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n° 1 |
Rubriche |
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Novembre 1999 |
Ho fatto un sogno
di Nausicaa
"Al soviet del Fondo letterario prego di darmi un lavoro di sguattera nella mensa che sta per aprirsi" M. Cvetaeva, "Io non voglio morire. Io voglio non esistere". Parole dure, trapassano il corpo come un punteruolo, difficile è sopportare ancora tanta amarezza ed esistere in un mondo ostico dove ti senti inutile. Marina scrive la prima poesia a 6 anni, pubblica il primo libro a 16, l'amore per la poesia nasce e matura dalla passione per la musica trasmessale dalla madre musicista. Per Cvetaeva la poesia è un gioco, gioca con le frasi, le parole, le sillabe, il segno per lei è una nota, il libro una sonata. Questo gioco coinvolge tutta la sua esistenza di artista totale. Un percorso, il suo, ricco di avvenimenti, passioni, creazioni, speranze intraprese da emigrata per poi diventare esiliata in 'patria'. Il distacco e le dichiarazioni contro gli atti rivoluzionari dell'epoca (Russia 1917) le procurarono un isolamento letterario e politico, l'inizio di un calvario che non impedisce la sua creazione poetica ma dal quale viene riscattata soltanto dopo la morte (1941). Soltanto dopo la metà degli anni '60 comincia ad essere ascoltata, perchè politicamente malvista e letterariamente troppo nuova, diversa, futurista. Un importante rapporto epistolare la lega a B. Pastrnak che nella sua autobiografia scrive:" La verità è che bisognava leggerla con attenzione. Quando lo feci, restai senza respiro per quell'abisso di purezza e di forza che mi spalancava davanti... non è sacrilegio dire che, a eccezione di Annenskij, di Blok, la Cvetaeva prima maniera era precisamente ciò che avrebbero voluto essere, e non furono, tutti gli altri simbolisti presi insieme... Subito mi conquistò la violenta liricità della forma, potentemente stringata e concisa, capace di abbracciare, senza mai interrompere il ritmo...".
Il sogno di Stenka Razin
E sogna Razin - un sogno:
come se pianga un airone palustre.
E sogna Razin- un rumore:
come se stille d'argento gocciolino.
E sogna Razin- un fondo-
a fiori- come un tappeto.
E sogna un viso
dimenticato, con nere sopracciglia.
Sta assisa, come la madre di Dio,
e infila perle in un filo.
E lui vorrebbe parlarle,
ma soltanto le labbra muove.
Gli si mozza il respiro- come
avesse un pezzo di vetro nel petto.
E passa, come una guardia sonnolenta,
- fra loro- una cortina di vetro.
"Il timoniere dirigeva l'aurora
giù per il Volga- fiumana.
Ma tu perchè mi hai lasciata
con una scarpina sola?
Chi una bella vorrà
che ha una scarpetta soltanto?
Io verrò da te, amico,
a prendermi l'altra scarpina!"
E tinnano- tinnano, tinnano- tinnano i polsi:
"Sei andata fino in fondo, felicità di Stepàn!"
(8 maggio 1917)
da "Poesie" di M.Cvetaeva