E-mail n° 1 Arte
Luglio 1998

La Via degli Angeli

Al centro culturale M.A. (Music Art) in vico S.Maria della Neve, 65 a Napoli, l'artista Niobe ha presentato i suoi ultimi lavori in creta legno e tufo, soggetto: gli Angeli

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L'ultima fonte di ispirazione delle opere di Teresa Mangiacapre è uno sviluppo logico del suo originale e ben noto percorso. Con una semplificazione lessicale che denota la raggiunta maturità stilistica ella scolpisce solitarie e sospese figure angeliche, recinge luoghi arcani e senza età, solidifica fiamme spirituali in colate antropomorfe che si fondono con la roccia, col legno, con l'aria. Forme vestite e nude che guardano sempre altrove, da noi distanti, di fatto estranee all'umano sentire. Ma ciò che mi preme immediatamente affermare è che queste opere e queste intenzioni non appartengono all'universo separato e un po' superfluo in cui il senso comune sovente colloca l'artista. Siamo invece al cospetto di un esempio qualitativamente raffinato di una sintomatologia diffusa, di un "segno dei tempi". Come è noto. "Angelo" vuol dire "messaggero". Ma annunciatore di che cosa?
Araldo di una fine e di un inizio, ovviamente. L'apparizione degli angeli, in qualunque narrazione, segnala che un cerchio si chiude, che un ciclo è terminato, che qualcosa di nuovo, di sorprendente, di inatteso si prepara nei recessi metastorici da cui traggono origine le vicende profane.
Si può forse credere che in questo nostro tormentato presente gli angeli bandiscano la violenza decretata da un'inflessibile volontà ontologica?
Senza alcun dubbio i germi di una siffatta metabasi transreligiosa si mostrano oggi fra le pieghe del dolore umano. Ma essi assumono l'aspetto dei mostri sepolti nell'inconscio. Sono affioramenti dell' inesprimibile, barlumi di una diffusa coscienza planetaria che deve fronteggiare le conseguenze, ma anche le opportunità offerte dal potere che la Specie ha ottenuto. Il cinema, questa efficientissima macchina delle aspirazioni collettive, ha registrato a più riprese un siffatto stato d'animo. "Il quinto elemento" di Luc Besson, tratto dal romanzo di Terry Bisson, è un inno alla religione della vita e dell' amore cosmico.
Trovo molto interessante l'idea del male sia qui rappresentata da un corpo celeste virtuale che tutto fagocita. Il male è antropofago e misogino. Il dualismo perfetto, il manicheismo senza divinità trascendenti, è qui equilibrato dalla figura di Leeloo, l'ultraumana redentrice interpretata da Milla Jovovich.
Leeloo è appunto un angelo sessuato, ed è la risposta di fine millennio a un altro angelo sessuato ma in declino: il mitico Kar-El ("dio" perfino nel nome "Kriptoniano" e in realtà ebraico) ovvero il Superman creato nel 1938 da Joe Shuster e Jerry Siegel per integrare nell' immaginario statunitense l'apocalittico sogno nietzschiano.
L'epopea della trasmutazione di tutti i generi abbraccia un'altra e ben più emblematica saga, che dall'Alien di Ridley Scott (1979) giunge al conclusivo "Alien Resurrection". Il mostro disegnato da Giger, ma nato dalla penna di Alfred Elton Van Vogt nel 1939 (coincidenza delle date - coincidenza degli opposti?), proietta le inquietitudini collettive e gli incubi inconsci di un'epoca come la nostra, in cui ancora vagamente si annuncia un destino senza precedenti, che trasformerà ogni aspetto della vita sociale e forse anche fisica. E' l'era del software e delle navi interplanetarie: spirito e materia uniti da una nuova congiunzione astrale.
Ma se l'ordine antico è il risultato della specificità maschile, il mondo del futuro non può che nascere dalla coscienza femminile. Una questione di equilibrio, forse. Sullo sfondo la denifitiva sparizione dei sessi.
