VENERDI' 31 MAGGIO 1996

PER NON ANDARE LONTANO

RELATORI: Ezio Margelli - AICOS Gigi Bassani - ACRA Fabiano Ramin - CTM Dora Gambarini - Operazione Mato Grosso
INDICE

Intervento di Dora Gambarini rappresentante di Operazione Mato Grosso.

Tanti di voi avranno già sentito nominare l'Operazione Mato Grosso, perché qui in zona ci sono 
diversi gruppi di ragazzi che lavorano, comunque l'OMG è un movimento che è nato nel '68 e che 
fu l'anno della prima partenza di alcuni volontari per andare in aiuto di un missionario salesiano, 
don Ugo De Censi, sacerdote valtellinese promotore e nonostante i suoi 76 anni tuttora animatore 
di questo movimento. 
Questo salesiano, dopo aver trascorso i primi anni in Italia decise di partire di persona per fare il 
missionario, nel 1976 è diventato parroco di Chacas in Perù.
L'OMG è un movimento formato da giovani e da adulti, perché ovviamente chi aveva vent'anni 
nel '68 oggi ne ha 40 e oltre.

In Italia esistono un centinaio di gruppi che lavorano concretamente, "sporcandosi le mani",
facendo lavori di tutti i generi per raccogliere i fondi destinati a sostenere dei progetti
educativi e di sviluppo studiati come risposta concreta a alle situazioni di miseria e di
abbandono che si trovano in alcune zone dell'America Latina: Brasile, Perù, Bolivia, Ecuador.

Soprattutto negli ultimi tre stati, principalmente nelle zone andine tra i 3000-4000 mt. di quota
nelle comunità campesine, lavorano attualmente circa 150 volontari. 
I campesinos di queste comunità hanno come unico mezzo di sostentamento l'agricoltura che 
però è molto povera; coltivano i campi ancora manualmente, non hanno mezzi tecnici, sementi 
selezionati, o aiuti economici né dal governo né dagli enti preposti.
Tutte queste difficoltà, che rendono la loro vita sempre più dura, stanno rompendo i legami che
i campesinos hanno con la propria terra e con le proprie radici portandoli ad emigrare verso le 
città e questo è il vero disastro.
Se già sulle loro montagne, nelle loro comunità, vivono in povertà, raggiungendo la città
precipitano nella miseria. 
Spesso infatti questi finiscono per vivere nelle baraccopoli e  fare i lustrascarpe,
i manovali, gli scaricatori... e quindi vivono ancora più emarginati di quanto sarebbero stati se 
fossero rimasti tra le loro montagne.

Questo fenomeno è stato avvertito fin dai primi contatti con questa realtà e gli interventi 
dell'OMG sono stati tagliati su misura per affrontare questa situazione,  evolvendosi nel tempo e  
cercando di dare una argine a questa fuga, permettendo ai campesinos di avere un futuro sulle 
loro montagne, nella  loro terra.

Il problema venne affrontato cercando di creare delle opportunità di lavoro, di creare delle 
possibilità per permettere ad ognuno di guadagnarsi il pane; bisognava quindi insegnare, 
soprattutto ai giovani,  un lavoro.
Sono state create a tal fine delle scuole professionali. 
Le scuole dell'OMG sono gratuite, i ragazzi che partecipano a queste scuole non pagano
assolutamente niente, principalmente perché essi vengono scelti tra le famiglie più povere della 
zona. 
Le scuole sono strutturate secondo diversi corsi: intaglio artistico del legno, lavori di maglieria, di 
sartoria, lavorazione di manufatti in argilla o per la trasformazione di prodotti agricoli. 
Nel primo caso i ragazzi che hanno terminato i corsi della scuola si sono associati in una  
cooperativa per la produzione e la commercializzazione di mobili che vengono esportati un po' in 
tutto il mondo compresa l'Italia.
In tutti gli altri casi i prodotti servono al mercato locale.
Un aspetto particolare di queste scuole è che in esse, dando ai ragazzi la possibilità di frequentare 
la scuola gratuitamente, si insegna loro anche che devono ridare altrettanto gratuitamente a chi sta 
alle loro spalle, sfortunato tra gli sfortunati: vengono invitati a partecipare alla vita della comunità, 
ad aiutare le donne più anziane rimaste sole per esempio a tagliare la paglia del tetto, o la legna 
per il focolare, fanno giocare i bambini ogni Sabato e Domenica ( avviene in circa 50 villaggi e 
coinvolge complessivamente 10000-15000 bambini)

Tutto questo viene fatto affinchè i ragazzi si ricordino che c'è qualcuno che sta ancora peggio di 
loro.
Ai bambini vengono insegnate attività come la cura dei vivai per la coltura delle piante destinate 
alla riforestazione, l'allevamento delle trote, la coltivazione degli ortaggi; è una catena di 
solidarietà: “a voi è stata data la scuola, però voi dovete dare queste cose agli altri”.

Lo sviluppo e il benessere fine a se stesso non ci interessa, si cerca sempre di coinvolgere la gente 
nelle cose che si fanno.

A Chacas in Perù è stato realizzato un ospedale; per la costruzione dell'edificio è stata coinvolta 
la popolazione locale, ora il problema è quello di formare il personale medico/infermieristico 
specializzato che dia operatività alla struttura ospedaliera.

In Italia l'OMG opera in piccoli gruppi locali diffusi ormai un po' ovunque.
L'attività di un gruppo OMG è costituita essenzialmente da momenti di lavoro (raccolta rottami, 
pulizia sentieri, gestione rifugi, lavori agricoli, vendemmie...).
nell'ambito di questi campi di lavoro e anche nella vita del singolo gruppo, non mancano 
comunque momenti di riflessione durante i quali ci si interroga sul senso del lavoro gratuito, del 
“dare via”, dello scomodarsi e sulle contraddizioni che viviamo oggi: “noi comsumiamo troppo e 
altri muoiono di fame”. 
Un volontario dell'OMG dopo aver lavorato in Italia, sceglie in genere di partire per un periodo di 
almeno 4 mesi per lavorare direttamente nelle spedizioni in Ecuador, Brasile Perù o Bolivia.
Una persona nell'OMG intraprende un percorso, riflette, trova dei valori; è una strada che non ha 
fine, un cammino.
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Intervento di Ezio Margelli rappresentante di AICoS

AICoS è una ONG nata negli anni '80 come evoluzione di una ONG preesistente.
E' un'associazione di volontariato internazionale riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri e 
dalla Commissione Europea.
Nel mio intervento parlerò poco dei progetti di AICoS, accennerò solo quali sono e di cosa si 
occupano.
Vorrei dedicarmi maggiormente a riflettere su quello che si può fare qui, prendendo spunto dal 
titolo della serata: “Per non andar lontano”

