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Precisazione di Fiormonte
- From: Alberto Biraghi <pr@citinv.it>
- Date: Mon, 5 May 1997 00:54:17 +0200
- Subject: Precisazione di Fiormonte
Ricevo e volentieri diffondo.
--
Alberto Biraghi
pr@citinv.it
Ufficio Stampa
della Citta' Invisibile
--------------------------------------------------------------------
Ho ricevuto in data 3 maggio 1997 una copia di un lancio fatto
dall'ufficio PR della "Citta' Invisibile" con una mio msg. di
posta elettronica inviato tre settimane (circa) alle liste Let-it
(a cura di Giuseppe Gigliozzi: let-it@caspur.it) e Lettere Italiane (a cura
di Emilio
Speciale: speciale@ital.huwi.ethz.ch).
La nota si riferisce al dibattito che ha preso il via dall'invio
della mia mail, piuttosto
polemica (e amareggiata), in cui riporto ampi stralci di un
articolo pubblicato dal Guardian il 25 marzo scorso. (L'articolo, a
firma Domenico Pacitti e James Meikle e' apparso
tradotto da Alberto Cavallari sull'Internazionale.)
Non tutti sanno pero' che a quella lettera ne sono seguite
altre, dove esponevo il mio punto di vista sull'universita' (italiana
e non) e chiarivo il significato di quel mio primo appello.
Il tono sarcastico della mia prima lettera infatti aveva scatenato reazioni
contrastanti. Io ed altri colleghi (non solo qui a Edimburgo) avevamo
giudicato l'articolo del Guardian (il secondo dello stesso autore)
offensivo e superficiale. Altri non hanno creduto cosi'.
Anzi, si sono arrabbiati o stupiti, pensando che io volessi
difendere a ogni costo l'universita' italiana. Qualcuno mi ha dato del
sindacalista della CGIL. Un pensionato-poeta dell'Indiana mi ha
risposto commosso citando Canetti e Frost. Fabio Ghirelli-Cerasi ha
scritto che la mia difesa era comprensibile, ma non giustificabile,
rientrando nella categoria "solo io prendo a calci il mio cane". Un
amico incredulo mi ha risposto privatamente, sostenendo che in
realta', in un accesso Stevenson-Flaubertiano (l'aria di Edimburgo),
Pacitti Domenico era mois, vittima e carnefice dell'universita'
italiana a un tempo. Eccetera. In generale, eccetto Nanda
Cremascoli, pochi hanno avuto la bonta' di analizzare a sangue
freddo la situazione ed andare al di la' della issue of contention
del momento. Nella mia lunga replica, comunque, cercavo di spiegare la mia
posizione. Eccone una sintesi:
[...]
1) Non sono stato io stesso a dire che l'articolo conteneva
> <<amare verita'>>?? E non l'avevo definito "spietata denuncia"? E
> dunque sapete spiegarmi com'e' che tutti hanno sottolineato solo il
> mio orgoglio italico e non il riconoscimento implicito? Ogni seria
> inchiesta sui mali dell'universita' (non solo italiana) e'
> benvenuta, ma credo che da questo agli indecenti articoli letti in
> questi mesi ce ne passi. Altrimenti pensate siano accetabili frasi
> come questa: "Academic incompetence on the part of Italian
> professors, one of the most recurrent themes, can be explained by
> the fact the Italian system selects its teaching staff on the basis
> of recommendation rather than one of honest merit."? Andiamo, siamo
> seri. Se siamo incompetenti, allora sono incompetenti anche le
> universita' dove lavoriamo, e cosi' su per li rami fino a alle piu'
> becere (e deleterie, anche per noi critici) generalizzazioni. Tutta
> altra musica l'articolo di Bollag [CITATO DA GHIRELLI-CERASI,
e apparso sull'americano Chronicle of Higher Education], che
> cita nomi, cognomi, e non e' affatto "diffamatorio" Il piu' delle
> volte riporta fonti italiane (note piu' per recenti accapigliamenti
> che per la loro obiettivita'), ma soprattutto concede degli spiragli
> (la riforma di Ruberti, ecc.). Insomma ammettiamolo: il Guardian ha
> preso una bella toppa pubblicando l'articolo di un giornalista che
> e' parte in causa.
[...]
