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n° 1 |
Cinema |
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Novembre 1999 |
De Sica e le donne
"L'Oro di Napoli", tratto dall'omonimo romanzo di Marotta cosceneggiato con Zavattini per la regia di De Sica nel 1954, esprime il carattere immutabile attraverso i secoli e l'eternità di una città che in tutte le sue mutazioni permane in una filosofia le cui radici affondano forse in una realtà misterica incomprensibile come incomprensibile nella tragedia è la sua incontenibile volontà di vivere, ecco la relazione donna città popolo storia vita. "Voi vedrete in questo film luoghi e genti di Napoli. Innumerevoli sono gli aspetti splendidi e umili, tristi e allegri dei vicoli di Napoli. Noi vi mostreremo solo una piccola parte, ma vi troverete egualmente le tracce di questo amore per la vita, di questa pazienza e di quella speranza continua che sono l'oro di Napoli." Queste parole precedono gli episodi del film che mescola nello sguardo innamorato del regista amarezza e speranza lacrime e gioielli di sorrisi anche lui il regista fa parte di quell'assurda volontà di vita e di amore di quella città misteriosa che ha come simbolo la Sirena. Il gioco è la Sirena che domina il regista, scommettere rischiare significa aderire alla vita all'amore al miracolo, credere nel fato nella sorte, non a caso sarà il protagonista e incarnerà il conte Prospero che non può essere considerato un gentiluomo perchè preda del gioco, è interdetto dall'eredità del suo immenso patrimonio; ma disperato e non rassegnato il conte vive la sua follia con il piccolo Antonio figlio del portiere che incontra e sfida ogni giorno nel gioco delle carte su cui si accanisce senza tregua in una patetica decadente inguaribile follia. Altra follia della vita è la gelosia e l'episodio della pizzaiola Sofia che perde l'anello di smeraldo nell'impasto della pizza, così si giustifica con il marito sconvolto, mentre l'ha lasciato sul comodino dell'amante. Il regista è insieme lo sguardo di tutti gli uomini sul corpo della bella pizzaiola, mentre mostra una pietosa comprensione per il marito tradito sempre dalla bellezza che non può imprigionare, mentre il tribale di un popolo che giustifica e omaggia la bellezza come potenza è mostrato con una coralità festosa e cinica che deride la dinamica di un sentimento che non può essere dissolto da nessuna verità: Pochi tratti sono necessari a De Sica per farci sentire gli odori del vicolo, il sapore della pelle e delle pizze che la pizzaiola impasta che la Loren interpreta, in una sequenza di sguardi vogliosi di corpo soggetto agente di desiderio, in un cannibalico pagano rito di ammirata tribale compiaciuta sessualità. Mentre Silvana Mangano ci mostra l'orgoglio e la dignità umana di una prostituta che accetta di sposare un uomo ricco senza conoscerlo ma credendo alle storie dell'amico che le racconta favole su possibile improvviso innamoramento per averla vista una volta forse... lei Teresa un pò gli uomini li conosce lo sà che sono strani e quasi si intenerisce. La prima notte di nozze i sogni di Teresa si ingrangono al racconto del marito che svela di averla sposata per punirsi del suicidio di una ragazza innamorata di lui e respinta. Sposare una prostituta, una qualunque come espiazione come prigione, Teresa sconvolta risponde tra sè incapace di rompere il muro della follia del rimorso e del pentimento, vigliacco, vigliacco, perchè non sono forse una donna io! Usata come sesso crede di liberarsi e scopre di essere stata usata come carcere come pena, la sua decisione è irrevocabile rifà le valige e ritorna all'antico mesteriere. Silvana Mangano perfetta nella sua altera bellezza che la distanzia da ogni volgarità interpreta il personaggio di Teresa riducendo il partner a un microbo solo attraverso sottili e precise trattenute emozioni pensieri, disprezzo e sorpresa rabbia e disgusto dolore delusione tutto attraversa il suo magnifico volto e il suo sensibile vibrante corpo.
