E-mail n° 1 Testimonianze
Luglio 1998

 

Immigrate: l'esperienza di Aversa

di Lucia Mastrodomenico

La comunità di Capodarco è stata attuatrice del progetto "IONIQUE", un progetto che rientra nell'ambito dell'iniziativa comunitaria occupazione e valorizzazione delle risorse umane - N.O.W. Il corso di formazione di cui è titolare il C.N.C.A. (Coordinamento Nazionale delle comunità di accoglienza) ha visto partecipi 22 donne Africane provenienti dalla Costa D'Avorio e dalla Nigeria; iniziato nel febbraio del 97 oggi è alla sua fase conclusiva. Ho accettato il lavoro di docente in questo corso per le caratteristiche che presentava: la lunga durata, la presenza quotidiana delle immigrate, garantita dal fatto che per seguire la formazione ricevono un compenso; ed in fine il fatto che dopo due anni di lavoro hanno imparato un mestiere, hanno ottenuto una qualifica nel campo tessile, come quella di "Modellista di Abbigliamento". Tre sarte per 1500 ore di pratica hanno insegnato il taglio e cucito, secondo la tecnica sia sartoriale che industriale.
L'intento del progetto nei confronti del contesto dove tutte le immigranti vivono (Villa Literno) è quello di realizzare un processo di integrazione in un'area considerata a rischio, data l'elevata presenza di immigrati rispetto alla popolazione locale. Il tasso di disoccupazione di Aversa, Villa Literno è tra i più alti D'Europa, la camorra controlla il territorio ed esiste una microcriminalità diffusa. L'intolleranza quando viene fuori è anche dovuta al fatto che esiste una guerra tra poveri. Il lavoro è difficile trovarlo per il/la giovane aversana e per l'immigrato/a africana. La solidarietà nasce dalla soglia dei livelli di umiliazione che si è disposti a subire per aver quello che appare un privilegio e che non è altro che il più piccolo dei diritti umani. L'immigrato/a trova lavoro perchè si lascia sfruttare oltre misura; trova un posto dove abitare perchè si accontenta di tuguri pagati a prezzi esorbitanti. L'assimilazione culturale(e non solo culturale, penso al lavoro) di una minoranza è possibile, quando è possibile, solo sulla base di una assimilazione di alcuni aspetti fondamentali della cultura tipica della nostra società capitalistica avanzata. E' risultata fallimentare la convinzione che le varie culture industriali o meno siano portatricidi uguale dignità. Il valore e la necessità di creare società multietniche richiede ancora molto lavoro: disaggregare, a differenti livelli, "l'insieme immigrati/e", elaborare ipotesi di interventi sempre più adeguati, produrre una regolamentazione legislativa più efficace. Ritornando alle donne del corso, con cui ho trascorso moltissimi giorni posso dire che mi hanno fatto capire una cosa importante, la vita che viviamo è una delle tante possibili, e le nostre diversità rappresentano una grande ricchezza. Non è stato facile comunicare sempre con loro, è facile che diventino tue amiche. Non è facile tollerare la loro lentezza, e molto facile interpretarle.
E' chiaro che nemmeno le donne immigrate sono tutte uguali varie contaminazioni politiche religiose e culturali hanno aperto non pochi conflitti tra le Nigeriane, più spontanee e radicali nei confronti delle francofane della Costa d'Avorio, queste ultime più occidentali ed emancipate. Conquistare la loro fiducia non è stato facile, provvedere per la cena era importante ma forse più facile che costruire la possibilità di non essere più nella condizione di chiedere che a volte diventa per alcune un modo di vivere, un'obbligo all'aiuto. Non è stato facile il rispetto delle differenze, quel rispetto non formale che significa non avvicinarsi a culture diverse dalla nostra, come capita a coloro che, ritenendo di aver raggiunto forme di emancipazione, inorridiscono o considerano poco dignitoso il fatto che una possa indossare il Ciador o essere una donna dell' harem. Tutto il mio lavoro è cresciuto sulla capacità che le donne hanno, a qualsiasi razza e cultura appartengono, di creare relazioni. Se le donne riescono a creare relazioni significative, il lavoro è possibile ed è gratificante. In caso contrario esso diviene un obbligo che non produce crescita. Dinamiche conflittuali, desiderio di affermazione non sono fini a se stesse ma utili se inserite in un tessuto relazionale. Modificare la relazione da amicale (quella con cui ti confidi a cui chiedi aiuto) ad una relazione in cui lo scambio di risorse sia riconoscibile per un vantaggio comune, è stato quello che ho tentato di realizzare; la disparità è diventato uno strumento per una ricerca di soggettività, di ricchezza personale che andava interrogata, corretta usata.
Il lungo lavoro sulla storia dell'abbigliamento italiano le ha appassionate e messe a conoscenza di come è nata ed evoluta la moda in Italia e di come altre nazione Europee non l'hanno influenzata. Il confronto con la loro cultura africana è servito a confrontare stili diversi, la ricerca è servita a far confluire tendezze, evoluzioni, tradizioni diverse, in una produzione di abiti che ha visto fusi insieme: tagli, modelli, tessuti, lavorazioni. Il primo risultato di questo lavoro, è stato, senza dubbio la presentazione pubblica di abiti africani. Gli abiti cuciti ed indossati dalle donne africane del corso nella bellissima piazza storica di Santa Maria la Nova a Napoli, hanno trovato la giusta cornice per essere valorizzati. Musiche e danze africane, insieme ad una lavorazione attenta e ricca di colori dei vestiti, hanno creato uno scenario di festa ed allegria.
In questi giorni è stata prevista la costituzione di una cooperativa con le immigrate, non si esclude anche quella di una impresa, che utilizzi le risorse che da questo corso sono emerse.L'inserimento nel settore di loro competenza, per quelle che più spingono nella continuità della formazione ed hanno evidenti capacità, ci stimola a ricercare risorse esistenti sul territorio.
In questa esperienza "di vita" in cui l'una diversa dall'altra, impariamo a vivere meglio, diventa vero, per tutte, quello che dice Khadi Beye, 30 anni del Senegal, nel bel libro " Stranieri " di Maria Pace Ottieri: " Non sarà mai una bianca, ma già non sono più completamente nera, appartengo a una terza categoria, quella degli stranieri in vita".

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