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n° 1

Cinema

Gennaio 2001

57a MOSTRA D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA
BIENNALE 2000

di Lina Mangiacapre

Selon Matthieu di Xavier BEAUVOIS

Nuovo millennio,problemi millenari,la Biennale ancora ci manda l'immagine di una sirena ma nessuna pellicola riesce ormai a sedurre. Troppo dolore,troppa miseria,troppa mescolanza e confusione,la creazione non ha spazi nella fantasia né nella realtà;il buddismo domina il mondo che in sé diventa sempre più preda di esperienze estreme. Eliminiamo la schiavitù e pratichiamo invasioni occulte e violente della sfera privata,teorizziamo sulla sfera del diritto,ci scandalizziamo di opinioni non omologate e procediamo chiamando democrazia o civiltà la repressione.

Sganciamo bombe per un fondamentalismo che chiamiamo civiltà e progresso. La creazione ha bisogno di libertà, unicità, singolarità irripetibili. Come creare se sì é clonati dal consenso? Vediamo scorrere immagini, prevedibili, consumate; di nuovo c'é solo il vecchio! Si considerano paesi guida e civili quelli che praticano la pena di morte e sono razzisti; sono loro che determinano la base dei valori: successo‑danaro‑potere. Si afferma la parità uomo-donna e si accettano e sostengono paesi che discriminano e ancora lapidano le donne per adulterio e torturano bambine. Qualche pellicola cerca di uscire dalla piattezza del consenso e avvicinarsi all'autenticità ma il cinema come media è infettato con contagio molesto dalla televisione e cambia creazione con comunicazione e informazione. Nuovo millennio quindi vecchio rugoso e ipocrita mescolanza di scelte e presenze opportune e l’arte,la creazione, addomesticate, muoiono e noi ci vediamo riflessi nello specchio logorante di un privato ormai invaso e spiato da quelle civiltà che apparentemente la difendono. Non più l'iperuranio ma la sterile realtà speculare del, Grande Fratello!

Il 2000 ha il volto di star maschili, come Clint Eastwood, leone d'oro alla carriera,il genio di Sergio Leone rimane confinato nell'ombra. Non c'é più comunicazione tra le cinematografie ma solo omologazione. L'Oriente lancia le sue immagini disperate con lo splendido film coreano “SEOM”(L'ISOLA) di Kim Ki Duc. Questa pellicola sì armonizza con la laguna, una storia dove l'acqua cinge, imprigiona, protegge, nasconde, decompone. Estrema rappresentazione di un volgare parallelo tra uomo - donna - pesce,impossibile amore senza orrore,escrementi e bellezza.

I cento passi di Marco Tullio Giordana

Amore di traghettatrice che sola agisce e si muove e vuole, diabolica dea mortale e debole di una bellezza invisibile a schiavi incapaci di vivere nell'acqua ma solo vogliosi di pescare, catturare,morire. Un'isola senza possibilità di fuga ma dove si può trovare l'amore e la morte non più nella solitudine ma nel sesso mare terra dell'altra nuova Caronte. Fotografia splendida tra poesia volgarità grottesco. Allegoria della vita e del rapporto uomo‑donna, la pellicola ha suscitato nella sua sgradevolezza reazioni di malessere in alcuni‑e. Altro film che denuncia la maledizione si essere confinati nella follia del sesso come unica esperienza “O FANTASMA”   di Joao Pedro Rodrigues. L’ossessione di Sergio ‑spazzino‑ lo riduce a schiavo della sua passione fino a diventare spazzatura rifiuto non più umano,vicino solo al suo unico rapporto, il cane. Interessante denuncia di una dimensione dove í confini dell'umano sfumano e si riducono, degenerano in altro da sé.
Follia dunque malattia,l’ossessione di un uomo non più uomo,costretto sempre a vivere tra i rifiuti,le ombre. Il regista iraniano Jafar Panahi ci cinge con il suo “CERCHIO”(DAYEREH) al femminile e dalla bambina libera de il “palloncino bianco” ci conduce alle donne schiave di varie ed eterne discriminazioni. La sensibilità di Jafar anche nel mostrare le difficoltà e le disperazioni di donne in nero, quel nero che copre che rende pesanti e chiuse nel dolore,pure non può non mandarci messaggi di amore,di ammirazione,di speranza,in quella energia,quella vita che nessuno può penetrare o spezzare,quella vita che é insopprimibile e impenetrabile,in quel cerchio di donne che non smettono mai di creare,di ribellarsi,di lottare,di vivere.IL film vince il leone d'oro. Le registe presenti sperdute nella loro apparente libertà e nuova identità non hanno mostrato personaggi di donne interessanti, o seducenti,non hanno imposto uno sguardo appassionato di genere. Sally Potter che aveva convinto con il suo “ORLANDO” mi aveva in parte delusa con "LEZIONI DI TANGO ",mi ha lasciata alla ricerca di una sintesi non raggiunta nel suo “THE MAN WHO CRIED” ( L’ UOMO CHE PIANSE ).