Multiforme e irrequieto il regista anche attore sà mostrare il particolare e spaziare oltre ogni limite in quella tristezza che è nella coscienza di una decadenza del maschile che si aggrappa al femminile; di una nobiltà che si aggrappa al proletariato di una vecchiaia che tende verso un'infanzia ormai persa. Due sono gli episodi de " L'Oro di Napoli" in cui De Sica mostra la morte, la morte a Napoli, la morte della donna nell'episodio della Pizzaiola è descritto all'interno di un appartamento attraverso il dolore di un uomo, drammatizzazione teatrale unica interpretata da un Paolo Stoppa incredibile che tenta il suicidio trattenuto sempre più dagli amici che alla fine lo costringono a mangiare, eppure questa morte questa assenza è più presente degli altri con la sua umanità attraverso la descrizione dell' uomo che ripete: sembrava una bambina, il suo ultimo gesto è stato arrampicarsi verso la cucina perchè voleva farmi il caffè, il caffè; ancora oltre la morte la cura. L'altro episodio è la morte di un bambino e la volontà della madre racchiusa in un dolore senza parole, in un sorriso enigmatico, attraverso il rito del funerale, arrivare dal vicolo al mare e far dare l'ultimo saluto, gettando i confetti agli altri bambini, i suoi compagni di gioco. La morte e Napoli sembrano danzare uno strano gioco in un abbraccio alternato di impossibile fine, le donne e la morte, le donna e la guerra, le donne e l'amore, tutto un rituale che non si ferma e che avvolge in quell'intrigo di vita che sono i vicoli che vanno sempre verso il mare. Napoli eterna come l'amore pure scompare nell'egoismo del " Giudizio Universale" mentre la donna svanisce nell'opportunismo del benessere de " Il Boom". La collaborazione che De Sica ha sempre avuto da Zavattini ha fatto a volte svalutare il regista quasi vedendo il merito dei suoi films sopratutto nelle ottime sceneggiature. Mi piace rispondere con Moravia ad una intervista di Mario Monicelli apparsa su " I Giornalibri" n°1 1979, p.p. 105-115... " ... La sceneggiatura è una cosa che proprio detesto, perchè non è narrazione, è un canovaccio pieno di meccanismi. Il vero narratore è il regista... - Secondo te di chi è figlio un film? di una persona sola o di tante? E' figlio di una persona sola. - E gli apporti dello sceneggiatore, dello scenografo, degli attori, dell'operatore come li valuti? - Lo sceneggiatore è come una governante a cui la madre affida il bambino, però a un certo punto la governante se ne va e il bambino rimane alla madre. In realtà il film è un'opera del regista, e ti dico il perchè. Perchè il regista è l'artista che crea la poesia i rapporti strutturali, il colore, l'atmosfera, tutto. Infatti la sceneggiatura, che sarebbe lo schema, non ha valore letterario. - E alora che valore ha se non ha valore letterario? - Nessuno, infatti bisogna per forza aspettare il film." Ho scelto questa testimonianza di Alberto Moravia perchè sarà proprio il film " La Ciociara" tratto dall'omonimo romanzo di Moravia uno dei suoi successi. La storia di Cesira travolta da una guerra vista in soggettiva di una donna che la giudica stupida e inutile e che si vede strappare e violentare il proprio corpo e quello della figlia in un luogo considerato sacro ai piedi della Vergine Maria. E' nella scrittura di Moravia u testo di grande sensibilità al femminile di un uomo che rifiuta la violenza e la barbarie e mostra il suo orrore proprio attraverso il viaggio di una donna che per salvarsi dalla guerra insieme alla figlia parte da Roma per raggiungere la Ciociaria dove si trovano i suoi genitori e sopratutto dove lei pensa che la terra la proteggerà. Le radici contadine di Cesira le conferiscono certezze e potenze di antichi valori matriarcali e sarà proprio questa l'ispirazione di De Sica: la donna come la terra. La scelta di Sophia come protagonista era stata successiva al rifiuto della Magnani di essere la madre della Loren che giustamente lei non vedeva come sua figlia e fu proprio lei a dire forse adirata dall'insistere di Ponti perchè non fate interpretare alla Loren il ruolo che volete imporre a me??? E Sophia fu, e nessuno rimpianse la Magnani perchè quella forza