A questo punto affrontavo il problema dei sistemi universitari,
cercando di ampliare il dibattito e suggerendo che se il nostro
sistema e' largamente deficitario, altri sistemi hanno problemi
diversi ma non meno importanti. Cercavo, insomma, di spostare la
discussione sul problema di "modello" di formazione universitaria,
invitando a riflettere su quello attualmente vincente, cioe' lo
statunitense.
> 2) Conosco gli USA da 15 anni, ho iniziato il mio PhD in una
> universita' statunitense, ho passato piu' di un anno in una spagnola
> ed ora sono da settembre in UK. Ho visto da vicino diversi sistemi
> universitari (almeno tre escluso quest'ultimo), ed ho il coraggio e
> l'orgoglio di dire, dopo tutto questo peregrinare, che gli standard
> di qualita' dell'universita' italiana non hanno nulla da invidiare a
> quelli delle migliori istituzioni straniere. In USA, in particolare,
> oltre a insegnare spagnolo e studiare per il mio PhD sono stato
> assistente amministrativo del direttore dei Graduate Studies del mio
> programma (RTC, Michigan Tech), e ho dovuto studiare il sistema
> procedurale di ammissione, le regole scritte e quelle non scritte, i
> finanziamenti, le raccomandazioni, l'insegnamento, i quality
> assessment, ecc. Su questi temi ho raccolto materiale da altre fonti
> e altre universita' (qualcuno forse si ricordera' della rivolta
> degli studenti graduate di Yale, che provoco' addirittura una
> censura ai docenti implicati da parte dell'American Association of
University
> Professors?). Con questo materiale potrei pubblicare un libro piu'
> corposo di quello di Anne Matthews ("Bright College Years: Inside
> the American Campus Today"). I problemi del sistema universitario
> americano sono stati recentemente discussi anche su Humanist
> (Discussion Group vol. 10.0819-10.0845), dove con pacatezza molti
> hanno espresso la loro opinione, ma certo nessuno si e' sognato di
> gettare fango sul sistema nel suo complesso. Mi offro di mandare su
> questa lista (o privatamente) la lettera-dossier da me raccolta
> durante il mio soggiorno USA, dossier che e' stato consegnato al
> Presidente dell'universita' ma che non ha mai ricevuto risposta.
> Sono confortato dal fatto che ho trovato conferma a molte mie
> osservazioni nei casi discussi su Humanist. In generale il problema
> statunitense puo essere riassunto cosi':
>
> I) L'UNIVERSITA' AZIENDA
>
> A livello specifico la competizione su base commerciale e i tagli
> sempre piu' duri alla spesa per l'education hanno in parte gia'
> prodotto: a) un abbassamento del livello dell'insegnamento; b) un
> livellamento della retribuzione; c) il congelamento implicito del
> passaggio a "tenured" per moltissimi insegnanti;
>
> Questi tre (quattro, compresi i tagli) fattori --come sa chiunque
> abbia lavorato in un universita' americana-- sono la causa di un
> aumento inverosimile del livello di stress e di logoramento sociale
> all'interno dei campus.