Cos'è AICoS?
AICoS è un organismo che si occupa principalmente di programmi socio-sanitari (questi aspetti 
sono legati); AICoS utilizza due modalità di intervento: 

La prima, più tradizionale, si attua attraverso la realizzazione di progetti  anche pluriennali, 
realizzati da volontari in Africa (Gambia, Mauritania), CentroAmerica (Guatemala, Nicaragua, 
Rep. Dominicana), Sudamerica (Argentina), Palestina e Filippine.
Questo tipo di intervento è tipico delle ONG: sviluppato sulla base di un programma concordato 
con partner locali e con l'inserimento di tecnici e personale italiano, punta soprattutto alla 
valorizzazione e all'utilizzazione di risorse e personale locale. 
Questo aspetto è uno degli elementi più significativi di tali interventi, ossia di non "far piovere" i 
progetti da lontano con la tecnica del “mordi e fuggi” (volete questo? ve lo diamo ma poi 
scappiamo via e sono problemi vostri sia la gestione che il resto...); si vuole invece realizzare un 
piano concordato con la gente del posto ed inserito all'interno dei progetti di sviluppo del paese, 
quando ci sono, utilizzando il più possibile la manodopera del posto e, se possibile, sempre risorse 
locali. 
E' in questo modo che lavorano  molte ONG e credo sia l'elemento di distinzione fondamentale 
rispetto alla “cooperazione” delle imprese, che spesso non è altro che l'esportazione di modelli 
culturali e di prodotti nazionali. 

Occorre saper distinguere  tra le due forme di cooperazione: questo termine oggi ha assunto un 
significato negativo a causa delle note vicende di  tangentopoli; sicuramente esistono fenomeni di 
malacooperazione ma bisogna saper distinguere i casi in cui si fanno speculazioni e guadagni e 
quelli dove invece si cerca un effettivo sviluppo e miglioramento di vita per le popolazioni 
interessate. 
Tengo molto a fare una distinzione netta tra le due realtà perchè spesso la gente è piuttosto 
confusa, grazie anche alle notizie che riceve dai mezzi di informazione, e non riesce a capire 
esattamente cos'è la cooperazione e cosa fanno le persone che ad essa si dedicano.

La seconda è l'intervento di emergenza: AICoS lo attua all'interno di un consorzio cui partecipa 
assieme ad altre ONG. 
Questi sono interventi che si attuano all'interno della Comunità Europea, tramite ECO che è 
l'ufficio delle Commissione Europea che si occupa di questo problemi. 

Noi crediamo  (e lavoriamo molto in questa direzione) che sia importantissimo e fondamentale per 
l'intervento nel Sud del Mondo e con il Sud del Mondo un'azione di informazione, 
sensibilizzazione ed educazione della gente del Nord del Mondo.

Questo aspetto potrebbe sembrare un po' banale, ma in realtà le cause principali del sottosviluppo 
sono qui da noi in quanto la povertà di certe zone è in gran parte “merito” nostro.
Esiste la necessità a parere nostro, di far capire alla gente cosa realmente accade e come è 
possibile incidere per cambiare questa situazione.

Per ottenere ciò noi utilizziamo essenzialmente alcuni strumenti:

- Interventi sul territorio, fatti attraverso azioni come queste conferenze, film, incontri di 
approfondimento.
Crediamo così di raggiungere le persone con le idee e i messaggi nostri e della gente proveniente 
dai paesi in via di sviluppo. 
Queste attività le attuiamo generalmente in collaborazione con altri gruppi o associazioni; infatti 
crediamo che se in loco esiste una realtà già impegnata su questi temi, sia più naturale e giusto che 
sia la medesima a proporre queste azioni che noi cerchiamo di sostenere.

- Sviluppo di progetti più articolati e più protratti nel tempo. 
Sono progetti italiani ed europei di educazione allo sviluppo e alla mondialità. 
Questi programmi prevedono la produzione di materiale informativo e la sua distribuzione nelle 
varie realtà educative.

AICoS in questi anni ha fatto una riflessione ed ha cercato di attuare azioni particolari: abbiamo 
visto che la gente fa fatica ad ascoltare le nostre argomentazioni; la maggior parte dei giovani è 
molto lontana da questi problemi, ha altri interessi. Quindi noi abbiamo cercato di arrivare fino a 
loro con qualche strumento nuovo, senza aspettare che succedesse il contrario. 
Per esempio, per la realizzazione di una iniziativa, abbiamo utilizzato uno strumento particolare 
come il fumetto.
Abbiamo realizzato una serie di mostre con materiali accessori, utilizzando inizialmente lavori di 
disegnatori del Nord del Mondo (mostra “fumetti e idee”) e poi  di disegnatori del Sud del 
Mondo.
Ci piaceva dimostrare in questo caso come non siamo sempre e solo noi quelli che fanno cultura, 
ma esistono culture valide ed importanti anche in questi paesi. 
A chiusura del tutto, abbiamo realizzato una terza iniziativa alla quale hanno partecipato sia 
disegnatori del Nord che del Sud del Mondo intitolata “Mondo futuro”, proprio con l'intento di 
suggerire una riflessione su come  potrà essere  questa società nel futuro.

Abbiamo prodotto altri materiali, per esempio su argomenti come l'educazione allo sviluppo e la 
pace, due argomenti strettamente correlati.
Sappiamo bene infatti  che un certo tipo di sviluppo porta alla pace e che non  può esistere la pace 
nel mondo se non c'è lo sviluppo.

Abbiamo inoltre prodotto una serie di materiali sulle popolazioni indigene americane, riportando 
argomentazioni in controtendenza a ciò che normalmente emerge dall'opinione comune durante il 
cinquecentenario dalla scoperta dell'America.
Dopo i fumetti, sempre per cercare strumenti nuovi e più efficaci, abbiamo cercato di usare il 
computer, producendo un videogioco dove non si deve ammazzare nessuno, ma si capisce come 
fare solidarietà.
L'ultima iniziativa a cui stiamo lavorando si chiama “la comunicazione Nord-Sud”, per studiare i 
flussi di comunicazione: cosa sappiamo degli abitanti del Sud del mondo e loro cosa sanno di noi? 
Chi controlla questi flussi? 
Possono sembrare domande scontate, ma il controllo dell'informazione nella nostra società 
significa controllo economico e possibilità di gestire indisturbati alcune situazioni.

Stiamo infine lavorando, in collaborazione con altre ONG inglesi ed olandesi, ad un progetto 
nuovo: “la memoria del villaggio”. 
Vuole essere un momento di confronto fra la situazione dei ragazzi italiani, olandesi ed inglesi ma, 
più in generale, quello tra ragazzi del Nord e del Sud del Mondo.

