Abbiamo deciso di pubblicare in queste pagine ampi stralci di un documento prodotto recentemente da alcune Ong, fra cui Crocevia, impegnate nell'ambito del sostegno ai processi di crescita e di lotta delle organizzazioni contadine nei paesi del Sud del mondo.
Ci è parso particolarmente interessante mettere in luce che certi movimenti non sono ormai patrimonio esclusivo di aree tradizionalmente sensibili a forme di organizzazione politica contadina, ma si sono estesi a continenti relativamente "nuovi" come l'Africa.
Ancora una volta, inoltre, apparirà evidente come problemi apparentemente lontani siano spesso strettamente dipendenti da decisioni e processi che avvengono "a Nord".


I contadini sono stati in ogni tempo senza volto e senza voce.
È arrivato ora il momento di sostenerli. Se una forza sociale si mette in moto nel paese, lo Stato è obbligato a riconoscerla. Ecco perché ciò che è al centro delle nostre preoccupazioni è come consentire ai gruppi di organizzazioni contadine di difendere i propri interessi. È molto semplice e molto modesto... però è
nuovo.1

Nel Sahel i contadini si organizzano
e invitano il Nord al dialogo

Origine della Piattaforma delle Organizzazioni dei Contadini del Sahel

La Piattaforma delle Organizzazioni dei Contadini (OC) del Sahel è espressione della decisione della "maggioranza silenziosa" di questa regione - più del 60% della popolazione - di rivendicare la propria identità. Questo movimento sociale si sta costruendo sulla base dell'esperienza dei contadini in queste regioni, in particolare nel Senegal, dove le associazioni rurali sono più radicate. Il movimento è favorito dall'ondata di democratizzazione che ha investito il Sahel in questo decennio, rovesciando i governi autoritari che avevano soffocato la crescita di organizzazioni autonome popolari.

Il Sahel, un'area vasta che si estende dal Capo Verde al Ciad e nella quale vivono più di 45 milioni di persone, fu nel periodo precoloniale culla feconda di civiltà ed imperi. Con l'arrivo delle potenze europee fu soggetta ai processi di estroversione dell'economia e di frazionamento geopolitico come il resto dell'Africa.
Nel 1973-74 una siccità prolungata colpì la regione, causando la morte di decine di migliaia di persone e accelerando il processo di destabilizzazione economica e sociale già in atto da un secolo.
La comunità internazionale si impegnò allora a investire considerevoli risorse per permettere al Sahel di superare le debolezze strutturali che avevano trasformato la crisi climatica in una tragedia. Nacquero quindi diverse strutture: il Comitato Interstatale di Lotta alla Siccità nel Sahel (CILSS) che riunisce i nove paesi della
regione2 e il Club del Sahel, composto da paesi del nord,3 con l'obiettivo iniziale di gestire l'emergenza e sensibilizzare la comunità internazionale, per mobilitare successivamente le risorse necessarie alla ricostruzione e in seguito per discutere sulle politiche di sviluppo, la sicurezza alimentare, la gestione delle risorse naturali, la crescita economica e sociale.

Negli ultimi 20 anni, grazie anche all'impegno finanziario della cooperazione internazionale, le economie dei paesi del Sahel sono cresciute, in seguito all'aumento delle produzioni e a processi di diversificazione produttiva.

Ma quale sviluppo si auspica? Chi sono i soggetti che discutono di sviluppo? E su chi ricadono le scelte concordate? La Piattaforma delle Organizzazioni dei Contadini del Sahel nasce dall'esigenza di presentare ai governi, alle istituzioni sovranazionali, agli enti finanziatori un interlocutore rappresentativo delle realtà associative rurali, che sia legittimato dalla base a discutere e negoziare le strategie e gli indirizzi delle politiche agricole, economiche e sociali che riguardano direttamente o indirettamente il Sahel.
L'idea si concretizza nel 1994 in occasione di una conferenza organizzata dal CILSS e dal Club del Sahel a Praia (Capo Verde), alla quale vennero invitati a partecipare per la prima volta anche dei rappresentanti di Organizzazioni contadine. La costituzione formale della Piattaforma si realizzerà due anni dopo a Koudougou in Burkina Faso (1996).