>
> d) il crescere del peso della didattica sugli studenti graduate,
> che, ricordiamolo, non sono riconosciuti come lavoratori (vedi
> appunto il caso di Yale), sono pagati con stipendi di sopravvivenza
> (dai 500$ agli 800$ al mese) e non possono protestare se il
> contratto prevede 20 ore settimanali ma in realta' gli assignment
> sono per 30 o 40. Qualunque teaching assistant sa che quando si
> hanno 20-25 studenti e gli si voglia dare un aiuto concreto, la
> distinzione fra "contact hours" e preparazione e' truffaldina,
> perche' fa decidere la seconda a dei calcoli astratti che nulla
> hanno a che vedere col carattere "individuale" dell'insegnamento;
>
> e) il crescere del ricatto nei confronti dei graduate students
> produce un impoverimento della ricerca di base: si ricerca su temi
> che impegnano per brevi periodi, altrimenti non si riesce a
> pubblicare e alla fine del PhD non si trova lavoro (il problema e'
> non solo delle Humanities, questo tema e' stato affrontato
> drammaticamente in una recente conferenza a Madrid da Marvin Minsky, IA);
>
> II) DISCENTE E CLIENTE
>
> f) La mentalita' "quantitativa" tipica dei processi di valutazione
> scientifica (o pseudotali) da' risultati devastanti quando viene
> imposta a settori alieni alla quantificazione. L'introduzione, nella
> maggioranza dei college americani, delle teaching evaluation anonime
> (da parte degli studenti) come criterio di giudizio
> dell'insegnamento s'inserisce nel solco. Gli studenti (diritto,
> beninteso, *sacrosanto*) compilano ogni term dei prestampati
> multiple-choice che verranno distribuiti all'inizio del succesivo
> term all'insegnante. [Un sistema di questo genere sarebbe stato un
> tempo il mio sogno alla Sapienza.] Tutto va bene pero' finche'
> questo rimane uno strumento "consultivo". Ma cosi' non e'. Quando
> l'universita' si auto-concepisce come "struttura di servizio", lo
> studente si trasforma da discente in cliente. Cosa produca il
> diffondersi di questa mentalita' a livello pedagogico non e'
> difficile immaginare. Piu' la responsabilita' cade sull'insegnante-
> commesso (e per motivi diversi, tipo l'ipocrisia del politically
> correct, per cui siamo tutti "peers" e abbiamo una "open door
> policy"), piu' il rapporto allievo-insegnante si snatura, diventando
> impossibile da parte di chi insegna esercitare la dose minima di
> "autorita'" (parola tabu') che esige la transizione fra uno stato di
> "minor conoscenza" a uno di "maggior conoscenza". (Horkheimer
> definisce l'_autorita'_ una superiorita' che si accetta e che viene
> _riconosciuta_.) Per non parlare del problema del rispetto e della
> indipendenza di giudizio, sempre piu' ardui da definire in un
> sistema che in certi casi non prevede l'istituto della bocciatura
> (proprio cosi': in molti college americani, compresi Ivy League, gli
> studenti non possono venire bocciati).
>
> g) Le teaching evaluation costituiscono una fonte di manipolazione
> anche a causa del perverso meccanismo della "media universitaria".
> Come molti sanno, le scale di valutazione (riprese dal sistema
> militare), vanno in genere da 1 a 5. Dove 1 sta per "poor" e 5 per
> "excellent". Mettiamo che la media universitaria sia 4. Questo nella
> pratica significa che qualsiasi punteggio al di sotto viene
> automaticamente (ma tacitamente) considerato dagli addetti alle
> global performance evaluation (o dal tuo supervisor)
> "insufficiente". Una volta stabilita la "media universitaria", tutto
> cio' che c'e' fra l'1 e il 4 perde di significato, perche' (come sa
> chiunque ha lavorato per l'industria) e' "fuori standard". In questa
> modo la scala di valutazione perde totalmente di senso (innescando,
> fra l'altro, un potenziale meccanismo di complicita' --o peggio
> baratto-- fra allievo e insegnante.)
>
> h) La trasformazione in azienda di un sistema che veicola e produce
> conoscenza puo' minare i processi di controllo di qualita' della
> ricerca e dell'insegnamento. Qui giova forse una testimonianza
> personale. Durante il mio soggiorno al MichiganTech mi era stata
> assegnata la cura di un survey interno sul mio PhD Program (Rhetoric
> and Tech Communication). Tale survey sarebbe stato distribuito poi
> ad un "evaluation team" esterno, pagato dallo stesso dipartimento.
> Il meccanismo della evaluation (al quale ho partecipato anche in
> veste di accompagnatore del team) assomiglia molto a quello delle
> "job interviews" aziendale dove l'agenda (il famigerato
> "scheduling") prevede impegni ogni ora dalle 8 alle 20, tutto e'
> organizzato al millesimo di secondo, il soggetto non viene lasciato
> solo per un istante. Pur ammettendo che un tale trattamento produce
> una impressione di accuratezza e efficienza altissima, bisogna
> notare che in questo modo il controllo esercitato sui controllori e'
> massimo. Ai valutatori non rimane un solo minuto per guardarsi
> intorno, ed ogni informazione (o richiesta di) viene filtrata
> attraverso i "dipendenti" del campus. Tutta questa complessa
> procedura si svolge nella convinzione e fiducia reciproca che le
> informazioni date siano corrette. Il team a questo punto, stremato
> da decine di cene e incontri, se ne torna a casa con un bel malloppo
> di dati da scartabellare e da verificare. Nel nostro caso,
> purtroppo, i dati del survey erano stati elaborati dallo stesso
> dipartimento: un graduate student del dip. raccoglieva i questionari
> dai quali si sarebbero ricavati i diagrammi di "gradimento" sul dip.