Ed ecco che Ripley-Sigourney Weaver incarna dapprincipio la forze di una fiera guerriera, poi un simbionte robotizzato "macchina celibe" sedotta dal feticcio bio-meccanico. Il sogno tecnologico coltivato nel secolo che trapassa ha oscurato la parte profonda e terribile della femminilità generatrice, rappresentata dalla potenza distruttrice dell' aliena: metafora dell'inquietante potere vitale della natura. Perchè non vi è dubbio che Ripley combatte con se stessa, con le ragioni del suo corpo. Il corpo imprigionato, quel corpo trattato e ritrattato da Foucault o da Baudrillard, e infatti il vertice semantico del mondo prigione, il pianeta Fury 161, l'Alcatraz del futuro, ove precipita l'astronave col suo carico di orrori, reduce dalla spaventosa battaglia di Aliens. Qui Ripley completa la sua iniziazione. Ella lotta con le mostruosità della carne, esalta il suo lato ascetico, respinge l'orrido parto e invoca l'autodistruzione.
L'evoluzione culturale ha portato la Specie in ogni angolo dell' universo, ma a patto di trasformare qualsivoglia istanza naturale e istintiva in qualcosa d'altro: in un mondo di percezioni ultraumane descritto dalla reincarnazione biogenetica di Ripley in "Alien Resurrection" di Jean-Pierre Jeunet. Qui Ripley si riconcilia e si fonde con la sua identità selvaggia, anche se ella è ormai al di là dell'umano. Il suo viaggio secolare termina con il ritorno alla Madre Terra, bellissima e arcana, che attende la sua sacerdotessa. Vedo in Ripley l'archetipo di una nuova religione, l'annunzio di una mutazione che forse è già in atto. Ma il passo successivo e logico di questa saga che sembra non avere termine vedrà la crisalide Ripley tramutarsi ancora una volta in farfalla-angelo.
Gli angeli sono intorno a noi e in noi. Le opere della Mangiacapre sono in questo senso delle annunciazioni, sono delle anticipazioni simboliche estratte dalla sensibilità che scorre sotto la pelle di ogni artista. I suoi angeli sono certo silenti e tormentati, come si conviene a chi reca notizie determinanti. Infatti soltanto l'azione parla, mentre muta è l'attesa di ciò che, quantunque annunciato, ancora non è. Gli angeli di Teresa Mangiacapre, come pure gli angeli archeopsichici che affiorano un pò ovunque nel fenomeno New Age, nel cinema, nell'estetica elettronica, nella letteratura fantastica di fine millennio e perfino in alcuni "fuori campo" della filosofia, sono appunto angeli ben distinti dalle misteriose potenze presenti nell'iconografia e nella teologia delle religioni storiche. Nel nostro tempo le figure angeliche non sono nè create, come vuole la tradizione che risale a Filone alessandrino e alle teologa biblica, nè tantomeno eterne, come pretende la tradizione misteriosofica di matrice neoplatonica. Gli angeli del terzo millennio sono forme composte, appartengono a questo mondo, sono forse ermafroditi. Sopratutto, essi sopra di sè non hanno alcun Dio.
In più di un senso questi angeli umani e ultraumani annunciano il definitivo declino della parabola ce ha origine nella separazione originaria dei sessi: mito biblico riflesso per altre vie nella non meno inquietante narrazione platonica della scissione. Mito della separazione e dell'antagonismo. Mito della volontà e dell' affermazione dell'identità. Forse la proliferazione incontrollata delle "personae" sessuali, di cui trattò, e magistralmente, Camille Paglia, non è che un indizio esasperato e speculare di una parziale ma già evidente fusione sessuale. "Non puoi prendere all'infinito dalla Madre Terra" dice il saggio indiano di "U Turn" di Oliver Stone. Ma aggiunge: "Il Grande Spirito si beffa dei progetti umani". Forse gli angeli silenti ovunque disseminati annunciano proprio questo. Forse annunciano una conciliazione, forse un destino, forse una lotta questa volta sì, senza quartiere, forse una vita mai intravista. Forse un viaggio senza ritorno.

Riccardo Notte

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