Con l'uso dei calcolatori siamo poi entrati nel campo della telematica (INTERNET).
Questo è il futuro dell'informazione e crediamo che sia importante esserci, portando le nostre idee 
e abbiamo quindi creato una banca dati telematica (AICoS BBS).

Stiamo lavorando a tutti questi temi per fare in modo che  in qualsiasi ambito e situazione, anche 
se solo dal nostro piccolo, possa udirsi anche una voce che arrivi dalla gente che vuole fare la 
solidarietà e non solo la voce dello "sviluppo economico".
Il nostro grosso impegno qui in Italia è mosso dalla convinzione che sia fondamentale fare 
innanzitutto qualcosa in loco.
Ed è questo l'appello che  stasera voglio lanciare a voi tutti.

Comunque, anche se  la cooperazione è in crisi, c'è la possibilità di fare azioni in campo, 
concretizzando materialmente iniziative e progetti sul luogo; ma prima di tutto  bisogna muoversi 
qui, nei nostri paesi occidentali.
Tenete presente un solo fatto: i fondi per il finanziamento dei progetti, al di la di quelli raccolti 
autonomamente dalla gente, sono forniti dai nostri governi, che si muovono anche e soprattutto in 
funzione della pressione che ricevono dall'opinione pubblica. 
Se, come in Italia, l'opinione pubblica non è molto attenta a questi problemi, anche i governi 
tendono a non impegnarsi sufficientemente.
Ribadisco ancora una volta che è fondamentale agire qui.

Io credo che esistano essenzialmente due tipi di persone: quelle che vivono il presente, fanno 
carriera, si arricchiscono, stanno bene, vivono una vita “normale” e quelle che progettano il 
futuro, ossia non si pongono tanto il problema del presente, se lo pongono perchè devono vivere, 
però fanno qualcosa che andrà al di là della loro stessa vita, ciò secondo noi è il sinonimo di 
solidarietà: non vivere solo per noi ma anche per gli altri.
Molta gente in Italia ed all'estero sta progettando il futuro, secondo me comunque troppo poca, e 
dobbiamo impegnarci perchè questa aumenti sempre di più.
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D: Si può quantificare il fenomeno del volontariato in Italia?

R: Margelli: I numeri esatti non ci sono, perché non è quantificabile il numero delle persone che 
sono interessate a questo fenomeno. 
Esistevano fino a poco tempo fa dei numeri relativi per esempio ai volontari registrati con 
regolare contratto ministeriale, quindi escludendo quelli che facevano servizi minori di due anni. 
In linea di massima non c'è una quantificazione del fenomeno, possiamo però dare qualche  cifra: 
esistono, in Italia, circa 120 organizzazioni riconosciute dal Ministero degli affari esteri; accanto a 
queste ne esistono altre 200-300 comprendenti il mondo del missionariato, i gruppi non 
riconosciuti etc., che lavorano su queste tematiche. 
A questi va aggiunto tutto il mondo che ruota intorno al commercio equo e solidale.
La dimensione di tale fenomeno è quindi notevole, anche se attualmente è in diminuzione nel 
settore dell'intervento diretto nei paesi in via di sviluppo, infatti ci sono meno volontari di qualche 
anno fa.
Questo perchè gran parte delle organizzazioni che ricevevano finanziamenti dal Ministero degli 
affari esteri si trovano bloccate da alcuni anni a causa dell'interruzione dei finanziamenti, quindi 
non c'è più ricambio o inserimento di nuovi volontari.
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D:  Le O.N.G. non ricevono finanziamenti?

R: Margelli: Semplificando esistono due tipi di organismi :
- organismi non governativi “puri” che lavorano solo con i fondi che autonomamente recuperano.
- organismi non governativi che utilizzano sia fondi privati (autonomamente recuperati) che fondi 
pubblici.
Il dato “non governativo” serve per distinguerli dalle varie agenzie governative, che attuano 
l'intervento diretto dello Stato nel settore della cooperazione.
Molte di queste associazioni non governative ritengono che comunque i fondi pubblici siano il 
risultato del fatto che i cittadini pagano le tasse e che quindi sia importante che lo Stato faccia 
cooperazione, rispettando la volontà di molti. 
Sulla base di questo ragionamento utilizzano fondi pubblici il Ministero degli affari esteri, la 
Commissione Europea etc.

Questa logica porta anche a una differenza tra i tipi di progetti che si possono attuare. 
Infatti è possibile realizzare progetti di maggiore impatto avendo a disposizioni fondi maggiori.
Attenzione, questi organismi pubblici non stanziano fondi per il  100% del costo del progetto, ma 
è sempre obbligatoria la presenza in una determinata percentuale di finanziamenti privati. Questa 
percentuale varia da associazione ad associazione in funzione anche della dimensione della 
medesima. 
Più grande è una associazione più capacità avrà di reperire fondi privati e minori saranno i fondi 
richiesti allo Stato.
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D: Quanto spende l'Italia nel campo della cooperazione?

R: Margelli: Attualmente esiste una quota stabilita internazionalmente: almeno lo  0,7% del PIL 
deve essere destinato alla cooperazione, dove per cooperazione si intende la somma di tutte le 
attività in tutti gli ambiti: interventi statali, interventi multilaterali attraverso agenzie ONU, 
NATO, etc. e in minima parte anche sovvenzioni al lavoro delle ONG.
L'Italia non è mai andata oltre lo 0,5% del PIL e in questi ultimi anni si è attestata intorno allo 
0,1%.
Quantificando il tutto in miliardi, negli anni “migliori” si arrivò a circa 5000-6000 miliardi ma di 
questi solo una minima parte furono erogati alle ONG.
La maggior parte di questi soldi, spesi nell'intervento diretto nella cooperazione, è stato gestito 
con accordi tra Italia ed altri governi; questo si traduce sempre in buoni affari per le nostre 
imprese.
Dopo tangentopoli, i finanziamenti si sono in gran parte bloccati e questo ha causato situazioni 
assai gravi: associazioni che lavoravano a progetti pluriennali, trovandosi improvvisamente senza 
finanziamenti, hanno dovuto rinunciare a terminare i progetti, abbandonando gli interlocutori del 
posto e mandando in fumo il lavoro già svolto. 
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Intervento di Gigi Bassani rappresentante ACRA.