> stesso. Last, but not least, entrambi i "valutatori" figuravano nel
> comitato editoriale della rivista diretta dal capo del dipartimento
> sotto esame. Il graduate student incaricato della elaborazione ero
> io, e a causa dei miei dubbi (espressi in maniera assai diplomatica,
> cercando di sottrarmi all'incarico), sono entrato in rotta di
> collisione col capo del dipartimento, pregiudicando la mia
> permanenza. Da tutta questa storia, ho tratto una lezione molto
> chiara: quando un dipartimento, per sopravvivere, deve imparare a
> pianificare una strategia di mercato, pubblicita' e propaganda
> diventano vitali.
>
> i) Ultimo punto, forse il piu' preoccupante, da quanto detto sopra
> consegue che gli studenti di MS e PhD vengono sempre piu'
> selezionati non in base alle loro academic performances, ma in base
> alla loro resistenza ai ritmi dell'insegnameno e alla loro
> flessibilita' sul luogo di lavoro (spesso gli studenti svolgono
> lavori di segreteria, ecc.). Di tutte le deformazioni questa e'
> certamente la piu' pericolosa perche' fonde la nozione di lavoro
> retribuito con quella di studente ricercatore, eliminando
> l'indipendenza del secondo e distruggendo i diritti del primo.
>
> III) FUNZIONE E CONOSCENZA
>
> Tutti questi fenomeni, intrecciati come sono, innestano una miscela
> esplosiva. La competizione di tipo commerciale, inserita nel mondo
> della ricerca e dell'insegnamento, a lungo termine rischia di
> fagocitare il significato della parola "education", intesa come
> processo di acquisizione della conoscenza (oltre che di specifiche
> "skills") all'interno del suo universo di valori. Cio' che rischia
> di diventare bagaglio acquisito e coscienza collettiva e' dunque
> l'equivalenza, certamente aberrante, fra "funzione" e "conoscenza",
> dove per funzione s'intende: efficienza, performance, funzionalita',
> commerciabilita' del prodotto (i valori dell'industria). Chi fa le
> spese di questo processo? Le facolta' umanistiche innanzitutto, ma
> non solo. Dopo l'anello debole verranno gli anelli forti.
>
Ci troviamo
> di fronte a una crisi globale dei sistemi educativi e nel mettere mano a
questa crisi io
> intravedo una spaccatura e un bivio. Sul campo si affrontano due
> forze, a sua volta riflesso di delicati equilibri economici, storici
> e culturali che stanno lentamente venendo al pettine: un modello
> anglosassone, assolutamente vincente, rappresentato dal sistema
> americano (e dai suoi cloni piu' o meno temperati) e un sistema
> europeo, il cui modello non esiste, ma che e' giunto il momento di
> inventare. Molto si sta muovendo in UK, un sistema selettivo con
> ossatura pubblica, ma vedo piu' analogie fra il
> sistema americano e quello britannico (nelle sue ultime tendenze)
> che fra quest'ultimo e quello francese. Si attendono con trepidazione le
mosse
del nuovo governo laburista che, ricordiamolo, ritiene
scuola e universita' uno dei temi centrali del nuovo programma di
governo.
> Il punto discriminante rimane che cultura,
> istruzione e formazione si possano fare a prescindere _o_ attraverso
> la regolazione e il finanziamento dello stato. Nonostante tutti i
> suoi difetti, io sono per il secondo -- soprattutto perche' non
> innesca un processo a mio giudizio irreversibile.
>
>Vedo un potenziale conflitto fra i due sistemi, un conflitto
> pericoloso, ma INEVITABILE. Un conflitto che, perche' negarlo, non
> esiterei a definire _di culture_. A questo conflitto, per quanto mi
> riguarda, con tutto quello che questa battaglia implica per la
> qualita' della nostra vita futura, non ho nessuna intenzione di
> sottrarmi.