Sally é grande come coreografa e si perde nel racconto,nei dettagli,non scolpisce quanto la storia esige.Chiusa nel labirinto di un viaggio avventura, Fegele, la protagonista (Christina Ricci),ci sfugge nella sua necessità. Mentre “UTTARA” (I LOTTATORI ),il film bengalese di Buddhadeb Dasgupta,ci porta in un mondo dove due uomini sono preda solo della passione della lotta tra loro,sordi sia all'amore di una donna splendida sia ai problemi del mondo; consumano la loro inutile forza in un simbiotico rapporto speculare.

Tillsammans di Lucas MOODYSON

Inutilmente Uttara li chiama,presi dalla lotta lasciano morire,stuprare la donna,bruciare vivo il prete che pure,unico,cura i loro corpi e cerca di nutrirli. “I LOTTATORI” ha in sé la lentezza,la grandezza,la poesia e il dolore,il senso di un fatalismo insopprimibile che divora e distrugge ogni possibilità di cambiamento,anche quello del popolo dei nani che desiderano un mondo a loro immagine e dimensione,visto che i grandi hanno solo e sempre distrutto.Premio speciale della giuria per la poesia e la bellezza irraggiungibile dei due giganti lottatori;forse critica sottile ai movimenti gay che ignorano altre lotte che non siano quelle ferme ai loro corpi. L'Italia del 68 combatte la Mafia con i “ I CENTO PASSI” di M. T. Giordana e vince il premio per la migliore sceneggiatura.
Ancora il millennio guarda al passato ma oltre “il cerchio” é solo “l'isola” che ‑ si sa ‑ non esiste.
Nella sezione “Cinema del Presente” mi ha colpito “ADANGGAMAN” di Roger Gnoan M’Bala. Ci dice il regista che il suo é un film sulla memoria,quattro secoli di commercio umano vergognoso,milioni di vittime,perdonare senza mai dimenticare. La pellicola mostra un villaggio africano nel XVII secolo.
Un re assetato di potere,Adanggaman,che imprigiona,distrugge,cattura con la complicità delle sue guerriere donne feroci,assetate di sangue e vende uomini e donne asserviti e già schiavi,come schiavi.
Mai autocritica é stata più feroce,il film della Costa d'Avorio sembra riportare oltre la memoria e la Storia,le ragioni della tratta riconducendole alla stessa ferocia e sete di potere interna. Una allegoria che può colpire forse ancora nell'oggi.
Inutilmente l'amore sbocciato tra un'amazzone e un uomo‑uccello cerca di dimenticare il massacro e la distruzione:l'uomo è rapito e venduto, come schiavo e la donna uccisa.Non c'é futuro per il loro amore,non c'é alcun futuro in una società che pratica l'asservimento e la schiavitù.
Salutiamo la Serenissima mentre nessuna armonia ci ha raggiunto dai film che abbiamo visto ma angoscia,noia,quantità,violenza,spesso cloni di pellicole già digerite.Eppure il nuovo si compone anche di caos e spazzatura.

Freedom di Sharunas BARTAS