L'ACRA (Associazione per la Cooperazione Rurale in Africa) è nata attorno al 1968. 
In quegli anni è nata la maggior parte delle associazioni di volontariato. 
L'ACRA è nata soprattutto sotto lo stimolo di proposte provenienti dal Ciad e si è subito 
specializzata nella cooperazione rurale.
Per i primi dieci anni è intervenuta quasi unicamente in Ciad con volontari che lavoravano ai 
progetti locali e con gruppi di sostegno che lavoravano in Italia. 
Vorrei ricordare che le prime leggi di cooperazione sono state emanate anche grazie alla forte 
pressione di una  parte dell'opinione pubblica, cioè quella proveniente dalle associazioni di 
volontariato che ponevano una questione fondamentale, quella della necessità di un contributo 
allo sviluppo delle nazioni sottosviluppate impossibilitate dai perversi meccanismi economici 
mondiali ad ottenerlo in maniera autonoma.
Può sembrare un controsenso che associazioni autodefinitesi “non governative”, quindi 
caratterizzate da una totale indipendenza dalle attività governative, ad un certo punto abbiano 
fatto pressione affinchè lo Stato, la Comunità Europea e le Organizzazioni mondiali intervenissero 
in aiuto delle loro attività attraverso finanziamenti, ma questa pressione fu molto utile per 
costruire gli strumenti indispensabili ad attuare la cooperazione.
Dopo i primi dieci anni di attività l'ACRA ha allargato la sua presenza in altri paesi africani 
(Camerun, Senegal), latinoamericani (Bolivia), e centroamericani ( Nicaragua).
L'ACRA ha sempre seguito una doppia logica di intervento: da una parte la cooperazione rurale e 
dall'altra la specificità di interventi concentrati solo in alcuni paesi, per evitare di disperdere 
risorse e sforzi.
Questa scelta è stata alquanto positiva ed ha consentito di ottenere un duplice risultato.
Primo quello di una ricapitalizzazione delle risorse umane: tutti i volontari che lavoravano nei 
progetti accrescevano la loro conoscenza nel settore e, al loro rientro, hanno potuto mettere 
questo patrimonio di esperienza a disposizione dell'ACRA e di altre associazioni. 
Inoltre, intervenendo solo in alcuni paesi si sono creati rapporti e legami solidi e duraturi (ACRA 
è presente in Ciad da 30 anni e in altri paesi da 15-20 anni).
Tutto ciò ha permesso all'ACRA di essere una associazione riconosciuta e stimata dalle 
organizzazioni locali, facilitando il lavoro in loco e consentendo un aumento  delle sinergie.

Un'altra caratteristica importante di ACRA è la progettualità sviluppata in collaborazione con 
organizzazioni locali, perchè fare un progetto significa studiare un territorio, raccogliere dati, 
conoscere le dinamiche sociali, le risorse economiche del posto e cercare di aggregarle tentando di 
dare allo stesso connotati il più possibile vicini  alle esigenze ed alle aspettative della gente che lo 
svilupperà e ne usufruirà.
Per fare questo è indispensabile un rapporto di reciproca collaborazione e fiducia con le 
organizzazioni locali.
Questo tipo di progettualità risulta anche utile sia al volontario che può capire meglio in quale 
realtà andrà a lavorare, sia alla programmazione delle fasi progettuali  e delle necessarie verifiche.
Queste fasi progettuali unite alle verifiche consentono di migliorare il progetto variandolo durante 
la sua attuazione, rendendolo sempre più conforme a quelle che erano le esigenze e le finalità che 
lo hanno ispirato.

Tutta questa attività di studio, collaborazione e verifica crea necessariamente una “storia” che è 
patrimonio comune e può essere tramandata rendendo il progetto autonomo ed autosufficiente 
rispetto alle persone che vi partecipano.
Si evita in questo modo che il progetto si basi solo sulla buona volontà dell'organizzazione locale 
o del volontario che vi lavorano, rendendolo meno vulnerabile nel momento dell'eventuale 
assenza di questa componente essenziale.
Infatti un progetto viene avviato attraverso il lavoro di qualcuno, ma può benissimo proseguire ed 
essere ultimato, qualora se ne presenti la necessità, anche da altri.

L'ACRA nel momento di massima attività ha avuto 40-50 volontari impegnati nei diversi progetti 
di cooperazione e anche se questi volontari hanno avuto degli avvicendamenti o sono passati ad 
occuparsi di altro, i progetti non hanno subito battute di arresto a causa di ciò.

Per fare un esempio dell'importanza di questo tipo di progettualità articolata pensate che  i 
progetti ACRA, pur essendo di tipo agricolo, si differenziano notevolmente tra loro a seconda che 
siano realizzati in Africa o in America Latina.
Questo perché in Africa l'organizzazione sociale è molto più semplice e molto spesso ruota 
intorno al villaggio, mentre in America Latina è molto più articolata, per certi versi più vicina alla 
nostra e quindi ci si deve confrontare con i diversi soggetti che la compongono come sindacati, 
cooperative, imprese di trasformazione dei prodotti, università, organizzazioni professionali, con 
l'inevitabile maggiore complessità nella gestione dei rapporti.

Ultimamente oltre agli interventi rurali più tradizionali, l'ACRA sta cercando di sviluppare, in 
alcune situazioni, due nuovi filoni d'intervento:

-Ecologico ed ambientale, ossia tentare di sostenere la creazione e l'organizzazione di parchi in 
zone di particolare importanza e valore sotto il profilo ecologico. 
Stiamo sostenendo il progetto della realizzazione di un parco tra il Nicaragua e il Costa Rica che 
si prefigge l'obiettivo di mantenere e tutelare l'ultima parte di foresta tropico-umida rimasta in 
Centro America. Abbiamo in questo caso dovuto affrontare una serie di problemi nuovi con un 
interessante lavoro di recupero della collaborazione di molti nuovi giovani.
Questi progetti sono sempre legati al problema dello sviluppo. 
Nelle aree del parco di Siapaz stiamo elaborando forme di cooperazione che cercano di conciliare 
la tutela della foresta con il sostegno ad attività economiche (attività ecocompatibili), in favore dei 
contadini che lavorano ed abitano la zona del parco.

-Interventi di credito rurale, anche questo con progetti in America Latina ed Africa.
Questo aspetto per noi nuovo, ma  sviluppato in precedenza da altre associazioni, è importante 
per risolvere un problema fondamentale per i contadini: l'accesso al credito.
Il contadino all'inizio dell'annata agraria ha la necessità di avere i soldi che gli permettano di 
acquistare quello che serve al proprio lavoro. 
Deve chiedere un prestito che poi restituirà dopo aver venduto il raccolto. 
Molte banche o crediti rurali locali non hanno i fondi o se li hanno, li mettono a disposizione dei 
contadini solo a tassi di interesse molto alti o addirittura negano loro i finanziamenti.
Il contadino si trova in grosse difficoltà quando deve reperire il capitale iniziale indispensabile alla 
riuscita della sua attività. 
Questi progetti di credito rurale servono per garantire ai contadini capitali sicuri a tassi di 
interesse onesti.

