E-mail

n° 1

Cinema

Novembre 1999

Da Venezia a Roma

Scriveva Cocteau:- La mia prima preoccupazione in un film è impedire che le immagini scorrano contrapporle, incastrarle, congiungerle senza nuocere al loro rilievo. Ed è proprio questo deplorevole scorrere delle immagini che i critici chiamano " cinema" e considerano come il suo stile...

Soseiji

Questo significa imporre al cinematografo di rinunciare ad essere un veicolo del pensiero per non essere altro che una distrazione, e porta i nostri giudici a condannare in due ore e cinquanta righe un'opera che riassume vent'anni di lavoro e di esperienza. ... Il problema dell'invisibilità cui è destinata un'opera che si contrappone alle abitudini che rendono le cose visibili... Nessun avvenire per un film... Un film percorrerà una strada inversa a quella delle altre opere che iniziano su scala ridotta e si conquistano una diffusione più vasta quando si dimostra la loro efficacia. Il meccanismo industriale lo obbliga a iniziare su vasta scala e, forse, a meritare una scala ridotta... Un film degno di questo nome incontra gli stessi ostacoli che incontra un quadro, che sia di Vermeer, di Van Gogh o di Cèzanne. Ma lo si condanna a cominciare dal museo dove i quadri non giungono che col tempo. Lo si getta in mezzo alla folla... in breve il quadro che all'origine non valeva un centesimo, varrà milioni e il film che in origine valeva milioni non sopravviverà, se potrà sopravvivere nella rovina-. Il destino dei films di Venezia o del cinema sempre più preda del consumo e della velocità sembra essere marcato dalla scrittura del genio e della sensibilità di Cocteau, ma la qualità dei films mostrati ci fanno pensare che c'è bisogno di un'estetica nuova e più attenta. La lettura di opere superficiali e scontate si affianca ad opere di autori che hanno una loro poetica e un loro stile, troppa fretta l'arte si sa ha bisogno di tempo. Il cinema italiano muore della volontà di vivere di abitudini morte, della sua fretta, della sua furbizia, della sua miseria, della sua mancanza di coraggio. Eros e tanatos sconfitti dall'umanesimo dell'adolescenza e dalla fiducia nella ragione. I giurati hanno scelto per la vita ma il fine millennio nella sua confusione ha segnato il festival e molte pellicole taciute o ignorate invadono con la follia del loro realismo urlante e sanguinario o con la risata sadica di chi lascia invadere il classico dall'arcaico profano mostruoso, questo nuovo realismo è mostrato con coraggio ma rifiutato da chi il realismo crede che sia quello del dopoguerra e impedisce al cinema italiano di essere nella storia del mondo. Lo vincola ad uno pseudorealismo di buonismi e adolescenziali " libri cuori" superficiali e stupidi nel loro borghesismo piccolo e privilegiato che non dice altro da sè e mostra una immagine falsa ed edulcorata dell'adolescenza. L'eros pubblicizzato di " Guardami" confonde tra sante e puttane, nel suo buonismo santificante del cinema porno di cui ci illustra con dovizia di particolari le prassi, ci annoia con la superficialità di una scelta approfondita e ci fa ridere della morte di un malato terminale consolato da una scopata. E' anche vero che anche Kubrick santifica la scopata nel suo tanto atteso ma non certo erotico film " Eyes Wide Shut" la coppia scelta e forse troppo per bene, troppo bella, troppo poco inquietante, troppo... manca il realismo del presente, manca il ritmo dell'erotico, manca l'anarchia della contemporaneità che ha soppresso gli universali e ucciso ogni identità ed ha fatto nascere Eros da Caos, come Kubrick mostra molto bene nella sua " Arancia meccanica". Ma il dolce amaro ci viene da Scorsese dal suo lavoro sulla memoria in cui si intreccia la sua famiglia la sua infanzia le sue radici di nipote di emigranti siciliani con la storia del cinema italiano. Ci dice Martin: - E' la mia storia di come sono cresciuto guardando quei films non in Italia la storia del cinema italiano è fra le più ricche del mondo-. Noi sapevamo di essere dei nani sulle spalle dei giganti, ma il nanismo del cinema italiano di oggi può solo lanciarsi nel sottosuolo dove non ci arriva nessuna voce, un sottosuolo spento non come quello parlante di Kiarostami. Il rito del latte, la voce del dio dalle profondità della terra, l'infanzia viva di domande, le comunicazioni agitate di un esterno altro che non può capire, il tempo altro del ritorno e della profondità. Le radici di una identità forte sono legate all'essere collegate alla realtà qualunque sia il mutamento, conoscerlo agirlo farne parte contaminarsi. Come mostra il lavoro di Scorsese che spazia da " Cabiria" di Pastrone del 1914 a " L'Eclisse" di Antonioni del '62 attraverso Camerini Rossellini Blasetti Visconti De Sica. Il presente ha un respiro corto è nei corti che le sintesi funzionano e il coraggio di praticare formule diverse è reso possibili. In un festival in cui il raccontare diventa quasi una lezione elementare di didattica in molte pellicole