E-mail

n° 2

Rubriche

Novembre 2001

 

Entrando nel sogno, mi trovai su un palcoscenico. Le luci puntate cambiavano tinta e intensità come riflettori. Le scene violente accadevano nel cerchio del riflettore ed erano avvolte da una spessa cortina d’oscurità. Le scene erano tagliate, interrotte, o inframezzate da entractes. La mise en scène era stilizzata, e veniva rappresentato solo il significato.

E molto spesso io ero a un tempo vittima e osservatrice...una torre di strati sovrapposti fino a perdersi nell’infinito, oppure di strati che rotolavano giù nelle viscere della terra. Quando mi immetteva nelle sue ondulazioni, aveva inizio la spirale, e questa spirale era un labirinto. Non c’era volta né fondo, né pareti né via di ritornoLa vegetazione non celava più il suo respiro, i suoi la-menti. La sabbia non celava più il suo desiderio di irretire, di soffocare; il mare mostrava il suo vero volto, la sua insaziabile brama di possedere; la terra sbadigliava scoprendo le sue caverne, la nebbia rigurgitava il suo veleno...Tutti gli animali uccisi, imbalsamati, imprigionati dall’uomo, camminavano vivi nel sogno. Le facce schernivano tutto il desiderio di identificare, di personalizzare: mutavano e si decomponevano davanti ai miei occhiLa paura era eterna, l’ira immediata e catastrofica. Vagliato e sviluppato in un bagliore minerale, ogni oggetto del paesaggio eterno appariva sulla scena circondato di spazio. Lo spazio era come un silenzio enorme in cui non c’era spada di pensiero, commenti laceranti, legami tagliati. Camminavo fra simboli e silenzio     Con la notte veniva il battello. Spingevo questo battello con tutte le mie forze perché non poteva galleggiare, stava passando attraverso la terra. Lottava a  morte per passare per le strade, non poteva trovare la sua via all’oceano. Era sospinto lungo le vie della città, toccando le mura delle case, e io lo sospingevo contro la resistenza della terraIl battello passava per la città incapace di trovar l’oceano. La luce tagliava le ossa con parole che non potevano accomunarsi né scambiar sostanza con comunioneIl sogno correva sempre avanti. Raggiungerlo, vivere per un attimo all’unisono con esso: questo era il miracolo. La vita del palcoscenico, la vita della leggenda s’incastravano col giorno, e da queste nozze sprizzavano i grandi uccelli della divinità, gli eterni momenti.

Anaïs Nin
(“La Voce” Ed. Bompiani 1981)