Questi ultimi due tipi d'intervento, che si sono delineati e sviluppati in relativi progetti, 
costituiscono per noi una novità rispetto agli interventi più tradizionali.
Oltre agli interventi concreti, ACRA ha sempre avuto, ed ha tuttora, un occhio di riguardo verso 
attività come l'informazione, l'educazione allo sviluppo e la sensibilizzazione sul nostro territorio. 
Crediamo che per realizzare un progetto, sia importante far crescere una coscienza collettiva ed 
un'opinione pubblica sempre più informate, coscienti delle vere cause del sottosviluppo. 
Se non matura questa coscienza sarà sempre più difficile eliminare le cause del sottosviluppo.
Per questo motivo siamo impegnati in attività sul territorio lavorando principalmente  nelle scuole. 

Vorrei adesso portare un esempio: pensiamo a noi, questa sera, come a un gruppo di 70 persone, 
una comunità. 
Pensiamo ora a cosa e quanto stiamo consumando in termine di beni di consumo e servizi (per 
esempio in abbigliamento e infrastrutture sociali). 
Se guardiamo la storia di questi prodotti possiamo capire molte cose: per esempio tutti i capi di 
abbigliamento prodotti in paesi come l'India e la Cina, molto probabilmente sono la causa di 
sfruttamento di milioni di persone. Questo perché sono il frutto di investimenti di grosse 
compagnie che cercano solo il profitto e lo trovano facilmente  sfruttando situazioni vantaggiose, 
come mano d'opera ad un prezzo venti volte inferiore a quello della nostra, assenza di regole e 
leggi di tutela sia ambientale che sindacale.

Per ognuno di questi prodotti da noi utilizzati, nessuno ci dice dove vanno i soldi che paghiamo, 
ma sicuramente a qualcuno andranno, qualcuno che trarrà profitto da questo sfruttamento da noi 
inconsapevolmente appoggiato. 
Una cosa positiva ed in contro-tendenza è l'esperienza del Commercio Equo e Solidale, 
nell'ambito del quale di ogni prodotto è possibile conoscere storia, la suddivisione del prezzo da 
noi pagato nelle varie competenze e avere garanzia di eticità.

La logica del mercato internazionale crea anche un altro aspetto negativo: la settorializzazione 
delle produzioni. Così le giacche a vento sono prodotte quasi tutte in Romania, le camicie in ex-
Jugoslavia e in India, creando economie dipendenti dalle nostre esigenze e decisioni.
Lo stesso ragionamento vale per il problema delle risorse, che magari è meno visibile, ma è 
ugualmente presente.

Facciamo un secondo esempio: pensiamo che ogni uomo di questa terra abbia tutti i beni  che  noi 
desideriamo per noi stessi, sulla base dei quali misuriamo lo sviluppo di un paese. Prendiamo in 
considerazione il problema strade: per noi una strada è tale solo se è asfaltata, per noi non 
possono esistere strade non asfaltate e consideriamo questa come una esigenza primaria. 
Ebbene se dividessimo la popolazione mondiale (che è di circa 6.000.000.000 di persone) in 
gruppi di 70, che è il numero delle persone oggi presenti qui, otterremmo un certo numero di 
gruppi.
Ora, per assecondare la nostra ipotesi iniziale, ogni gruppo dovrebbe possedere quello che 
possiede il nostro: 50 auto, 30 frigoriferi, 10 motorini, 100 lampadine accese per 10 ore al giorno, 
case riscaldate, per non parlare dell'asfalto delle strade...
Se questo si realizzasse veramente il mondo finirebbe in una settimana, perché le risorse non sono 
illimitate e la creazione di questi beni è comunque causa d'inquinamento.

In conclusione, da parte di chi vive nel surplus, oltre alla richiesta di uguaglianza e solidarietà, ci 
dovrebbe essere un atteggiamento di maggior austerità; bisognerebbe anche considerare cosa 
significa sviluppo economico per la maggior parte dei paesi di questo mondo, perché per molti di 
essi sicuramente non significa avere strade asfaltate ovunque.
Tutto questo si capisce (riallacciandoci all'esperienza ACRA)  vivendo e stando a contatto con le 
popolazioni rurali, capendo che per la maggior parte di esse sviluppo significa garantirsi il minimo 
indispensabile per la sopravvivenza o fare in modo che la vita nelle campagne sia umana e 
decente, così da evitare lo spopolamento delle zone rurali e la formazione di megalopoli da 30-40 
milioni di persone.
Sono tutte queste tematiche che devono essere pensate ed affrontate non con gli occhi dei ricchi, 
ma con una prospettiva che veda le esigenze di chi ora non ha quello che abbiamo noi.
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Intervento di Fabiano Ramin rappresentante CTM.

Sono stato un volontario in Repubblica Domenicana con la cooperazione delle ONG.
Lì ho conosciuto il Commercio Equo e Solidale, anche se prima di partire lo avevo visto nascere.
Non so quanta gente conosca il CES; senza dubbio è un commercio, e quindi ha a che fare con i 
soldi, con i prodotti che devono essere di una certa qualità, altrimenti non si vendono.
Per esempio la CTM ha uno stock di prodotti che non riesce a vendere, importanti per finanziare 
progetti  e realtà produttive, ma le botteghe non riescono a venderli.
Questo per dire che la realtà del C.E.S. non permette poesie, il commercio è commercio, o si 
vende o si va a picco. In più anche i prezzi devono essere contenuti perché ci si confronta con 
realtà che spesso offrono prodotti a prezzi molto inferiori.
Pochi possono permettersi di acquistare un prodotto ad un prezzo molto più elevato della media, 
anche se rispettoso dell'uomo e dell'ambiente.
Come  dice un membro del comitato progetti della CTM, tale Giovanni Giusti: 
“il CES  è una modesta iniziativa di base, che ha solo la presunzione di tracciare concretamente 
una via d'uscita alla situazione di dipendenza in ambito commerciale”.

