nella Guida al Consumo Critico: ridurre, recuperare, riparare, rispettare.
Altro punto chiave di un approccio critico ai problemi del consumo è il ricorso massiccio a strumenti collettivi.
Oggi viviamo circondati da oggetti che teniamo inutilizzati a lungo. Pensate a quante lavatrici, lavastoviglie, automobili in meno ci potrebbero essere se solo le persone fossero disposte a farne un uso collettivo. Certo, non si può credere che semplicemente orientando le nostre scelte in maniera differente si possano cambiare le scelte del pianeta.
La partecipazione diretta alla politica, la militanza, sono elementi essenziali della lotta contro un sistema economico che, nella ricerca del massimo profitto, ha dimenticato tutto, compresi l'uomo e l'ambiente. La pressione diretta sulle multinazionali, i boicottaggi, le manifestazioni di protesta contro le politiche neoliberiste dei governi e delle istituzioni sovranazionali, sono forme di lotta assolutamente inscindibili dalle scelte che compiamo ogni giorno e dal nostro stile di vita.
Il consumo critico è la coerenza tra pensiero e azione con cui dare forza alle nostre idee.