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n° 2 |
Edito |
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Dicembre 1998 |
Il posto giusto
di Mariella Procaccini
Avagliano Editore - 1998 - lire 12.000
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Il protagonista è l'io narrante. Si esprime al presente, parallelamente allo svolgersi degli eventi, tranne quando i ricordi prendono il sopravvento o s'intromettono negli eventi stessi. Un viaggio in treno, all'interno di un vagone con otto posti e otto passeggeri. Il vagone è angusto e alla buona. Una porta di legno è incastrata fra due sedili. Il viaggio è programmato in ogni dettaglio e i viaggiatori sono a conoscenza del regolamento che, finchè possono, seguono alla lettera. Esso infatti li garantisce e li protegge, facendoli sentire al sicuro. Ognuno occupa il posto giusto, ponendo attenzione a non parlare delle norme da seguire. Il divieto di accennare ad esse è uno dei punti salienti del regolamento stesso. Soltanto il protagonista sembra ignorare tutto ciò, e ben presto gli altri viaggiatori se ne accorgono; ma non possono dire nulla. Egli, oltre a sedere vicino al finestrino, e contro-verso, guarda continuamente fuori ("Preferisco vedere il paesaggio mentre se ne va anzichè mentre arriva: - dice - lo sguardo può maggiormente spaziare, i tempi si dilatano..."). Gli indizi sono chiari: l'uomo non dovrebbe trovarsi su quel treno, i cui passeggeri fuggono dal proprio passato. E' soltanto lui infatti, a causa del posto che occupa, a dar prova di non saper dimenticare, di non poter fare a meno di guardare indietro per andare avanti. Nel tentativo di capire qualcosa in più dello strano compagno di viaggio, che non essendo a conoscenza delle regole imposte crea una frattura nei loro animi, tutti iniziano a parlare per farlo parlare. |
| Il cuore del romanzo, così, si dipana in una serie di condizioni e di eventi attraverso i quali i personaggi vanno via via delineandosi. Benny, ad esempio, l'uomo che siede di fronte al protagonista ("... un vecchietto magro, pallido, dagli occhi scuri e vivaci..."), porterà fuori le sue paure senza alcuna mediazione, in maniera superficiale e maldestra. Il suo unico tentativo sarà quello di ripristinare continuamente una fittizia tranquillità. E France ("... un uomo sui quarant'anni, tendente all'obesità. Porta dentro la pancia non appena avverte di essere osservato e fa grossi sforzi per non accasciarsi sul sediolino. Mantiene il più possibile la schiena eretta, con una fatica che sta tutta scritta sulle guance molli...") sfrutterà ogni situazione per far bella mostra di sè: "Suvvia, signora! - interviene France, portando in fuori i pettorali - Ce ne parli, ce ne parli pure... Non è vero che desideriamo tutti ascoltare la signora?- domanda facendo girare gli occhi su di noi e posandoli, alla fine, su di me- Ce ne parli!- conclude, trascinando via dal mio viso uno sguardo disgustato, per fermarlo, rinnovato e grasso, sul viso della donna". Ma non appena si sentirà in pericolo:"... Ho detto una sciocchezza probabilmente... Anzi sicuramente... ma dubbi non ne ho... Perdonatemi". E Maria ("... i capelli chiari, divisi in ciocche disordinate, raggiungono un paio di spallucce costrette in un vestito striminzito... Non avrà più di quindici anni"), al momento opportuno, mostrerà un altro volto, forse quello vero:"... Il suo sguardo è divenuto duro. Anche il tono di voce è cambiato. Non mi sopporta e non riesce più a mascherarlo. Non è la ragazzina indifesa nel suo vestito striminzito e non ha niente della maturità che aveva mostrato prima, mentre raccontava la faccenda dei colori... E' un individuo spietato, senza età...".Ciò che li unisce è la volontà di continuare a credere che il treno, comunque, li proteggerà. Una serie di particolari conduce il protagonista alla consapevolezza di aver preso il treno senza conoscerne la ragione e di non ricordare quasi nulla di ciò che riguarda il viaggio. Contemporaneamente, nei sette viaggiatori s'insinua il dubbio che l'altro, non facendo parte dell'incastro, rappresenti l'imprevisto, lo straniero e, come tale, un pericolo per la tranquillità comune. Ma i sette non ignorano che nel regolamento è regolamentato anche l'imprevisto. Occorre pertanto far scendere l'intruso. E per colui che deve scendere, è quasi morte certa: il treno non può e non deve fermarsi neanche un attimo. I passeggeri e il protagonista sono dunque costretti ad approfondire altri punti, sfiorando anche alcuni passi salienti del regolamento, e a prendere una decisione. L'ultima parte del romanzo, che si sviluppa fuori dal treno, è sotto un certo aspetto (quello del quotidiano, della realtà più comune) decisamente chiarificatrice ed esplicativa. Da un altro punto di vista, più intimistico, insinua un dubbio, un paradosso, alla cui origine, però, c'è una prova oggettiva, reale ed evidente. Il romanzo è attraversato da sottili tratti ironici, che lasciano intuire, dietro il susseguirsi di eventi, di ricordi, di emozioni, l'irrealtà del tempo reale. E quanto più le cose appaiono consistenti, tanto più le si sentono fittizie:"... Certo, lassù ci sono gli stessi paesi e le stesse case di una volta, con le vecchie strade che non cambiano mai nome, ma è solo una grande immagine rimasta prigioniera, un disegno che non coincide più con la propria origine...". | |