Il commercio mondiale non trova soluzione, vige la legge del libero mercato, quindi chi è in grado 
di resistere va avanti, gli altri soccombono.
Ogni paese, compreso il nostro, mette in atto delle strategie per salvaguardare i beni prodotti al suo interno e più paesi
creano degli organismi come la CEE, il NAFTA o il MercoSur per difendersi in gruppi.
Non c'è libero mercato e non c'è libero commercio; noi del CEeS stiamo parlando di persone, ragazzotti all'epoca, che
hanno voluto fare una scommessa: buttiamoci in questo mare infinito ed hanno scelto il caffè, un prodotto simbolo,
che porta con s‚ tutte le contraddizioni che fanno parte del gran parlare della solidarietà e dell'etica.
Il nostro paese è un grande consumatore di caffè, lo è tutto il mondo, i produttori sono per la maggior parte in Africa e
in America Latina; il caffè è un bene quotato in borsa (sia a New York che a Londra), chi stabilisce il prezzo non sono
i produttori ma le grandi compagnie.
In Italia esiste un oligopolio: ci sono pochi grandi importatori e centinaia di torrefattori, non è vietato importare caffè
ma i grossi importatori cercano di fare dei trust (assorbire i piccoli importatori) oppure fare azioni di dumping (che
significa mantenere basso il prezzo di un prodotto, anche sotto costo)  con lo scopo è quello di eliminare i concorrenti
presenti sul mercato attraverso queste azioni che sono di concorrenza sleale.
Si dice libero mercato ma non ci sono leggi che proteggono questo mercato.
Perch‚ il mercato in s‚ non è una cosa negativa: se un artigiano vuole fare sedie e vendere le sue sedie, questo è un
mercato ed è un commercio e l'artigiano vuole vivere con questo.  Certamente bisogna fare in modo che nessuno sfrutti
questa cosa e bisogna evitare che l'artigiano venga danneggiato da altri che operano con il solo scopo di impedire la
vendita delle sue sedie.
Così come le operazioni finanziarie, non sono una brutta cosa; quando l'FMI dice "vi faccio un prestito perch‚ senza
soldi l'economia non si muove" questo non è male perch‚ con i soldi si possono costruire strade, scuole, si finanziano
imprese affinch‚ ci sia produzione, questo non è negativo è solo che l'etica manca!
L'economia è manipolata a vantaggio di pochi e a svantaggio di una moltitudine.

Allora il CEeS ha cercato e cerca di darsi una linea da seguire.
La CTM nata da quei ragazzotti che iniziarono in quel di Bolzano (Rudy Dalvai, Heini Grandi, Antonio Vaccaro...)
comprando borse di juta dal Bangladesh (e prima di loro Renzo Garrone in quel di Recco-GE e un altro gruppo a
Brescia) verso la fine degli anni '80 entrò a far parte del circuito EFTA. 
La "European Fair Trade Association" riuniva tutti gli importatori europei (nati già anni prima) di prodotti garantiti
da un etica che passano sotto il nome di CEeS.
Da allora la CTM è cresciuta fino ad avere contatti con più di 130 produttori, distribuiti in 55 paesi; complessivamente
i gruppi dell'EFTA mantengono relazioni con oltre 550 produttori ed il fatturato è pari a 200 miliardi di lire.
Non è poco e non è tanto, è come dice il buon Giovanni" una modesta iniziativa che ha solo la presunzione di ...". Ma
questa presunzione potrebbe arrivare lontano perch‚  è un commercio che si scontra e si scontrerà sempre più con il
mercato e la linea commerciale vigente.

Io non faccio parte della CTM ma del Comitato Progetti che cura l'aspetto etico politico del prodotto e fornisce alla
CTM (e in un futuro anche alle altre centrali d'importazione italiane [Commercio Alternativo - (FE), RAM - (GE) e
quindi al CEeS in toto] una garanzia che i produttori ed i prodotti rispondano a  precisi criteri.
Ogni centrale d'importazione ha stabilito i suoi criteri, EFTA li ha uniformati a livello europeo ed il Comitato progetti,
che lavora dal '94, ha fatto un lavoro analogo a livello italiano e ora deve vigilare affinch‚ i produttori e i prodotti che
entrano a far parte del CEeS rispettino sempre questi parametri.
Se c'è sfruttamento minorile, se qualcuno propone un prodotto acquistato da un produttore ad un prezzo inferiore a
quello che lui vorrebbe, se c'è un'impresa troppo familiare o anche una cooperativa gestita in modo non democratico
da un'unica persona etc ... se esce da determinati criteri il Comitato Progetti può organizzare una missione esplorativa
o addirittura è autorizzato ad escludere questo partner dal circuito CEeS.
Vediamo alcuni criteri di selezione:
i gruppi produttori devono essere strutture trasparenti e democratiche.  Bisogna sapere o capire chi sono le
persone che tengono le fila della cose.
devono essere strutture partecipative nelle decisioni
prive di sfruttamento e speculazione
la forma giuridica può essere un'associazione, una cooperativa ma anche un singolo produttore che si consorzia 
agenzie di marketing che aiutano questi produttori a commercializzare il loro prodotto, a patto che questa
intermediazione avvenga senza sfruttamento; i produttori, magari analfabeti o distanti dai centri del commercio
locale, sono facilmente vittime di sfruttamento.
ci devono essere giusti salari, cioè superiori - multipli - ai salari minimi del paese
non deve esserci discriminazione tra i sessi


vanno favorite le forme di mutua assistenza locale
vanno privilegiate le produzioni che sviluppano la tradizione locale
non vanno incentivate produzioni che utilizzano materie prime non reperibili in loco (es. comprando il bellissimo
artigianato di Haiti contribuiremmo all'assurda situazione di importazione di legname pregiato perch‚ l'isola è
ormai ridotta ad una "terra pelata")
vanno favorite le minoranze etniche, gli svantaggiati in genere
Fino ad ora sembra tutto facile e bello ma di produttori che rispondono ai succitati criteri che ne sono centinaia e
centinaia ma d'altra parte non possiamo acquistare da tutti ed alla fine viene privilegiato chi fa un buon prodotto.

Vi voglio sottoporre un caso capitato recentemente sul tavolo del Comitato Progetti.
Un gruppo europeo in visita alla cooperativa Toyin, a Saharanpur (nord di New Delhi) in India, costituita da oltre
1500 insuperabili artigiani che producono oggetti in legno, ha riportato alcune osservazioni:
gli artigiani stavano scioperando; alcuni lavoratori avevano le mani fasciate, come se fossero lebbrosi o svantaggiati,
ma sembravano messi li per impressionarci; lavoravano minori ; lavoravano in ore notturne.
Tutte queste considerazioni vengono da persone che non hanno mai parlato con i lavoratori (perch‚ l'inglese a
Sarampur è conosciuto solo da chi ha studiato) e quindi sono solo frutto di percezioni. Tanto è vero che quando
abbiamo presentato a Shu Shantu (responsabile della cooperativa) queste osservazioni lui le ha replicate ad una ad
una.    Cosa deve fare il Comitato Progetti?
Se dice che non va bene, l'ufficio commerciale CTM ci dice "Attenzione! Toyin ci rifornisce di mezzo miliardo di
oggetti in legno..." non è semplice dire di no. La decisione del Comitato è stata quindi quella si organizzare al più
presto una missione di valutazione di una persona del luogo che parli la lingua locale, oltre all'inglese, e ci dica quello
che vede e soprattutto quello che sente dalle bocche dei lavoratori.
Casi come quello di Toyin ce ne sono molti e molti sono i produttori che chiedono di entrare  nel CEeS magari con
tutte le carte in regola ma, credetemi, l'ufficio commerciale viene prima di noi.  Se una stupenda cooperativa nella
Sierra boliviana produce vasi e l'ufficio commerciale CTM dice che in Italia quel  prodotto non si vende, non c'è
niente da fare, quel vaso non può essere importato.
Questo purtroppo è un discorso che non ha niente di poetico ma è così.
Tuttavia il vantaggio del CEeS è che i consumatori sono interessati ai produttori.   Se non ci sono contatti, scambi
epistolari, scambi culturali diretti attraverso il turismo alternativo o attraverso inviti che noi possiamo fare affinch‚,
loro possano portare qui la loro esperienza, allora non c'è CEeS.
Questo fa si che ogni prodotto di una bottega del mondo sia lì perch‚ canalizzato attraverso conoscenza diretta; non è
stato comprato da un depliant e nemmeno è stato scelto perch‚ "ci mancano i vasi cinesi, le ceramiche del Nicaragua o
le amache del Brasile ... etc".        Non ragioniamo in questo modo.

