E-mail n° 1 Arte
Luglio 1998
Napoli frontale Napoli frontale Napoli frontale

Intervista a Lina Mangiacapre
di Nadia Nappo

Ci troviamo nello studio di Lina Mangiacapre, oggi regista, ma artista proveniente da molteplici altre esperienze: musica, teatro, ricerca sul mito, invenzione della psico-favola; indubbiamente una studiosa che ci ha donato molto. Negli anni che stiamo analizzando ('68), preparavi la tesi, vivevi nell' ambiente universitario della contestazione. Quale è stato il tuo inizio?

Si bruciavano i libri e a me è scoppiata la passione filosofica, una grande rivoluzione culturale in cui i contenuti del passato, dei baroni, delle tradizioni e il provincialismo di una cultura chiusa agli anni '50, venivano messi in discussione, quasi una grande risata, in questo senso il '68 appare come un momento romantico.
Io ho incontrato Sartre, la passione filosofica, il tentativo di cercare di mettere insieme marxismo ed esistenzialismo, la mia singolarità d' artista in un'ideologia che allora aveva come unica componente rivoluzionaria la classe operaia che condannava Nietzsche, che io amavo, come il teorico del nazismo, per questo avevo grossi problemi e tensioni. In quel momento la lotta era per es., fuggire dall'Università, andare a Mergellina e fare filosofia con i pescatori e i camerieri dei bar che mi chiamavano Socrate. Appena arrivavo si radunavano attorno a me, cominciavano a parlare di questioni filosofiche. Questo è il mio '68, aver voluto eliminare caste e rigidità, che ancora c'erano tra gli intellettuali e la gente che lavorava: operai, artigiani, è là che ho trovato la mia passione filosofica. Ogni giorno si partiva dal concreto, dal particolare e si arrivava all'universale.

L'arte diventava la vita stessa? Per voi era una dimensione possibile che l'arte non avesse il suo prodotto?

Avevamo messo in discussione il fare, il prodotto nel senso di rifiutarsi assolutamente di entrare nella logica di riconoscere l'opera come prodotto si contestava, si combatteva questo concetto. Rifiutavamo sia il rapporto con i media, sia anche fare le mostre, i mercatini, i critici; noi volevamo vivere come artisti, contestare tutta la piccola borghesia, il perbenismo. Rischiavi di essere linciata sia se ti vestivi come un uomo, sia se indossavi la minigonna, le calze colorate; eravamo in una situazione molto pesante, anche se vissuta con allegria.

Nei tuoi scritti emerge questa riflessione: una donna non deve essere rinchiusa in un contenuto, facilmente si può etichettare e coprire con quella etichetta. A questo proposito condividi l'affermazione di Lea Melandri, in occasione dalla presentazione della riedizione del suo libro sulla "Infamia originaria" : "Il '68 dava legittimità al non-detto, vite non registrate, oscure, storie della specie umana non viste, una prima pratica è quella psicologica perchè non si può non fare i conti con la psicanalisi: la follia che non è più follia personale. Questa caratteristica del '68, che finalmente si arriva alla scoperta del non-detto, quanto ha influito sul tuo desiderio del mito, dell'androgino, e a formare quel legame che hai avuto avuto con Rivolta femminile?

Il '68 sono stati tutti gli anni precedenti, guerre precedenti, musica rock, danza, corpo nello spazio, ricerca di qualcosa di autentico, una condizione di giovinezza, di corpo libero, di contestazione della coppia, della famiglia, di una serie di cose che si sono portate negli anni '70.
Non è sicuramente psicologismo, non condivido, almeno per me e per il guppo di cui facevo parte era soprattutto senso di libertà, orgoglio di rottura degli schemi, contestazione di qualunque limite rispetto all'arte.
Il discorso che si faceva: "tutto è politica" il nostro discorso era: "tutto deve essere arte", la stessa politica doveva diventare arte. Il concreto lo incontravi continuamente in una città come Napoli.
Napoli è per un artista pane quotidiano, noi andavamo a cuocere le sculture a Mergellina perchè non c'erano soldi.
Le donne per la prima volta uscivano di casa, contestavano la coppia, la famiglia, anche se uscivano con i fratelli. Sono le Antigoni che vanno a seppellire i fratelli, e a risuscitarli; hanno sognato di fare insieme questa rivoluzione, però nel momento stesso in cui questo è accaduto, le donne si sono ritrovate oltre i confini della famiglia, degli schemi. Si sono guardate intorno e hanno scoperto delle cose ed è là che comincia la prima analisi: che mentre il fratello, il compagno cresce, diventa padre, invece la tua lotta ha dei confini molto più ampi, non è questione di tempo, non è automatico il fatto che cresci e conquisti la libertà o la tua autonomia. La tua contraddizione è scoppiata ed ecco gli anni '70, essi sono all'interno del '68, di questa uscita, ecco perchè il Manifesto di Rivolta Femminile è la conseguenza naturale.