della donna che De Sica amava, lui ciociaro conosceva l'orrore della guerra, Sophia l'aveva sentita bambina la paura nella sua Pozzuoli, i due si incontrano sulla storia orrenda di sempre della guerra che nasce come patti tra gli uomini per bottini e stupri, il realismo di De Sica si è ormai perduto nel labirinto del tempo, ma la Loren gli dà con il suo corpo una interpretazione da rappresentare per sempre la risposta di un dolore e di un urlo eterno contro la violenza di ogni guerra e di ogni stupro. L'amore e l'orrore di una madre per la sua figlia per difendere il corpo che ha generato, vince la percezione del propio corpo, e mostra uno sguardo altro e oltre del materno di fronte all'egoismo bestiale della guerra degli uomini. L'animalità come valore della femmina che difende il suo cucciolo e non smette di opporsi all'assurdo. Come sempre Zavattini è il prezioso collaboratore di un'opera che De Sica svolge in immagini sensuali e concrete con quel suo sguardo attento e svagato come la vita come chi crede comunque nel miracolo, chi vuole vivere e sa che la guerra finirà deve finire, un film in soggettiva di donne che la guerra l'hanno solo subita come un terremoto una catastrofe uno stupido gioco, nessuno è cattivo è il gioco che è stupido. La forza del rapporto madre figlia, la bellezza sensuale della Loren, la tenerezza di una belva che lotta contro la guerra contro la corruzione che non può impedire e proteggere l'altra, la sua figlia d'oro ridotta a bottino di guerra e profanata nel luogo di culto quasi vittima sacrificale della Vergine Maria, la forza della madre quindi è inutile, lo stupore di una donna che crede nel diritto e nella dignità nel rispetto, una donna forte guarda l'orrore con stupore quasi incredula guarda la morte assurda che piomba dal cielo. La Ciociara è dunque per De Sica la madre che si perde con la guerra, la madre che non può più salvarti proteggerti, la guerra vince anche la madre l'amore della vita il coraggio, ma il sonno della ragione finirà e alla fine Cesira ritroverà la sua Roma e la sua figlia e la stessa corruzione vista come male fa parte della lotta alla guerra, splendida la sequenza del dialogo tra Cesira e la madre dei contrabbandieri che sono disertori, quindi condannati dalla legge a morire. Quì sentiamo De Sica in quel sospendere ogni ideologia in quell'essere dalla parte della vita che gioca sempre in modo assurdo la sua parte di bara, e Vittorio da buon giocatore oltre ogni morale cerca la risposta nella risata o nel sorriso o nel pianto della vita, è lì la sua poetica il suo puntare a vincere anche se perdi sempre, ed è ancora nella donna e nel suo identificarsi con il femminile la sua risposta. Sophia vince con il ruolo di Cesira diretta da Vittorio l'Oscar per la migliore attrice nel'61. M l'irrequieto De Sica, come la sua Napoli, ha sempre sete di vita e ritorna trionfante alla sua città con il film ad episodi " Ieri, oggi, domani" sempre con Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Ed è una napoletana Adelina che per non andare in galera si fa mettere incinta contrabbanda sigarette e figli contro una società che vuole eliminarla, mentre nel secondo episodio Anna una ricca milanese vive un rapporto con un povero scrittore, nel terzo Mara prostituta con attico a Piazza Navona seduce un giovane prete e si pente. Forse questa Mara è la donna più amata da De Sica dolce e perversa, santa e sexi, unica nella forza della sua sana seduzione nello splendido spogliarello che improvvisa la Loren sulle note della canzone Abat-jour di fronte ad un incredulo e incredibile Mastroisnni, ed è proprio lo sguardo del regista ammirato incredulo di fronte a questa Dea che gli dedica questo incredibile gioco e lo libera dalla noia. Gli anni sessanta sono per De Sica anni di cambiamento e vittoria ed è la donna che spinge al mutamento ed a rompere le barriere dell'ipocrisia. e' ancora e sempre Napoli a dare a De Sica il suo ennesimo successo e la continuità della sua ispirazione nell'incontro con Eduardo e la sua "Filomena Marturano" grande trionfo teatrale di Eduardo e dell'indimenticabile Titina De Filippo. Un grande personaggio di donna che mancava