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n° 2

Cinema

Novembre 2001

Venezia 2001

di Lina Mangiacapre

Il volto della Kidman è l’impronta che segna questa biennale nella bellezza e nel mistero come chiave per attraversare le due dimensioni in ‘The Others’ di Alejandro Amenabar, una madre assassina dei suoi figli e di sè stessa cancella l’orrore del suo gesto e vive in eterno il suo amore dimentica finchè dei vivi non cercano di ostacolarla. Fuori concorso in Birthday Girl’di Jez Butterworth, è una splendida prostituta dell’est affascinante e coraggiosa, una pioniera che si innamora del suo principe inglese.

Mentre le immagini di ‘Moulin Rouge’ da Cannes non smettono di immortalarne la bellezza e bravura. Era l’anno di Nicole ma non l’hanno capito a Venezia la giuria disattenta si è lasciata sfuggire la vera stella del Lido.

Genova e la realtà della globalizzazione nella sua componente negativa è sentito in questa mostra che torna ad essere politica nel suo agitare fuori e dentro il cinema i fantasmi minacciosi di una distruzione di identità e differenze, nel cinismo vincente del successo e del danaro.

La denuncia delle violenze avvenute a Genova sembrano ricordare altra storia in cui cinema significava impegno, lotta, come per Pasolini presente alla mostra nel documentario di Laura Betti ‘Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno’ ma i protagonisti sono figli di altra cultura quella del popolo di internet che oltre lo spazio conunica e informa fuori dal limite delle nazioni e dei paesi di appartenenza.
Il cinema e l’arte la stessa biennale d’arte sembrano dissolversi nella nebbia dell’omologazione, ma anche la colonizzazione e il cambiamento possono essere positive se l’identità è forte e viene rafforzata. Ritornano quindi i rituali, le tradizioni, i matrimoni, il passato ma a passo anche di cellulari e computer .

Il film indiano premiato della Mira Nair “Monson Wedding” (Matrimonio durante i Monsoni. Mentre si avvicinano le piogge Monsoniche si organizza un grande matrimonio e la famiglia Verma dispersa ai quattro capi del mondo si riunisce per l’occasione a Nuova Delhi. Matrimonio combinato tra due giovani sconosciuti, la sposa innamorata di un altro viene scoperta in macchina con l’amante, e si accorge della vigliaccheria dell’altro.

Mentre la conoscenza del promesso si tesse di note profonde. In India a ancora si organizzano matrimoni in cui le scelta è fatta dai genitori ma alla fine è lo stesso anche incontrarsi in una discoteca, i rapporti comunque sono difficili. La Nair ci da una lezione di ottimismo e vitalità, tutto sicuramente portato dalla energia vitale delle donne, tra musica, eterni sentimenti, buonismo e denuncia del cattivo zio pedofilo eliminato una volta per tutte. Una pellicola barocca e ricca di sorrisi e dimensioni eterne, mentre le invenzioni della scienza sono mostrate con occhio rassicurato dall’eterno fiume immutabile dell’essere umano nella sua natura positiva, e dalla forza inscalfibile delle tradizioni . E’ un film che tutti vedranno e che piacerà....una sorpresa invece di un leone una Leonessa, era dai tempi di piombo che non succedeva. Un’India mai immaginata, dopo la Von Trotta un’altra regista ci capovolge i cardini  Manifestazioni non global scavalcate da un film che guarda il mutamento senza paura, ma con gioia e grandi aspettative.
Mentre gli incontri continuano e ci si interroga su Genova Citto Maselli inizia il suo montaggio, lo speciale di Filmcritica dal titolo ‘Questo non è cinema’ afferma che le immagini che mostra non sono cinema non fiction ma testimonianza viva. Il premio alla Nair chiude un occhio e spera. Dice la regista:- La Nuova Delhi di oggi è un bizzarro universo globalizzato in cui mondo tradizionale e modernità sono continuamente in contrapposizione, per l’india noi Punjabi siamo come gli italiani per l’Europa festeggiamo sempre qualcosa, lavoriamo molto ed abbiamo una grande passione per la vita. Abbiamo cercato di dipingere un’epoca della società indiana in cui l’orgoglio della nostra cultura si è liberato dai complessi del colonialismo. La musica e i film Bollywood rappresentano una componente inscindibile della nostra quotidianità. Se il film è riuscito a catturare il masti- l’intossicante gusto per la vita del mio popolo,allora avrò raggiunto il mio obiettivo.- Il gran premio della giuria va al film forse più amaro e pessimista del Festival ‘Canicola’Hundstage’di Ulrich Seidl.

Un fine settimana alla periferia di Vienna nel grande caldo. Violenza corruzione decomposizione, l’essere umano perde sè stesso tra tangenziali, ipermercati,e villette a schiera tutte eguali. Sei storie tra sesso e violenza e indifferenza,nella peste del tempo. Non si comprende come la stessa giuria abbia potuto premiare film opposti forse anche la GIURIA è sta contagiata dalla globalizzazione. Per fortuna ‘Il voto è segreto’ dell’Iraniano Babak Payami vince il premio per la regia e mette tutti a tacere.