Le realizzazioni della Piattaforma delle OC del Sahel
La Piattaforma si trova a fronteggiare a vari livelli una serie di difficoltà sia interne che di rapporti con le istituzioni. I problemi interni sono legati alla debolezza della strutturazione dei movimenti contadini e al loro sviluppo non omogeneo nei vari paesi (in alcuni casi, come nel Senegal, sono ben consolidati, mentre in altri devono ancora nascere).
Dal lato istituzionale il disimpegno dello Stato con gli aggiustamenti strutturali, le politiche di decentramento, le resistenze dei servizi governativi a lavorare con le organizzazioni contadine, creano difficoltà ad individuare gli interlocutori con cui cooperare. Malgrado la retorica dominante del bisogno di "responsabilizzare" le O.C. nell'area della ridefinizione delle funzioni dello Stato, la mentalità e le procedure governative continuano a impedirne il riconoscimento e la partecipazione.

Nonostante tali difficoltà, i risultati raggiunti dal movimento contadino nell'arco di tre anni, dalla fondazione della Piattaforma, sono notevoli. Sono stati costituiti coordinamenti nazionali in sette regioni del Sahel su un totale di nove (tutte tranne Mauritania e Guinea Bissau). A livello regionale e globale, la Piattaforma e i suoi membri hanno formulato e sostenuto proposte su numerosi temi importanti:
. Sicurezza alimentare
La Piattaforma ha partecipato attivamente alla preparazione e allo svolgimento della Conferenza Mondiale sull'Alimentazione organizzata dalla FAO nel novembre 1996. Il Memorandum della Conferenza, adottato dal forum costitutivo del PF, ha individuato diversi punti su cui costruire le basi di un partenariato tra organizzazioni contadine e governi nello sforzo di raggiungere una sicurezza alimentare: investimenti socio-economici appropriati; accesso al credito; informazioni e strumenti tecnici e strategici; lo sviluppo della ricerca, combinando i saperi locali con tecnologie avanzate; l'integrazione economica regionale e lo sviluppo degli scambi tra gli attori di base; una riflessione sulle strategie future per lo sviluppo del Sahel; la partecipazione alla gestione delle risorse naturali; la gestione democratica del potere, del sapere e della proprietà sul piano istituzionale, economico, sociale e politico; l'accesso delle donne alla proprietà.4

. Il futuro del Sahel
La strategia ("processus") Sahel 21, lanciata a Niamey dal CILSS nel 1995, ha coinvolto la società civile del Sahel consultandola sul futuro della regione nell'Africa e nel mondo, attraverso delle consultazioni nazionali e una regionale, che ha consentito la partecipazione della Piattaforma. La strategia ha portato alla stesura di una dichiarazione adottata in occasione del primo Forum delle società del Sahel. Tra i punti importanti rileviamo: la volontà di promuovere la sviluppo della regione dando la priorità agli investimenti nelle risorse umane; il rafforzamento delle capacità delle istituzioni a tutti i livelli, in modo da garantire la democrazia, la pace, la sicurezza, la giustizia, lo sviluppo locale e la cooperazione regionale; lo sviluppo di un'agricoltura produttiva e durevole, grazie a una buona gestione e a un crescente controllo delle risorse naturali; la volontà di assicurare la crescita e la diversificazione economica; la volontà di creare uno spazio regionale più integrato e unito, ma comunque aperto al resto del mondo. Una dichiarazione specifica identifica i valori che la società civile intende difendere affinché venga rispettato il loro progetto di società: difesa del concetto di "azienda familiare", rispetto della solidarietà locale, ricerca del consenso nei processi decisionali, ospitalità verso gli stranieri...