Aldilà dell'artigianato ciò che viene valorizzato dal CEeS sono i prodotti alimentari - non tutto il mondo è artigiano,
non tutta la civiltà contadina è artigiana - questi beni hanno come dicevamo all'inizio una grande valenza politica: lo
zucchero, il caffè, il cacao, il tè, le spezie ...
Su tutti questi prodotti si cerca di tenere basso il margine di guadagno di ciascun passaggio, ma il prezzo non è tutto,
infatti acquistando quel prodotto, sappiamo da dove viene, dove e a chi stanno andando i nostri soldi e se vogliamo
possiamo anche conoscere direttamente le persone che lo producono attraverso i viaggi di conoscenza.
Per ogni prodotto esiste una scheda che spiega queste cose ed illustra in modo trasparente la formazione del prezzo.

Questo tipo di commercio avrà un futuro se i consumatori sapranno accordare fiducia alla sua filosofia.
Concludo dicendo che si stanno aprendo delle possibilità nei grandi canali di distribuzione, perch‚ è stato introdotto in
Italia il marchio di garanzia TransFair che può essere acquistato da un qualunque importatore o rivenditore. I prodotti
che portano questo marchio soddisfano le garanzie del commercio equo e il produttore è iscritto negli elenchi europei
del marchi TransFair.
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D: A cosa è dovuta e com'è possibile superare la crisi della cooperazione italiana?
R: Margelli: La sindrome tangentopoli ha fatto si che ogni intervento pubblico fosse sottoposto ad un'ulteriore
verifica. Questa verifica avrebbe dovuto cautelare lo Stato, in quanto finanziatore, e ridurre gli sprechi e la corruzione.
In realtà nella cooperazione internazionale sono venuti a controllare fino all'ultima pezza giustificativa il ns.
intervento ma non ci risulta che abbiano fatto un'analoga analisi sulle imprese che hanno fatto - e fanno -
cooperazione. E questo è strano se pensate che la maggior parte dei fondi della cooperazione sono dati alle imprese.

Recentemente a tutto ciò si è aggiunto anche un sensibile calo delle sovvenzioni governative alla 
cooperazione internazionale.
Per molte associazioni la soluzione è stata quella di andare dai loro soci, dagli amici dei soci e 
dire: ”Ragazzi... dobbiamo portare avanti la nostra associazione, i nostri progetti, allargate il 
portafoglio, datevi da fare perché i fondi pubblici non ci sono più”. 
Qualcuno si è anche mosso in altre direzioni, andando a cercare i finanziamenti presso quegli enti 
come ad esempio la Comunità Europea, dai quali comunque i fondi continuavano ad arrivare. 
Oppure ricercando dei finanziatori anche privati: per esempio sponsorizzazioni, aperture verso le 
banche, ecc. 
Ovviamente tenendo sempre presente la caratterizzazione no-profit dei nostri interventi e quindi 
pretendendo tutte le necessarie garanzie da parte dei potenziali finanziatori.

Un altro modo che potrebbe sembrare troppo astratto ma ha una sua concretezza è quello di far 
conoscere alla gente questo stato di cose; da alcuni anni ci siamo visti passare sopra la testa una 
serie di leggi “finanziarie” che tagliavano ingiustamente i fondi per l'assistenza sociale in Italia, ma 
tagliavano soprattutto e per primi i fondi per la sanità internazionale. 
Ora la risposta della gente è stata in questo caso molto bassa, e diventa dunque importante il 
ruolo delle associazioni e della pubblica opinione, per opporsi al taglio dei fondi per la 
cooperazione; tanto più che le altre, ben più incidenti, voci di spesa come ad esempio la difesa, 
non vengono toccate.

Superare questo momento sarà difficile, dato che noi stiamo proseguendo, purtroppo, cercando di 
recuperare il recuperabile; però la cosa brutta, veramente brutta, è che in molti paesi l'intervento 
delle associazioni suscita delle speranze, crea lavoro, attiva possibilità. 
L'interruzione delle attività delle ONG porta, oltre al venir meno di queste possibilità, anche un 
deterioramento del rapporto di fiducia tra le popolazioni locali e i cooperanti stessi facendo 
tornare quella mai del tutto scomparsa immagine degli occidentali colonizzatori che si presentano, 
iniziano un lavoro e poi lo abbandonano incompiuto. 
Ecco, questo è un elemento che secondo me va un po' dibattuto e c'è bisogno di una riflessione 
nostra. 
Però purtroppo la situazione di questi ultimi anni è questa e quindi dobbiamo cercare, abbiamo 
cercato, di contrastarla in questi modi.

Bassani:Vorrei aggiungere un'altra considerazione. E' fuori dubbio che la maggior parte delle ONG 
stanno boccheggiando da quando è venuta meno una parte di finanziamento, quella concernente il 
finanziamento pubblico. Ci sono altre associazioni che realizzano i loro interventi soltanto grazie 
ai fondi reperiti attraverso il proprio lavoro e queste hanno certamente risentito in maniera minore 
della crisi attuale.
Non tutte, per scelta o per necessità, possono adottare una politica di questo tipo.
La questione centrale sulla quale tutti dovremmo cercare di smuovere l'opinione pubblica, il 
governo e il nostro stato, è che comunque uno stato che si rispetti deve avere una politica estera 
che si rispetti; una politica estera che si rispetti non per  la sua potenza, ma per la solidarietà che è 
in grado di esprimere. 

Il rapporto tra le nazioni cosiddette sviluppate ed il restante 80% di popolazione che vive in paesi 
ai quali è impedito lo sviluppo, non è un fatto soltanto di carità o di cercare di dare qualcosa di 
quello che questi paesi non hanno, ma è un problema che riguarda l'intero nostro mondo e quindi 
riguarda anche noi. 
Cioè, riguarda anche noi il fatto di avere centinaia di milioni di affamati. 
E questi milioni di affamati, prima o poi ce li troveremo a bussare alla porta.
Già adesso il fenomeno è visibile.
Sono sempre di più gli uomini provenienti dai paesi meno sviluppati che si spostano verso i paesi 
occidentali. Adesso se ne spostano pochi, tra l'altro i più ricchi, però il problema dev'essere preso 
in considerazione prima che esploda con tutte le conseguenze che può portare. 

