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n° 1 |
Cinema |
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Novembre 1999 |
Cannes a Roma
Ora scoppia la pace occupata del dopoguerra come per noi anche l'est sarà colonizzato ogni traccia della nostra memoria contaminata. Il film di Almodovar meritava di vincere perchè la disperazione sangue vivo, il presente e futuro contaminato lottano e vince la vita che ripartorita si immunizza di ogni malattia, la filosofia tutta femminile aperta ottimista di Pedro ci lancia attraverso confusione e malattia trapianti di organi autenticità come volontà e soldi, donne madri comprensive tra trans e vecchi, leggi superate paure abbandonate, e ancora amore e assurda morte del figlio. Uomo o donna che importa, prostituto assassino, tutto fa parte della grande assurda giostra ora dolce ora amara, ma i trans anche se con tette splendide possono essere maschilisti e assassini di giovani lesbiche sciocche fanciulle ricolme di ideali. Questo film emblema del nostro secolo ci mostra la guerra dell'esistenza e la grande antica filosofia del materno che tutto accoglie e nutre in una eterna guerra contro la morte e la malattia. Opera filosofica girata e interpretata con grande intelligenza e bravura, niente più sarcasmo Almodovar si è arreso, siamo in una era vecchia da sempre: l'era delle madri. De Olivera traccia l'impossibilità di incontro tra mondi diversi anche se tra i due c'è una grande irriducibile passione nel suo straordinario strano "A Carta" con una inedita affascinante e persino bella Chiara Mastroianni. E poi stupri e incesti violenze orrori racconti di sventura e dolori, la leggerezza di Almodovar è cancellata. Sembra che questa edizione di Cannes si sia calata sprofondata in una condizione infelice della donna soggetto vittima centralizzata della maggioranza delle pellicole. L'inferno dell'incesto attraversa destini di donne diverse potremmo dire genealogia tra sguardi di madri ignari , adolescenze e infanzie stravolte come in due pellicole "The war zone" di Tim Roth in cui Jessie non sa ribellarsi alla violenza del padre e la subisce quasi destino inevitabile e conseguenza dell'essere viva, mentre una incredibile Tilda Swinton interpreta una madre dolce e cieca, per fortuna Tom il fratello di 15 anni farà giustizia. Donna schiava e imprigionata corpo e mente da una società che non la comprende, e un cinema che vede e registra ma non sa ancora di rivolte. "Hold back the night" di Phil Davis racconta della rivolta di Charleen contro l'incesto e la violenza del padre e del nonno, lei figlia sorella lei amante di un padre che violenta l'altra bambina ritardata. Il viaggio come rivolta e iniziazione, l'incontro con esseri diversi che lottano per degli ideali lentamente ente porterà la ragazza dalla volontà di morire a quella di vivere e fare giustizia. Il viaggio impossibile di un gruppo di marinai vinti dalla noia e dalla degenerazione porta invece l'orrore di un film come "Gemide" di Serdar Akar in cui una donna catturata e stuprata viene mostrata solo attraverso gli occhi di questi uomini che la riducono ad oggetto ed arrivano a cancellarla fino alla morte. Ma questa bellissima bambola vergine dagli occhi azzurri ha un guizzo di volontà e determina un cambiamento del destino. Troppo poco per giustificare tanto orrore e volgarità. L'altro regista turco ma di radice cinematografica italiana Ferzan Ozpetek presenta con "Harem suare" ci racconta la storia di una sultano che ama l'opera lirica ma odia i tragici finali, eppure il suo Harem ha un finale tragico anche se il regista ci dà la possibilità di ammirare Lucia Bosè e distrugge la bellezza della Golino, ma la fusione tra le due culture fallisce e l'opera è irrisolta e mancante di stile. E Cannes ci riporta ancora un'altra perla del nostro cinema la splendida Alida Valli che a fianco di Orson Welles