Ci sono delle esperienze del '68 che poi ognuno di voi ha vissuto dandogli un propio senso?

Di questo gruppo artistico molti sono confluiti nei movimenti extra-parlamentari, io nel movimento femminista, è chiaro che queste forze poi si sono articolate, a partire da un invisibile reale, perchè culturalmente non trasmittibile; infatti all'inizio del movimento eravamo quattro pazze, non si poteva trasmettere una cultura che non aveva ancora preso forma, quindi non c'era la visibilità necessaria.

In questo passaggio per te che hai lavorato non solo intorno al rapporto persona - collettivo, ma anche al rapporto uomo - donna, differenza tra soggetto e soggetto quali sono stati gli incontri importanti, quali altri miti hai incontrato accanto a quelli della storia?

Si fanno tanti incontri, altri si cercano, si parla di protagonismo storico, a partire dal '68 e dagli anni '70 siamo dovute diventare protagoniste perchè la storia potesse andare in un certo modo. L'analisi della follia come istituzionalizzazione, rinchiudere le donne nelle case, o nei manicomi, questa era da combattere. Ricordo il periodo delle "Prigioniere Politiche", (spettacolo teatrale 1977), gli interventi che si facevano per denunciare l'imprigionamento nelle celle di isolamento delle donne, il periodo dell'occupazione del Frullone, il portare fuori da questa chiusura le donne, lottare insieme a loro. Il '68 per me è collegato alla rivoluzione francese e a quella napoletana, sono due rivoluzioni che partono da ideali di giustizia, eguaglianza, fratellanza, non scaturiscono da situazioni di "malessere", i nobili combattono contro la monarchia così come gli studenti combattono contro l'università. Quello che ti fa stare così male sono le pagine infamanti, i delitti commessi contro i rivoluzionari come è avvenuto anche nel '68, gli eroi di solito dovrebbero essere premiati, questa volta sono stati sputati in faccia.

In un'intervista rilasciata a Conni Capobianco dici: "L'azione è avvenuta altrove nella preparazione invisibile alle moltitudini".

Nel '68 c'era la pratica leninista di un gruppo di intellettuali che certe cose dovevano dire, altre no, c'era la censura, però io mi sono sempre ribellata a questo, ho pensato sempre che si dovesse dire tutto, non ho mai accettato la logica della tattica, la strategia, dividere il mondo in superiori e inferiori, c'era una grossa fede nella verità della comunicazione che non ho mai avuto. In un momento come questo in cui possiamo usare soprattutto il virtuale credo che le manipolazioni siano quasi necessarie. Il mito per me veniva dalla passione filosofica, la scoperta del concetto, dell'imbroglio anche del concetto, di come anche la logica nella sua astrattezza potesse esser una pericolosa negatività per la liberazione delle donne. Allora mi sono chiesta come e perchè è nata la filosofia, il concetto. E' chiaro che ci doveva essere un modo di comunicare precedente al concetto, poichè il concetto nasce per eliminare i corpi; ho pensato che questo precedente era il mito, cioè che il mito fosse questa forma dove c'era il corpo, il mito aveva in sè corpo, in questo senso mi ha interessato il cinema, tutto ciò che ti trasmette conoscenza attraverso il corpo. Il cinema è un insieme di immagini, non c'è astrattezza, ecco perchè dalla scrittura sono passata al cinema, sempre in questa mia ricerca di capire da dove nasceva il concetto. Ecco il perchè di tutto il movimento, il gruppo chiamato Nemesiache che parte dall'analisi del mito, nemesi, e ricerca il perchè dell' eliminazione del mito e della nascita del concetto, la ragione dell' eliminazione di un sistema cosmico precedente al patriarcato.

Quelle idee che avevano mantenuto aperto il gioco, quelle stesse idee non avevano saputo tenerlo aperto?

C'è sempre voglia di controllare, di dominare, di prendere il potere, per cui uno apre dei movimenti per liberare, liberarsi, sprigionare, muoversi dalla melma, dal subire il potere, poi nel frattempo invece ne è sedotto, quindi si ripetono i giochi dei vari poteri e si sostituiscono solo le persone, la maschera è la stessa, cambia solo il colore. Trovo complicatissimo questo discorso.

Felicia Amato: Come si inserisce nel suo lavoro questa esperienza, questi vissuti, questa passione?
Esiste una connessione?

Certo, per me il '68 continua sempre.