La pressione che dobbiamo fare e che anche le ONG stanno facendo, al di là dell'aspetto 
meramente economico del fatto che stanno mancando i soldi per gestire i progetti, è su questo 
problema fondamentale. 
Cioè deve essere ricostituita, ricomposta, ripensata, la politica estera del nostro stato, così come 
degli altri stati nei confronti del Sud del mondo. 

A questa politica noi dobbiamo concorrere, partecipare come associazioni del volontariato, 
tentando di incidere sulle politiche di ogni singolo stato e soprattutto degli stati più forti, perché 
vengano a modificarsi a favore di un reale sviluppo del Sud. Questo è il vero problema, non è 
tanto il fatto di non avere i 300 miliardi che avevamo qualche anno fa e che oggi non ci sono più. 
Il problema sostanziale è quello di ricostituire una politica reale di solidarietà. 
E' questa che smuove l'economia, è questa che smuove i rapporti fra gli stati, che smuove i 
rapporti tra le imprese. 

Da questo nasce anche una nuova coscienza collettiva ed il fatto che timidamente si stia 
discutendo di rilanciare il volontariato internazionale, il volontariato civile, non soltanto per gli 
uomini ma anche per le donne; dobbiamo renderci conto che non esiste soltanto l'Italia e che la 
Padania non è l'ombelico del mondo. 
Dobbiamo far crescere una coscienza internazionale, collettiva. 
Dunque, al di là dell'esistenza e della sopravvivenza delle ONG, è questo quello che veramente 
deve essere fatto: cercare di contribuire e combattere assieme perchè il nostro stato proponga una 
politica estera propria, se possibile solidale. 
E nello stesso tempo lavorare affinchè attraverso alcune azioni coraggiose, come alcuni stati 
timidamente ne hanno fatte, si possa ricomporre una certa coscienza collettiva, soprattutto fra i 
giovani per fare in modo che si guardi un po' più in là della Padania o dell'uscio di casa propria. 
Ed è questo che comunque arricchisce, non solo nel personale, ma nell'esperienza di un intero 
popolo.
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D:"Qual'è il ruolo di CTM-MAG nel CEeS" 
R: Ramin: La Ctm sta usando circa il 60 % dei fondi provenienti dalla CTM-MAG, che è la cooperativa di 
risparmio che ha raccolto fondi per oltre una ventina di miliardi, che quindi è chiamata in causa nel 
finanziamento del commercio equo e solidale.
Purtroppo la CTM, come centrale di importazione, fatica a gestire i prodotti di propria 
importazione spesso a causa di errori di ingenuità o per remore che a volte ci poniamo nella 
commercializzazione.
Infatti la commercializzazione è l'anello più debole di tutta la catena, cioè tutto quanto riguarda la 
distribuzione in Italia dei prodotti, quali e come vengono distribuiti.
Queste sono cose che sanno perfettamente gli incaricati regionali che sono  a contatto con le 
botteghe, perché alla fine è nelle botteghe che si ha il polso della situazione.

A Vimercate ad esempio, Luca sa cosa vuole il cliente della bottega e si arrabbia quando è 
costretto a dire: ”Si, lo so lo zucchero adesso è mancato per un certo periodo...”.
Queste cose non dovrebbero succedere ma purtroppo accadono perché forse non siamo ancora 
degli “squali” o perché il produttore dall'altra parte non è in grado ancora di assicurare la 
continuità visto che non è un'industria zuccheriera; è un produttore di zucchero che in qualche 
modo è riuscito ad entrare nel commercio internazionale.
E quindi dovrebbero probabilmente moltiplicarsi le centrali di importazione.
I soldi per finanziarle ci sono e la Banca Etica ormai è solo una questione di tempo, vista la 
grande coalizione di organizzazioni e associazioni che ha saputo raccogliere attorno a sé.

Ormai la CTM-MAG fornirà gran parte del capitale iniziale di questa banca etica, finanziando non 
solo la CTM, ma le cooperative di solidarietà e anche progetti di sviluppo nel Sud del mondo. 
La Banca Etica potrà fornire prestiti agevolati, ammortizzati, con tassi di interesse intorno al 10% 
forse anche meno, però sono previste alcune regole particolari riguardo agli avanzi.....etc, 
preferirei non entrare in dettagli. 
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D: Come si diventa cooperanti?  Sono previste figure diverse da quelle del “volontario”?

R: Gambarini: Allora, i nostri volontari operano in modo completamente gratuito in America 
Latina; per cui non abbiamo contratti. E' volontariato proprio. Noi abbiamo un ospedale in Perù, 
in Ecuador, in Bolivia, e parecchi dispensari in Brasile. 
Lavorano sia medici italiani che infermieri italiani che medici locali a seconda della zona e sui 
problemi specifici dei vari ospedali ci sono degli incaricati qui in Italia che possono dirti meglio le 
necessità di personale, ecc. 

R: Bassani: Generalmente poi l'intervento, i progetti come si diceva prima prevedono un certo 
tipo di qualifica professionale a seconda di quanto c'è da fare.
In generale l'ambito socio-sanitario va dall'intervento in ambito sanitario puro, medico, 
infermiere, fino all'intervento in ambito sociale più generale. 
Quindi deve essere prevista la presenza dello psicologo se è necessario, dell'assistente sociale, 
dell'educatore, etc.
Quindi ci sono varie figure dal punto di vista internazionale. 
Nelle ONG riconosciute, che hanno fondi dal ministero e dalla commissione europea, 
generalmente la persona è selezionata sulla base delle esigenze del progetto e fa un intervento di 
almeno 2 anni. 
Ci sono due tipi di figure: uno è il volontario classico e uno è il cooperante che ha già un po' di 
esperienza e può fare interventi di meno di 2 anni. 
Per la legge 49 italiana, alle organizzazioni riconosciute dal ministero, per la realizzazione di 
progetti approvati dal ministero, è riconosciuta la corresponsione al volontario di una quota che 
serve allo stesso per vivere nel paese di cui è ospite; sono, diciamo così, delle tariffe internazionali 
che variano da paese a paese. 
Una cosa che devo dire e penso valga un po' per tutti è che in questo momento c'è poca 
possibilità di partire per quei problemi cui accennavamo prima, in questi progetti internazionali. 
Per cui la maggior parte degli organismi riceve comunque delle proposte, dei curriculum e cerca 
di tenere i contatti con le figure che possono essere interessanti. 
Molti organismi comunque chiedono alle persone che non possono immediatamente partire di 
rendersi disponibili ad impegnarsi qui in Italia, ovviamente a livello di volontariato puro, nel senso 
che non si corrisponde alcun rimborso.
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