ne "Il terzo uomo" di Carol Reed vinse la Palma d'oro nel '49. Le oasi durano poco e la Germania ci manda il ritratto di una donna incapace di cambiare il tragico destino del suo uomo. "Wege in die nacht" di Andreas Kleinert è la perdita della vita come sprofondamento e la giovinezza come innocenza e sogno. Un viaggio nella metropolitana insieme ai due giovani amici per impedire violenza e fare giustizia. Il viaggio è il centro del film di Jean Marie Straub e Daniele Huillet "Sicilia" tratto dal libro di Vittorini "Conversazioni in Sicilia". Il rapporto difficile tra letteratura e cinema esplode in questo difficile viaggio tra un intellettuale francese e un intellettuale italiano entrambi assetati di realismo ma incapaci di parlare la lingua straniera del paese in cui viaggiano e con cui intendono comunicare. L'utopia privata della conversazione tra diversi l'arrotino e lo straniero la madre il figlio il soldato morto e il fratello, ecc. troppo profondo il dolore e la rabbia nel libro di Vittorini troppo breve e mentale il percorso del regista. La Sicilia sfugge con la sua lingua nel romanzo ancora il soldato ha 7 anni ed è credibile il dialogo delle arance, la madre parla tante voci, ma la soluzione nel film è sgradevole, la voce della madre tradisce sé stessa. Il film ricorda a tratti Pasolini ma è proprio l'azione di Pier Paolo a mancare, il rapporto con le radici del viaggio il cinema non perdona la memoria è tradita l'interpretazione della madre è totalmente falsa anche se voluta forse per questo nonostante questo. Non importa, l'opera di Vittorini che tanto si era appassionato al rapporto tra i generi, anche se riuscita come romanzo nel suo viaggio tra siciliano e toscano, non riesce al regista che riduce, vuole ma non compie il salto che solo la passione oltre la ragione determina. La luce soggetto dell'opera mediterranea dello scrittore, ombra e luce e buio voci che salgono oltre lo sprofondamento, il canto malarico delle cicale, la Sicilia, diventan invisibili nell'opera filmica in bianco e nero senza sprofondamenti, troppo tranquilla. Ma dobbiamo ringraziare un autore francese che ci ha permesso di rivedere e rileggere una delle opere più interessanti del nostro novecento, in una operazione di attraversamento in cui la cultura francese tende a farsi italiana passando per l'Isola Sicilia. Mai personaggio di madre fu più fuori dagli schemi e un figlio seppe accostarsi in un vero dialogo con una donna. Mi piace chiudere passando per un materno come quello che Bellocchio pone nella sua "Balia" in cui la madre rifiuta il figlio e un'altra donna lo allatta, un'altra donna colei che ama che dona che vuole ancora cambiare dare che ha coraggio colei che non tema la vita il dolore. Questa donna utopia diventa l'altra di cui sempre essere gelosa. Il dover essere che Bellocchio in modo manicheo oppone a colei che teme e rifiuta il dolore l'animalità. Interessante tema l'intelligenza del corpo e quella della mente, la mente mente si sà ma la paura non può essere esorcizzata dall'incoscienza e la donna non può essere sezionata. Questo cinema di fine millennio si rivolge alla donna come interprete ma non la libera mostra ancora i mostri che sono nella sua testa, mi piace chiudere con uno scritto di Savinio dagli "Italiani nel mondo": - L'arte che edifica non una civiltà, ma un mondo. Che perfeziona la vita, che perfeziona l'uomo. Che umanizza i mostri, che dà una personalità agli oggetti, un'anima alle cose, che fa scendere le statue dagli zoccoli e le aggrega alla nostra compagnia. Che esclude a poco a poco quanto c'è di bestiale, di duro, di settario, di ottuso, di ostile, di incomprensibile nelle cose, nella natura, nell'uomo. Che perfeziona la biologia, che mette tregua alla lotta feroce dei sessi... Questo l'arte moderna, l'arte italiana ha il fine nonchè di rappresentare ma di attuare.
Lina Mangiacapre