da Azione Nonviolenta
QUALE RISULTATO PER LE CAMPAGNE DI SABOTAGGIO ?

A distanza di alcuni mesi dal sabotaggio compiuto dall’Animal Liberation Front ai danni dei panettoni della Motta-Nestlé, proviamo a fare un bilancio dei risultati ottenuti.

Indubbiamente l’avvelenamento dei due panettoni spediti dal movimento ecoterrorista alle sedi Ansa di Bologna e Firenze ha raggiunto soddisfacenti risultati economici: la compagnia svizzera ascrive a bilancio ’98 ben 100 milioni di franchi svizzeri (più di 120 miliardi di lire) per perdite derivanti dal sabotaggio dei suoi prodotti in Germania e Italia (Sole/24Ore 3 aprile ’99), un terzo di quanto imputato agli effetti delle crisi asiatica e russa (300 milioni di franchi); risultato assai lusinghiero, pari allo 0,4% del suo fatturato mondiale (circa 87.000 miliardi di lire). Al mancato guadagno della vendita di panettoni, che in Italia si concentra per l’80% nelle tre settimane precedenti il Natale, si sono aggiunti via via (cfr. Sole/24ore del 4 gennaio ’99) i costi per la fallita campagna pubblicitaria programmata prima del sabotaggio (3 miliardi), per l’acquisto di pagine pubblicitarie supplementari sui giornali (300 milioni), sui cartelloni stradali (4 miliardi) e sulle emittenti radiofoniche (500 milioni), per l’organizzazione della manifestazione "panettone in piazza" (1.500 persone coinvolte, 1 miliardo di investimento) e per lanciare il nuovo spot con Renato Pozzetto (precipitosamente girato nell’arco di una sola giornata, 3 miliardi solo per acquistare nuovi spazi in tv).

Ma a quale prezzo sono stati ottenuti questi risultati? Un primo effetto negativo, abilmente sfruttato dai vertici Nestlé, è stato quello della risoluzione anticipata del contratto di lavoro di 300 avventizi stagionali, cui si sono aggiunte le ferie forzate per altri 100 dipendenti fissi. I lavoratori imbufaliti intervistati dalle trasmissioni televisive che si sono interessate a vario titolo della vicenda hanno avuto un impatto sull’opinione pubblica devastante per gli oppositori dell’azienda.

Un altro conto è stato presentato agli animalisti in febbraio, quando il presidente dell’Assap (l’associazione dei pubblicitari) ha minacciato gli organi di informazione per la troppa visibilità concessa agli aggressori, ricordando dalle colonne di un giornale che proprio in quei giorni la Rai era stata condannata a risarcire 30 miliardi alla Findus per un episodio analogo. Gli effetti di questa minaccia si sono visti tre giorni dopo, quando un altro sabotaggio dell’ALF, stavolta nei confronti delle barrette di cioccolato Kitkat, è stato praticamente ignorato dai giornali e dai supermercati che solo due mesi prima non avevano esitato a ritirare dagli scaffali tutti i prodotti sospettati di avvelenamento. L’effetto-filtro sulle informazioni, peraltro già in atto da anni sull’argomento dei boicottaggi, continua tuttora, e trova ulteriore conferma nel fatto che nessun organo di informazione nazionale ha ancora dato notizia del ritiro della sponsorizzazione Nestlé dal Giffoni Film Festival, dopo le proteste che avevano caratterizzato la manifestazione lo scorso anno.

Ci troviamo quindi di fronte, a mio parere, ad un ennesimo depauperamento delle armi proprie della nonviolenza: dopo i famosi digiuni alla Pannella (cui ormai non crede più nessuno), gli scioperi selvaggi degli autonomi che violano lo Statuto dei Lavoratori e consentono al Governo di riformare in senso negativo la materia, i boicottaggi bizzarri come quello del BOBI nei confronti del gruppo Fininvest (primo caso di boicottaggio nei confronti di ideali politici) e le manifestazioni che finiscono regolarmente in scazzottate tra i partecipanti e la polizia, assistiamo ad un uso improprio del sabotaggio.

Affermava Capitini nel famoso "Le tecniche della nonviolenza" (Feltrinelli, p. 111): "Il sabotaggio è una tecnica della nonviolenza solo quando non vi è nessun rischio per l’esistenza di esseri viventi. E’ una delle misure di carattere estremo, quando il danno che viene apportato è superato dal danno che il funzionamento di quel servizio apporta." Nel caso dell’ALF è stato usato addirittura a sproposito perché i panettoni Alemagna e Motta non contenevano alimenti transgenici contro i quali era stata organizzata l’iniziativa ambientalista. Gandhi arrivava a condannare il sabotaggio anche in tempo di guerra (Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, p. 220), perché portava secondo lui il germe della demoralizzazione; figuriamoci cosa avrebbe detto in questo contesto, quando le normative sugli alimenti geneticamente modificati sono ancora oggetto di discussione al Parlamento Europeo e al Ministero della Sanità e quindi soggetti ai cambiamenti umorali dell’opinione pubblica, che reagisce sempre storcendo il naso davanti a forme di protesta radicali.

Le armi nonviolente, come tutte le armi, dovrebbero essere usate con giudizio perché possono scatenare gli stessi effetti delle armi violente: danni inutili, effetti boomerang e perdita del consenso, condizione questa primaria per poter "con-vincere". Il fine non giustifica i mezzi in campo nonviolento, e gli strumenti utilizzati sono importanti tanto quanto gli obiettivi che ci si propone di raggiungere.

Forse questi episodi possono darci lo spunto per riprendere in mano alcuni saggi sulle tecniche di lotta, per riappropriarci di ciò che è culturalmente nostro.

Paolo Macina

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