. Commercio e cooperazione - La Convenzione di Lomé
La Piattaforma e le O.C. provenienti da circa una dozzina di Paesi ACP5 hanno preso parte ad un'iniziativa sponsorizzata da due ONG belghe nella primavera del 1998. L'obiettivo era "Far uscire Lomé dalla clandestinità", dando alle organizzazioni della società civile maggiormente colpite dagli effetti della Convenzione di Lomé un'opportunità di fare sentire la propria voce al momento del processo di rinegoziazione.
Nella loro dichiarazione le O.C. hanno espresso la preoccupazione di vedere i principi fondamentali del partenariato UE/ACP, il legame tra aiuto e commercio, rimesso in discussione dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). L'agricoltura è il settore nel quale sono impiegate la maggior parte delle popolazioni dei paesi ACP. Il suo sviluppo non è solamente legato a questioni commerciali; esso contribuisce anche al mantenimento della coesione sociale, alla sicurezza alimentare, alla lotta contro il degrado dell'ambiente. La liberalizzazione del commercio mondiale non è un obiettivo in sé e non deve impedire agli Stati ACP di mettere in piedi delle politiche agricole nazionali/regionali che permettano uno sviluppo agricolo sostenibile. Le aziende familiari contadine non possono essere sottomesse da sole alle leggi di mercato, né a una concorrenza senza regole. Essa distruggerebbe il mondo rurale, in flagrante contraddizione con l'ambizione di lottare contro la povertà, inscritta nelle intenzioni della UE per la futura Convenzione. L'OMC è un Forum politico all'interno del quale la UE e i Paesi ACP potranno esercitare congiuntamente una pressione per difendere altre regole, più rispettose dello sviluppo umano e dell'ambiente.

. Agricoltura Sostenibile e gestione delle risorse naturali
In preparazione del secondo incontro delle parti della Convenzione Internazionale per la Lotta contro la Desertificazione, la Piattaforma nazionale del Senegal ha preso parte all'organizzazione del forum, nel novembre 1998, che ha riunito più di 100 rappresentanti di organizzazioni che esprimono gli interessi delle aziende familiari rurali di 28 Paesi (17 africani e 11 asiatici, latinoamericani, nordamericani ed europei). L'azienda familiare rurale costituisce la base economica, sociale e culturale delle società africane di oggi. Essa rappresenta un buon punto di partenza per la gestione responsabile delle risorse naturali; genera lavoro per una larga parte della popolazione e aiuta a preservare la struttura sociale delle comunità rurali - un deterrente contro l'immigrazione. Grazie alla sua versatilità e polivalenza essa può reagire alle variazioni climatiche e alle pressioni internazionali in modo molto più flessibile dell'agricoltura industriale. Purtroppo, malgrado i benefici prodotti dalle aziende familiari rurali, le politiche generalmente messe in atto ne ostacolano il mantenimento e lo sviluppo. Le riforme che si stanno oggi adottando nel settore agricolo, dal punto di vista delle O.C., sono fondate sulla logica della produzione per l'esportazione piuttosto che su una produzione polivalente, penalizzando la produzione locale volta al consumo locale. Le implicazioni di queste riforme non sono state oggetto della discussione politica pubblica, e uno degli obiettivi dei partecipanti è fare in modo che si inizi un dibattito su queste questioni. Le O.C., è stato sottolineato, hanno bisogno di poter dimostrare e quantificare i diversi benefici di una produzione agricola basata sull'azienda familiare, al fine di ottenere un riconoscimento politico di questa, e ottenere un conseguente riadattamento dei servizi e un mutamento nella canalizzazione delle risorse.


Quale appoggio le organizzazioni non governative del Nord possono apportare?
A livello europeo è importante che le ONG si mobilitino per sostenere la Piattaforma delle O.C. del Sahel non solo sul piano finanziario, ma soprattutto creando un partenariato duraturo e solidale, nel rispetto dell'autonomia delle organizzazioni di base nella scelta delle strategie da adottare per risolvere le problematiche delle specifiche realtà locali. Il ruolo dei partner del nord è quello di aprire dei canali di comunicazione tra la Piattaforma, la società civile e il mondo produttivo europeo (cooperative agricole, cooperative di consumatori, amministrazioni locali, ecc), creando contatti per interventi di cooperazione decentrata o cooperazione economica. Ma soprattutto sensibilizzare il pubblico del Nord sul lavoro che svolgono nei loro paesi le O.C. del Sahel attraverso iniziative di educazione allo sviluppo e invitando i rappresentanti delle O.C. ad intervenire in prima persona. Le ONG europee possono giocare quindi un ruolo importante nello scambio di informazioni e in un'azione di lobbing nei riguardi delle scelte di politica economica, agricola e commerciale dei paesi del Nord che possano influire sullo sviluppo del Sahel.