alla collezione di Vittorio ma sopratutto un personaggio teatrale altro grande amore di De Sica superato da quello del cinema ma rimasto sempre nella sua anima, altra anima e altra donna altro destino legato al passato, e con Filumena i due Vittorio forse cercano di ritrovarsi ritrovare uniti i due amori, le due donne le due anime: il teatro e il cinema, il passato e il presente, la prima moglie colei che lo ha spinto nel teatro Giuditta Rissone e la seconda Maria Mercader. Il teatro è il grande amore della giovinezza ed il volto di Giuditta e di sua figlia Emi, mentre la maturità è il cinema è l'incontro con la Mercader, l'attrice spagnola che gli sarà sempre vicino e gli darà i due figli Manuel e Cristian. Filumena Marturano amante serva prostituta capace di un grande profondo amore per il suo signore padrone è anche la donna decisa all'inganno pur di raggiungere il suo sogno. Sarà la paternità l'arma del ricatto che farà diventare Filumena da serva moglie e padrona dell'uomo a cui confessa di avere tre figli di cui uno solo è suo fglio. Il segreto non potrà essere svelato e Domenico Soriano interpretato da Mastroianni ancora una volta sarà domato e dominato da una splendida Loren. Donna come forza segreta e non riducibile, donna come speranza come rivolta, come la Sirena che attira con la sua voce nella trappola splendida della vita, donna maga a cui le leggi della morale non possono essere attribuite, donna ai confini spaziali e temporali della memoria, labirinto dei vicoli di una città nelle cui stratificazioni rivivono storie e storia, città luogo corpo dove ogni crimine può essere vinto dall'amore, matriarcato necessario di identità di uomini che hanno generato guerre e orrori, l'inconscio di Vittorio rincorre e si rifugia nel corpo sacro dell'amore che segue le sue leggi. La volontà dell'amore genera forza insopprimibile e chiama il tempo a sua difesa, nei "Girasoli" Sophia ricoprirà il ruolo di una donna a cui la guerra ha strappato l'amore e lo ha portato lontano da lei in Russia, ma Giovanna giovane napoletana non si rassegna, alla fine della guerra parte per la Russia alla ricerca del suo uomo che troverà sposato ad un'altra.Donna come luogo della memoria e della morte nel " Viaggio" il rapporto con l'amore sospende per un attimo il tempo spietato della morte. Ed è l'ottavo film con Sophia ed è il suo ultimo viaggio nel cinema a cui il regista chiede l'ultimo miracolo, ma oramai il cinema non può più compiere il miracolo di salvarlo dall'enfisema né dal tempo, "Viaggio" è un film affascinante e inesorabile in cui la protagonista nello scoprire per la prima volta l'amore non riesce ad eliminare la morte, e Vittorio (Adriana) Sophia vive la sua ultima storia d'amore nella coscienza che la forza dell'amore è stata consumata. Inutilmente il Viaggio continua fino a Napoli, la diagnosi per il regista e la protagonista è immutabile. La morte di Adriana dopo l'esplosione dell'amore arriverà a Venezia, i luoghi della vita e della morte sono distinti pr il regista che non poteva porre la rassegnazione della morte nella sua Napoli, anche se per la prima volta nel corpo della stesa donna pone l'amore e la morte. La sconfitta, della potenza dell'amore nel corpo del luogo della vita, segna l'addio del nostro regista che si è voluto identificare alla fine proprio nelle donne profondamente amate. Dopo Eduardo e quindi con Pirandello che De Sica compie l'ultimo "Viaggio" d'amore, teatro ancora che si unisce al cinema come la morte si unisce alla vita fra le due città simbolo: Napoli e Venezia. Nella collezione di Vittorio sempre scisso e in dimensioni diatiche la vita e la morte attraversano la guerra come su un tavolo da gioco si disputa la vittoria e la sconfitta. La guerra, la persecuzione, la morte annunciata perla Micol dei Finzi Contini interpretata da una giovane Sanda è la sua paura e la sua fuga dall'amore poichè l'amore lei afferma è: .... roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda: uno sport crudele, feroce ben più crudele e feroce del tennis! Da praticarsi senza eslusione di colpi, e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo e onestà di proposito. Rifiuta