Splendide inquadrature raccontano di antiche leggi e di coraggiosi e difficili cambiamenti nello sguardi innocente e fiducioso di una ragazza e di un soldato, tra ostacoli e difficoltà un viaggio verso nuovi orizzonti. Le coppe Volpi agli attori di ‘Luce dei miei occhi’ di Piccioni, Sandra Ceccarelli e Luigi Lo Cascio. In nome del cinema italiano. Molti i film firmati donna, molti personaggi interessanti e centrali, bisogna riconoscere che il festival quest’anno ha aperto le porte al femminile, il nostro premio Eivira Notari vola in Cina per la seconda volta verso una giovane regista coraggiosa, Li Yu con il suo ‘Jin mian xia tian’(Fish and elephant). Li Yu ci racconta una storia d’amore tra due ragazze(una lavora alla cura di una elefantessa, l’altra crea abiti) tessuta con semplicità e innocenza.

Lo sguardo giovane e libero da tabù della regista riesce a spiegare e trasmettere quello che forbite teorie emanifestazioni hanno oscurato, la naturalezza spontanea dell’amore tra donne. La forza che deriva da quest’amore anche nella libertà nel rapporto con la madre e l’apertura generosa nel sociale nell’aiutare l’amica che ha ucciso il padre per impedirgli di continuare a violentarla. Un mondo differenziato di donne di cui Li Yu sottolinea le differenze irriducibili. La quotidianità di un mondo mai mostrato ci sorprende nella sua lucida trasparenza un sorprendente neorealismo, e un’avvicinamento inconsueto tra culture distanti attraverso uno sguardo di donna.

Ci racconta Li Yu la difficoltà di trovare sostegno ad un discorso che qualche anno prima era tabù e riduceva l’omosessuale a malato di mente da internare e curare. Ma anche se le leggi cambiano l’opinione e la tradizione sono resistenti e lente nella mutazione. Questo film voleva mostrare che l’amore tra donne non ha niente a che fare con la malattia è naturale e semplice come ogni amore, difficile e doloroso certo come ogni sentimento che non è riducibile alla ragione. Alla mia domanda sul titolo strano del film, se nascondeva un simbolismo lei mi risponde sorridendo e chiarisce la protagonista alimenta l’elefantessa simbolo della forza che però è imprigionata in uno spazio troppo limitato come la società per la sete di libertà della ragazza, l’altra quella che uccide il padre è come i pesci diversa e ribelle libera ma può essere catturata e anche squamata distrutta. Questo premio è importante non solo per il riconoscimento e il valore del film ma perchè il film sia accettato in Cina. Per tutti questo argomento era da tacere, lo si vede come vergogna o malattia ancora, tornare con un premio ne sottolinea il valore e smentisce ogni censura. Come hai scelto le tue attrici tra l’altro come affermi non professioniste, come le hai rintracciate? Li Yu aggiunge :- Nel modo più semplice, sono andata nei circoli lesbici dove mi conoscono e mi amano anche per altri documentari che ho girato ed ho parlato con loro che desideravano raccontarsi. Le mie due attrici non recitano di amarsi ma nella realtà stanno insieme anche se alla fine del film si sono divise, anzi forse il mio film ha dato loro la possibilità di capire che non erano fatte l’una per l’altra-.

Mentre fatti l’una per l’altro erano Agis e Aspasia interepretati da jay Rodan e Mira Sorvino nel film di Clare Peploe’ The Triumph of love’ L’ennesima pellicola sul gioco del travestimento, travestirsi cambiare il proprio sesso la dove la misogenia impedisce l’amore per una donna. La storia del travestimento è vecchia come l’interdetto e l’imposizione codificata e imposta all’uno el’altro sesso. Nella sua tesi Syivie Steinberg ha rintracciato negli archivi della giustizia della polizia e della guerra le tracce di trecento fatti concernenti casi di donne vestite da uomini.

Le travestite o travestiti furono molto più numerosi, ma quelli o quelle che hanno con successo cambiato la loro identità restano per sempre sconosciuti. Non è questione di un carnevale che autorizza un travestimento rituale, è un atto personale deviante. Per i teologi vi è una componente diabolica, eretica o licenziosa...o.....Il travestimento come perturbazione dell’ordine prestabilito della gerarchia dei sessi ha un valore politico. La rivoluzione francese vide sorgere una nuova generazione di Amazzoni costrette alla clandestinità perchè non ottennero il permesso di fondare battaglioni di donne. Centinaia di cittadine intrepidi sono state confuse con gli uomini in modo ambiguo restando semplici eccezioni di conferma alle regole. Potremmo dire che il transgenre sia parte integrande della rivolta della storia delle donne. Solo nel XVIII°secolo comincia a imporsi la visione dei due sessi come radicalmente opposti e impossibili da confondersi. Come scrive anche la Wolf in Orlando. Le principali vittime di questa visione rigida sono gli ermafroditi. Dalle creature ambigue mitiche si passa al campo medico. Dalla divina differenza intesa come prodigio, alla mostruosità. Ma la pellicola della Peploe nonostante la bravura della Sobrino ci lascia distanti da queste problematiche in un inutile quanto antiquato minuetto, ignara di tutto quello che si cela dietro il travestimento che non è semplice divertissement.