Obiettivi della Piattaforma
- intervenire nella formulazione delle politiche di sviluppo sostenendo le esigenze e i punti di vista dei contadini;
- rappresentare le O.C. a livello nazionale, regionale e internazionale nelle sedi in cui si discute di sviluppo economico e sociale;
- favorire la mobilitazione dei contadini a difesa dei propri interessi per ottenere un miglioramento delle condizioni sociali delle popolazioni, siano esse di pescatori, agricoltori o allevatori, coinvolgendoli nella definizione delle politiche agricole;
- creare gruppi di pressione capaci di incidere nelle sedi in cui si parla di sviluppo rurale.


1 Un rappresentante della Piattaforma delle Organizzazioni dei contadini del Sahel, intervenuto al Convegno europeo sul sostegno alle organizzazioni contadine del Sahel, Bruxelles 3-4 aprile 1997.
2 Burkina Faso, Capo Verde, Gambia, Guinea Bissau, Mali, Mauritania, Niger, Senegal e Ciad.
3 Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti d'America.
4 Memorandum pour le Sommet mondial de l'alimentation, Koudougou, Burkina Faso, 12 aprile 1996.
5 Gruppo dei paesi più poveri.

DIRITTI DI CITTADINANZA IN AMAZZONIA
Progetto Cidadao, un progetto per dare futuro
L'équipe incaricata della realizzazione del Progetto Cidadao - progetto del Governo dello Stato dell'Acre, in Brasile - è composta da giovani in salute e molto motivati. Non potrebbe essere altrimenti visto che mensilmente debbono passare per lo meno quindici giorni su strette barche di legno, dormendo in amaca, risalendo i fiumi e gli affluenti di questo pezzo di Amazzonia occidentale per raggiungere municipi distanti 4 o 5 o 10 giorni di barca dalla capitale.
Di barca, perché le strade non ci sono e, in foresta, i fiumi sono le strade più facili da percorrere, per lo meno nella stagione piovosa.
Cittadine, piccoli villaggi con nomi esotici come Tarauacà, Marechal Taumaturgo, Feijò, luoghi fantastici, come la Valle do Juruà, abitati da indios e seringueiros, vivono da sempre in totale abbandono politico, lontani dalla capitale e da quello che vi accade.
Lontani, anche se non fisicamente (a volte si tratta solo di 300 o 400 km), perché isolati da una foresta che è forse la più bella del mondo, il più grande serbatoio di biodiversità, la più grande riserva d'acqua dolce del pianeta.
Vivere in quella selva è però estremamente difficile per tutti coloro che, bianchi e indios, in essa abitano e da essa traggono il sostentamento.
Da una ricerca del Governo, risulta che in 16 municipi presi a campione, tra cui quelli citati sopra, esiste il 20% di analfabetismo e che il 40% della popolazione che è andata a scuola ha fatto solo le elementari; dal censimento dell'Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica sappiamo invece che la popolazione acreana è composta per il 52,29% da persone sotto i diciannove anni e che il 20% delle famiglie è monoparentale, con la madre capofamiglia.
Tra le famiglie delle fasce più povere, il 25% ha un figlio portatore di necessità speciali (per via di handicap, cecità, malattia cronica, etc.).
È dunque in questo vasto territorio, scarsamente popolato, difficilmente raggiungibile, che è necessario rendere realmente accessibili i diritti basici di cittadinanza e politici.
E questo è l'obiettivo del Progetto Cidadao.
La messa in pratica di questa idea richiede uno sforzo organizzativo enorme, una capacità di lavoro, attenzione, cura e una motivazione fuori dal comune.

Sì, perché là, nei municipi, non esiste niente. Il Comune è di solito un capannone con una segretaria; la stessa cosa è la polizia, ma senza segretaria; il giovane giudice è sommerso dalla pila delle pratiche e, infine, il sempre giovane medico è alle prese con le malattie più facili da diagnosticare e più difficili da curare a queste latitudini, come disidratazione, vermi intestinali, eritemi della pelle, fratture esposte.
La legge del più forte è legge assoluta.
E il più forte è colui che ha studiato di più, che sa leggere, che ha i soldi per pagarsi le medicine, per prendere l'areo e viaggiare, per corrompere giudici e polizia.