anche graziose italiane e non, premiate e non, nei cortometraggi si legge un tempo ed una sensibilità più vicine al ritmo dell'esterno catturato da una diversa tensione. " Funeral business" dell'albanese Gjergj Xhuvani mostra in un bianco e nero da incubo l'attesa la paura il terrore crescente di una donna, durante la guerra sporca della fame e dell'insidia in cui tutto è nascosto e trama nell'ombra, e nell'ombra casse funebri sono deposte fuori alla casa, la donna teme una minaccia per i suoi figli per sè, impugna l'arma spara all'ombra, l'ombra minacciosa si svelerà alla luce dell'alba essere il marito clandestino tornato nella notte. Il terrore rende ciechi, la guerra si estende contro sè stessi. "Se- Tong" di Heng Tang ci racconta dell'amore di un ragazzino per la terra e i serpenti con i quali comunica e gioca felice, sicuro ma la paura degli adulti gli strappa il legame e lo condanna alla solitudine. " Portrait of a young man drawning" di Teboho Mahlatsi ci scandisce i ritmi tribali di percussioni infernali il delitto la condanna l'orrore la ricerca della liberazione l'impossibile fuga la punizione la condanna, tutto girato in una fuga contro il tempo nell'impossibile fuga da sè. " Zaras" dell'ungherese Balint Kenyeres ci porta in una dimensione dove il tempo si è fermato e dei vecchi fuori dal tempo restano immobili a giocare a scacchi mentre inesorabili i piedi di qualcuno che si muove vogliono rompere quella stasi. Un attimo e la rivolta contro il cambiamento è compiuta la violenza contro chi vuole il mutamento è totale il fi viene ucciso e lasciato lì nell'indifferenza di chi continua il proprio gioco. Il film ci porta in una dimensione metafisica mentre la scena è realistica, le facce dei vecchi solcate dal tempo dall'emarginazione dalla miseria, icone pietrificate. " Pugni nell'aria" di Roberto De Francesco è girato nella quotidianità della storica bellezza di Roma, mentre amore morte delusione si incontra con un emarginato colpito dal silenzio, dalla rabbia, di una ragazza che vede decisa e disperata. Una comunicazione senza parole tra due giovani di mondi diversi, un amore impossibile, ma possibile nel silenzio nel dolore e nel sorriso della consolazione. Sfumature di racconto. E la paura di Zaras contagia di ben altra paura il mondo del cinema italiano, e non solo, il cambiamento della donna nel mondo e nel mondo del cinema è rifiutato ed esorcizzato, nel silenzio intorno alla Campion di " Holy Smoke" come alla splendida interprete Kate Winslet, come alla Melanie Griffith di " Pazzi in Alabama" di Banderas, tagliatrice di teste e matta di follia vitale, o alla Marla Singer interpretata da Helena Bonham Carter di " Fight Club" di David Fincher, una donna che per incontrare il sentire si immerge nei luoghi del dolore e non fugge la follia di Edward Norton che interpreta insieme a Brad Pitt il personaggio schizofrenico di Tyler Durden, un ribelle che decide di lottare fisicamente per riconquistare la propria unicità. Un film politico che tutti hanno scambiato per violento dove la figura della donna riesce ad apparire come la più forte nel senso di essere capace di perdersi e ritrovarsi, di capire oltre ogni logica ecc.. Perchè questa paura? Perchè tutto crolla quando la funzione di cardine viene meno, come la donna è fuggita da quella porta dove dimorava non per scelta? Tracce di paura negli occhi e nel cuore segnano un giudizio rassicurante ma gli occhi chiusi non si addicono a chi deve guardare il cinema e criticarlo. " A Texas Funeral" di Blake Herron gli occhi di un bambino riescono a vedere nel silenzio ed a vivere i morti e i vivi, parlare con il nonno morto da poco con il suo cammello, conoscere l'aldilà e legarlo con il presente, giocato tra la commedia e la fantasia il film ci dà emozioni e ci diverte anche nel dolore. Mentre " Buddy Boy" di Mark Hanlon ci racconta senza pietà la violenza in cui siamo immersi per l'incertezza totale in cui ci precipita l'ambiguità dell'immagine. Il mostro è il ragazzo, perchè guardone, ma la madre si svelerà un maschio assassino, mentre la dolce donna che lui spia e ama, sarà vista alla fine come una cannibale divoratrice di uomini. Paura ancora in " Jesus'Son" di Alison MacLean ma riscattata da una musica e dialoghi serrati che cercano di catturare una realtà violenta che per liberarsene bisogna attraversarla e combatterla. Ci sono anche realtà che non scegli ma non puoi ignorare come quella che ti strappa al tuo lavoro in una età matura e ti costringe a lasciare il mondo che ti sei costruito e anche se sei uno che ama vivere come il personaggio di " Mundo Grua" di Pablo Traper, ti ritrovi spiazzato nonostante il tuo humour e la tua lucidità. Il bianco e nero di questa pellicola e l'interpretazione, i ritmi mostrano un mondo tra l'artigiano e l'operaio forte sicuro eppure che va scomparendo anche in Argentina. Dalla laguna al fiume ma ancora il cinema italiano non arriva al mare.

Lina Mangiacapre

Sommario