Felicia Amato: Il contesto è cambiato, si sono trasformate le esigenze, le modalità?

Non tanto cambiato, come si spiegherebbe altrimenti questo nomadismo, questo bisogno di far crollare i muri, poi contemporaneamente come in tutti i cambiamenti c'è chi resiste.

Felicia Amato: Se prima l'incontro avveniva ad es. con i pescatori di Mergellina, quali sono i tuoi interlocutori adesso?

Adesso usiamo Internet. Oggi ci sono due mondi ormai (ci sono sempre stati, adesso sono più visibili); c'è il mondo del virtuale che forse recita, fa fnita che ci sia (la televisione ecc.), e c'è quello della realtà che è molto poco trascrivibile perchè ormai si esiste quando si passa attraverso la televisione. La relazione su strada, il diretto, questo tipo di realtà non è più visibile, ritorni a quella dimensione in cui rifiuti di comunicare con i media.
Adesso è inevitabile per tutte. Non si può uscire dal sortilegio di essere l'originale di quelle ombre proiettate (ciò è visto come reale); non sono niente altro che ombre di quell'originale che circola per il mondo e che però è visibile, perchè non appartiene al reale se non è virtuale.

Felicia Amato: Io trovo molto più ispirante (appartengo a una generazione successiva) quella riscoperta di un corpo negato, abusato, non visto, ritrovare dei fili, portarli alla luce, rispetto al mercato e allo scempio di oggi. Che cosa si è perso, che cosa non è stato possibile salvaguardare di quella bellezza?

Bellezza è guerra, l'unica guerra che è valsa la pena di combattere è stata quella di Troia perchè fatta per la bellezza, adesso sono guerre inutili perchè sprecano energie in altre cose. Penso che stiamo attraversando questa grande fase di cambiamento anche di identità sessuale. Nel '68 c'è stata la rivoluzione sessuale, l'attenzione per il corpo, sono venute fuori le varie dinamiche della diversità, le omosessualità, tutto questo è esploso e poi continua, non si è potuto più coprire niente. Poi ci sono gli eccessi, abbiamo inventato le macchine che bruciano l'energia cosmica.

Felicia Amato: Io sento un'involuzione, vedo gli adolescenti di oggi abusare di loro stessi.

Non abbiamo più il mito del progresso, non pensiamo più che il mondo vada verso il miglioramento, all'interno di questa grandissima dimensione storica, di questa complessità noi sappiamo dove dirigerci, sappiamo quali sono i modelli, i miti - radici, che sono opportuni per noi, abbiamo dei riferimenti, sappiamo per quali personaggi - situazioni si tratta di lottare. Di qui la ricerca sul mito, non il mito per una ricerca accademica, ma rimettere al mondo il mito, prendere dal mito la forza per esserci, con una potenza totale, per riprendere le proprie radici e attingere una propria identità forte. Bisogna vedere in quale direzione andare, dove trovare le tracce che ci interessano, la forza che cerchiamo, lo star bene. Però il modello non è più unico, siamo in un mondo frammentato perchè troppo ricco di informazioni, possibilità, in cui ognuno di noi, penso, farà il viaggio nella direzione che vorrà e si incontrerà forse con quelli/e che hanno interessi contrari.
Non penso che si tornerà più al mondo a una sola dimensione, un solo valore, io penso che questo il '68 l'abbia fatto saltare, un solo modello per l'uomo, per la donna, un solo modello sessuale, una sola religione, una sola morale, penso che tutto questo sia saltato, grazie al '68.

Riprendo una tua frase: "Riprendere l'arte dell' amore come pratica di rivoluzione". L'amore è qualcosa che non si può concettualizzare?

Infatti se addomestichi l'arte non avrà più quella forza eversiva che è il senso dell'amore stesso.
Hanno sempre bloccato le rivoluzioni bloccando la sessualità delle donne, imprigionando (vedi i paesi del Mediterraneo). Ormai il femminismo, la grande rivoluzione delle donne impernia tutto, questa è l'unica rivoluzione, continua soprattutto in quei paesi dove la donna è soppressa, anche se condannata a morte, se minacciata, si rivolta e prende nelle mani il suo destino. Il virtuale è secondario, ciò che più importa sono le donne che in tutto il mondo si rivoltano contro la loro condizione, in tutti i modi. Il darsi la mano, trasmettere energia, essere solidali non solo a parola, credo che sia questo l'evento importante.
Io all'etica non ci ho mai creduto, l'unica rivoluzione è la bellezza e l'arte, in un'epoca di clonazione non sappiamo. L'universo è finito, le stelle finiscono in un buco nero, la conoscenza non so dove va a finire.

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