Il nuovo governo che amministra l'Acre, che si è voluto chiamare Governo della Foresta, è fondato su di una coalizione in cui il PT (il Partito dei Lavoratori di Lula) è il partito principale. Il governatore, un giovane ingegnere forestale del PT, è stato eletto nel 1998.
L'intenzione del Governo è quella di allargare gli spazi di cittadinanza a tutti i cittadini, aprire possibilità per chi non ne ha mai avute e rendere dignità ai popoli della foresta.
Seringueiros e indios sono infatti accomunati da preconcetti e giudizi di valore negativi, i primi per essere dei bianchi che si sono assoggettati a vivere in foresta spesso in regime di semischiavitù, i secondi semplicemente per essere dei non-bianchi.
Spesso ci chiediamo cosa sia il colonialismo, non tanto cosa sia stato, ma cosa sia adesso, quali tracce abbia lasciato in America Latina dal punto di vista culturale.

Il segno più profondo e difficile da estirpare - che percepisce chiunque rimanga qui un poco di tempo con la mente e il cuore aperti - è la convinzione diffusa negli strati più poveri della popolazione che noi, i bianchi, gli europei, siamo veramente migliori.
I poveri, gli emarginati sono oggetto di scherzo, di presa in giro in programmi seguiti alla televisione, nei modi di dire (per esempio, passare un sabato sera senza avere molto da fare e divertendosi poco è "avere un programma da indio").
I colonizzatori sono stati così bravi che i colonizzati hanno profondamente introiettato il loro stato di inferiorità: "Non vedete? Hanno bisogno di essere colonizzati!".
Questo meccanismo non scatta solamente nei confronti degli europei o dei nordamericani, ma anche, e soprattutto, tra ricchi e poveri. I movimenti che lottano anche decisamente per i loro diritti, come il Movimento dei Senza Terra, sono stigmatizzati dalla stampa nazionale come dei violenti irresponsabili, che cercano di accelerare un processo, quello della Riforma Agraria, che, comunque, sta verificandosi, secondo i comunicati ufficiali del Governo e dell'Istituto Nazionale per la Riforma Agraria.
Senza voler generalizzare, possiamo dire che nella società brasiliana, per quel poco che ci è dato conoscere, i diritti sono elemosinati ed elargiti come favori.
Ecco perché il Progetto Cidadao ha meritato un riconoscimento nazionale e merita di essere conosciuto: perché cerca di far uscire dalla sfera del favore accordato quelli che sono dei semplici, basici e sacrosanti diritti.
Vale dunque la pena di descrivere le sue modalità di realizzazione.
Di solito qualcuno dell'équipe del progetto si reca prima sul posto per organizzare la permanenza futura, cerca una scuola, si mette d'accordo con il direttore ed inizia a organizzare la realizzazione di servizi igienici supplementari, contatta una cuoca, racimola i computer della zona (di solito il computer personale del giudice, del medico, del sindaco), porta tutte le vivande e i materiali che serviranno. La cuoca sarà utile quando arriveranno gli utenti dalle loro fattorie o dai loro villaggi nella foresta, lontani quattro o cinque o sei ore di cammino dal municipio, e bisognerà rifocillarli.
L'équipe, che normalmente arriva una settimana dopo, è composta dal funzionario dell'Anagrafe, di Stato Civile, dalla parrucchiera, dal fotografo, da educatori ed animatori per i bambini che accompagneranno i genitori. Il prete raggiungerà il gruppo, così come il medico e l'infermiera, che avranno l'opportunità di fare un check-up generale a tutti quanti.
Dal mattino presto, prima che sorga il sole arrivano le persone e si mettono pazientemente in fila. Quando il sole inizia a cuocere, la fila è lunghissima, con volute e cerchi che si stendono per centinaia di metri.
Gli indios poco lontani montano il loro accampamento e, mentre gli uomini sono in fila, le donne cucinano e chiacchierano. Staranno lì anche due o tre giorni. Loro sono attrezzati...
Si celebrano matrimoni e divorzi, si battezzano ragazzini, si iscrivono al Registro Generale bambini di tre o quattro anni, si fa la prima foto-tessera, a cinquanta anni passati, per ritirare la carta di elettore. Cose semplicissime, normali, che in questa parte di mondo, diventano difficilissime e oggetto di favori. Per questo, iniziative come il Progetto Cidadao costituiscono in Amazzonia un modello da diffondere.
Già, perché quando la lettera delle leggi si scontra con le condizioni materiali di chi da quelle leggi dovrebbe essere garantito, la democrazia, senza la reale possibilità di essere esercitata, semplicemente non esiste.