l'amore di Giorgio perchè le sarebbe sembrato di fare l'amore con suo fratello. Tutta la famiglia dei Contini ha già in sè la morte poichè si è chiusa nel suo giardino per non essere contaminata è già in decadenza. De Sica, non ha più la collaborazione di Zavattini sostituito da Pirro,m si cimenta in un'opera più vicina alle corde di Visconti eppure, il film ha il fascino di una infinita tristezza e del suo vuoto, i giochi della vita l'energia vitale è crollata, la famiglia è stata anticipata nella morte del futuro già condannata. Quasi un testamento lontano la bellezza e la speranza sono spezzate dal sapere più degli altri dall'essere più degli altri, ogni realismo è dimenticato, resta la memoria il passato l'infanzia e forse è questo che il vecchio regista pensa, una infinita nostalgia dei giochi del passato che vorrebbe comunque continuare a giocare. Ma i Finzi Contini sono gli esseri sacrificali già condannati a morte per non volersi staccare dal proprio luogo e dal proprio passato non accettano cambiamenti e compromessi, non sono dalla parte della vita, giocano a tennis non a carte, la tesi di Micol è su una scrittrice inglese incurante degli ordini del fascismo e di opportunità di compromessi, la nobiltà la cultura la bellezza di Micol non accettano contatto con realtà così inferiori e squallide, la famiglia si estingue per non poter più comunicare vivere. Scompare come scompare la bellezza la perfezione il sogno l'infanzia nel sonno della ragione scompare l'amore questa volta non tentato né lottato né giocato ma già perduto nella morte anticipata e sofferta non fuggita. Giorgio Bassani ha scritto un romanzo che ci ha regalato attraverso Vittorio un nuovo volto di donna quello dell'assenza ed è questa forse l'ultima donna di De Sica quella di un suo lontano passato. Dalla guerra combattuta della Ciociara alla guerra subita accettata come morte da Micol de " I giardini dei Finzi Contini", da un corpo di donna come rivolta affermazione di amore e di vita, da una identità forte di selvaggio e consapevole rifiuto di una donnamadre che guarda agli uomini come dei stupidi bambini che giocano alla guerra e alla pace alla donna distaccata dal suo stesso corpo divorato da un passato troppo presente da una non vita il cui gioco diventa rifugio e attesa della morte. Le due donne sono l'arco della vita del regista che sempre amante del gioco ha visto le sue stesse carte mutarsi nel tempo e i propri desideri cambiare. La lunga storia della vita di un autore si potrebbe forse leggere nell'arco delle scelte delle sue opere tempo e destino si incrociano nel mostrare il regista dei registi, il grande gioco della vita, che mescola in un montaggio diverso il film della tua vita. Chi era dunque Vittorio De Sica il suo neorealismo era consapevole? E' lui che ha scelto o come nel gioco è stato scelto dalla fortuna la sua ecclettica estetica gli ha dato un successo popolare che nessun altro ha raggiunto come lui, eppure chi era l'uomo che la sua unica passione molti dicono la vivesse solo al tavolo da gioco? A noi restano le sue opere di regista e le sue interpretazioni di attore, la memoria di lui forse scomparirà ma le sue opere continueranno a parlarci di vita e di morte e di donne che regalano oro: l'oro dell'amore. Mi piace immaginare l'arte di un regista come quella di un artigiano della vita che nel rapporto con la memoria conserva e salva pezzi di territori che il tempo e la guerra, le speculazioni distruggono. De Sica come artigiano nei suoi viaggi tra Napoli Roma Ferrara Venezia etc. ha immortalato pezzi del nostro paese e li ha resi eterni, attraverso i volti e i corpi di donne, uomini, bambini ha segnato per sempre pezzi di territori oramai invisibili, territori perduti, ponti di sguardi che non arrivano più oltre le macerie, il cinema diventa come la donna volontà di vita oltre il tempo e scrive una storia con una tela che tesse trame eterne. "Nei dialoghi sul cinematografo" scrive Jean Cocteau : "La mia grande scoperta è che il cinematografo è il rifugio dell'artigianato. In genere l'artigianato è considerato come l'aristocrazia del ceto operaio. Si cerca di abolirlo.
Lina Mangiacapre