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Dal 1968 al 1998, da "IF..." di L. Anderson - Palma d'oro nel
'69 - a "THE HOLE" di Tsai Ming-Liang, sintesi
rappresentativa di fine millennio . In venti anni ogni cosa
si è decomposta e svuotata, la rivolta di tre matricole
in un collage inglese contro la violenza e la repressione di
un sistema mostrata in "IF..." riporta insieme una richezza
di differenze in un gioco di relazioni e di comunicazioni, di
rituali, di valori, di ideologie, di personalità. Mick,
Johnny e Wollace si oppongono con ironia e disprezzo
all'ipocrisia di una società repressiva e patriarcale, ad
una pratica di omosessualità privata, sadica e perversa
ma perbenista; diventano arcangeli purificatori che impugnano
il mitra per non essere contaminati, liberarsi e liberare. Ed
è la liberazione dalla repressione sessuale l'incontro
con l'unica ragazza al bar che rappresenta il nuovo volto di
una donna futura in rivolta.
Splendida pagina di erotismo e di libertà. Il crimine come miracolo,
soluzione estrema per cambiare il mondo.
Pioggia, alcool, disinfestazione, contaminazione, tra lacrime, fogne,
rubinetti che scorrono, pareti decomposte, porte chiuse,
saracinesche abbassate tra due inutili giovinezze. Lei
seppellita da cumuli di carta che coprono pareti ammuffite;
lui tra lattine di birra. Un idraulico apre un buco nel
pavimento dell'appartamento del ragazzo alla ricerca di una
perdita e scompare . Il suono della pioggia non si arresta
è l'unica colonna sonora, in "THE HOLE"? le
perdite d'acqua aumentano, lei continua inutilmente a
tamponare l'avanzata fino ad ammalarsi, a seppellirsi, a
barricarsi da quell'acqua, da quel buco sotto la sua montagna
di carta. Non c'è più niente contro cui lottare, ma
quel buco, che all'inizio ha lasciato passare solo vomito,
sarà il luogo dello sguardo del ragazzo, di una sua gamba
intrappolata, di un suo braccio che le porgerà un
bicchiere della salvezza e che la trarrà alla fine fuori
dal suo inutile rifugio. Il sogno americano che ha
contaminato ogni possibile rivolta non è, alla fine del
film, purtroppo cancellato. Canzoni e danze per morire,
perdita di ogni identità, la gioventù isolata muore.
La famiglia putrefatta mostra se stessa nella propia
forma vuota, con padri pedofili, madri nevrotiche, nel vuoto
di rapporti tra sorelle da cui l'amore è fuggito, nella
voragine di un sesso senza amore come il "HELPNESS" di T.
Solondz. Una critica feroce alla ricerca della felicità
americana, una felicità putrefatta da una inutile forma
ormai logora: la famiglia. Anche in "FESTEN" del danese T.
Vinderberg una festa di famiglia finisce nel racconto di una
sgradevole verità: il capofamiglia, patriarca, padrone ha
violentato il figlio. La forma si sgretola, si sfalda, quella
forma che il '68 aveva combattuto senza poterla distruggere
ha mangiato se stessa nel logoramento di una proclamata
quanto ormai inutile verità.
Ed è ancora la forma questa volta dell'arte in,"LOVE IS THE
DEVIL" di J. Maybury che si impossessa della vita e la
stritola. George Dyer, un giorno, entra nello studio del
pittore F. Bacon per rubargli delle tele ma diventa
l'amante amato a cui vengono tagliate le ali, da
un'arte adorata in nome della quale sarà distrutto.
Incapace di fuggire, incapace di far parte dello stesso mondo
dell'artista, il nostro arcangelo sarà ucciso
dall'alcool e dalla droga, mentre Bacon riceverà il
giusto riconoscimento per la sua creazione.
Il corpo diventa sangue e materia, energia catturata da un amore preda
di un progetto che va oltre l'umano. Magnifiche
inquadrature di un rapporto riuscito tra cinema e pittura con
i sensi immersi nella musica di Sakamoto.
La percezione di totale decadenza spinge Moretti a scommettere
per una nuova primavera con il suo "APRILE". Un
futuro attraverso un figlio, un figlio che sarà poggiato
sulle sue spalle, una fine che è ancora un inizio. Ironia
e tenerezza su una lucida, amara critica politica.
Benigni, interviene sul "TEATRO DI GUERRA" di Martone, insieme a
Calopresti con "LA PAROLA AMORE ESISTE" e contro la catrastofe della
guerra , della solitudine, dell'orrore, vince con il suo
sorriso di morte con "LA VITA E' BELLA". Al di là del sonno
della ragione la forza dell'amore e dell'arte contro l'inferno.
L'Italia segna un'inversione di tendenza in questo Festival, la
grande civiltà dell'umanesimo, ancora presente nelle nostre
radici, combatte le barbarie della follia con l'utopia
della vita, della grande civiltà toscana, l'amore come
creazione di una musica che dà speranza in un campo di
concentramento per continuare a giocare oltre la follia.
Un vento contrario necessario di una cultura
che ha sempre privilegiato l'esistenza - ora di fronte alle
totalizzanti idoleogie estreme di morte. Ma ci spiegano degli
scenziati, il segreto della felicità è presente nella
memoria genetica, non lo si può inventare e l'Italia
questo segreto ce lo ha ancora.
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