Melania Ceccarelli
Operatrice della cooperazione internazionale nell'Acre

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EMPOWERMENT:
si fa quel che si può...

Il progetto descritto da Melania Ceccarelli in queste pagine è incentrato sulla promozione dei diritti di cittadinanza, cioè quei diritti che permettono agli individui ed alla collettività che vivono su un territorio, sia esso locale o nazionale, di poter svolgere in prima persona la parte attiva che spetta loro nella società di cui sono membri.

Ma, siccome non sempre i diritti sono diritti, talvolta i membri della società non si rendono conto di averli, di poterli esigere ed esercitare, e serve allora educare a questi diritti. Secondo il vocabolario della psicologia di comunità, cioè quella disciplina, delineatasi negli Stati Uniti di età kennedyana, interessata allo sviluppo delle comunità territoriali nell'ottica del conseguimento del benessere sociale ed individuale, il protagonismo della persona e della collettività nella società si realizza mettendo in grado le fasce economicamente e culturalmente più deboli, di accedere alle risorse.
È la filosofia dell'empowerment, termine inglese che significa, per l'appunto, "il mettere in grado di...".
Gli individui "da mettere in grado di..." non vivono solo in Amazzonia. Spesso l'Amazzonia è di fronte alla porta di casa nostra, nelle città dove alcune categorie di popolazione, per quanto dotate di certificato elettorale, non esercitano i propri diritti e rinunciano a farsi sentire perché sfiduciati o per problemi di bassissima auto-stima. Non è il caso dei tossicodipendenti o dei senza fissa dimora, che si accontentano delle briciole dell'assistenzialismo, avvitandosi in un inestricabile circolo vizioso di auto-svalutazione che li rende spessissimo ostili al recupero del ruolo di cittadini?
Su di loro (e non solo) cercano di agire le strategie di empowerment - concreto, ma ancor di più psicologico - che aspirano a "metterli in grado di..." attraverso la valorizzazione e il potenziamento delle risorse e competenze che non sanno, o non sanno più, di avere.
Nel nostro paese, ad attuare queste strategie, su commissione dei vari enti pubblici territoriali (comuni, A.S.L., province), sono le cooperative sociali, imprese senza fine di lucro la cui missione aziendale, per sintetizzare grossolanamente, è quella di promuovere il benessere individuale e collettivo attraverso azioni di valenza sociale rivolte alle fasce di cittadinanza più a rischio.
Belle parole. Anzi bellissime, quasi commoventi.
Peccato che, nonostante le linee di finanziamento europee, nazionali, regionali e provinciali a progetti del genere, le risorse ammontino in assoluto a pochi spiccioli, in diminuzione ad ogni anno che passa. La povertà di mezzi a disposizione delle cooperative è così profonda che, il più delle volte, gli operatori sociali si ritrovano nelle condizioni di poter lavorare solo ad un contenimento del malessere, anziché ad una promozione del benessere. Così, anche gli operatori finiscono con l'entrare in un circolo vizioso fatto di frustrazione, di mortificazione delle proprie innovative competenze professionali, consapevoli che, prima o poi, l'esiguità dei finanziamenti al loro lavoro, e quindi l'esiguità delle retribuzioni, li porterà ad abbandonarlo, con conseguente impoverimento professionale di un settore cruciale.
A fronte di tutto ciò, le istituzioni pubbliche sembrano poco propense a prendere le misure del caso. Anzi, molto frequentemente gli operatori sociali si trovano a trattare con esponenti delle amministrazioni assolutamente ottusi e disinteressati ai contenuti degli interventi sociali e molto più attratti dal ritorno di immagine, spendibile sul piano politico, che certe azioni garantiscono. Certo, esistono anche amministratori sensibili e lungimiranti, ma, purtroppo, la loro disponibilità viene fortemente limitata dalla pochezza delle risorse a disposizione.

Ci sono prospettive più rosee per il futuro? C'è possibilità che i ministeri interessati alle questioni sociali si vedano aumentare il budget da distribuire sul territorio nazionale? Mah... c'è da dubitarne, visto che presto, al timone del governo, avremo chi avremo.
E allora? Allora, si fa quel che si può, consolandoci di avere il certificato elettorale prima dei cinquant'anni. Qualunque uso se ne faccia...

Luca Zoppi

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