>
> I mali dell'universita' italiana non hanno un corrispettivo,
> come molti ingenuamente credono,
> nelle virtu' dei sistemi stranieri. Discutiamone pure, ma sempre
> tenendo presente che questa e' una crisi generale dei
> modelli educativi, una crisi che --inutile dirlo-- ha radici
> altrove, nella ristrutturazione industriale (e poi sociale) degli
> ultimi 15-20 anni e dunque nella sostituzione, all'interno della
> coscienza collettiva, di una paradigma di progresso sociale con uno
> di avanzamento economico. (<<Prossimo e' l'avvento di un mondo dove
> gli uomini saranno governati dai loro interessi e non da valori.>>,
> Alberto Cavallari, _La Repubblica_, domenica 3 luglio 1994.) Di
> questo dobbiamo parlare, secondo me. C'e' chi pensa di risolvere i
> mali dell'universita' pubblica con forti iniezioni di
> competitivita', di privato, di efficienza, di legami con l'industria
> --col "mondo del lavoro" (il lavoro di chi?). Follia --e soprattutto
> _bugia_. L'apertura di credito nei confronti del sistema
> "commerciale" e' sbagliata poiche' ha un contenuto ideologico. Ci
> troviamo di fronte a un "credo" (o se preferite un termine
> postmoderno a un "discourse") i cui tratti venivano qualche anno fa
> riassunti da Giovanni Raboni con l'espressione "etica aziendale":
> <<E' lo spirito dell'azienda. Col ricatto che comporta a vincere. E
> questo, pensate, e' del tutto acquisito dallo spirito pubblico.>>
> (_Il Manifesto_, 19 aprile 1994, p. 25.) Questo processo di
> emasculazione del dissenso attraverso il ricatto "etico" e' mille
> volte piu' pericoloso di 40 anni di democrazia cristiana, baroni,
> mafia, corruzione e stragi. Tutto si puo' riformare, tranne un
> "credo" e la sua _narrative_. Un credo porta solo distruzione e, nel
> nostro caso (universita', ricerca, ecc.), lobotomizzazione del
> sapere.
>
> Chi c'e' al mondo che critica quel sistema? quali mezzi, quali
> strumenti ha? ma soprattutto: chi e' disposto a starlo a sentire?
> Eppure ecco che arriva il Guardian fa un bel discorsetto
> sull'Italia corrotta e tutti gli andiamo dietro, senza capire, senza
> riflettere su che cosa vogliono dire queste critiche, cosa
> presuppongono, quale modello educativo suggeriscono e _perche'_.
> L'andazzo generale non ci permette di abbassare la guardia nei
> confronti di nessuno -- nemmeno del Guardian, che, come molti sanno,
> ha sull'educational system idee considerate da molti conservatrici
> (e' per esempio per un ritorno ai "Politecnici", che in UK sono
> delle universita' di serie B destinate alla specializzazione delle
> classi medio-basse.)
>
> Da quali pulpiti vengono queste bellissime prediche? Questa e'
> l'unica domanda che intendevo pormi, e qui sta il significato piu'
> profondo della mia protesta contro il fango sull'Italia.
>
> [FINE]
>
>
> ADDENDA
>
> Carlo Testa, della British Columbia a Vancouver, a proposito di
> questa mia frase commentava:
>
> > Bisogna essere grati alle critiche da dovunque vengano.
> > Non lo dicono anche i cattolici che i sacramenti valgono anche se
> > amministrati da un prete indegno? E allora, per quanto "indegni"
> > possano essere gli anglosassoni, si faccia buon uso di cio' che di
> > _utile_ essi possano rivelare .
>
> Sono assolutamente d'accordo.
> Ma un conto sono delle critiche, un conto una campagna diffamatoria
> che tutto distrugge e tutti mette sullo stesso piano, critici,
> giornalisti, baroni, corrotti --e persino diffamatori. Quest'ultimo era il
> caso, secondo me, di molti degli articoli pubblicati.
******************************************************
Domenico Fiormonte
University of Edinburgh, Dept. of Italian
David Hume Tower, George Square
EH8 9JX -- United Kingdom
Fax: 131-650-6536
E-mail: itadfp@srv0.arts.ed.ac.uk
http://www.ed.ac.uk/~esit04/italian.htm
<<Non sap de dompnei pauc ni pro
qui del tot vol si donz aver>>