La replica della multinazionale: «Il Codice da
noi sottoscritto non vieta i campioni agli ospedali»
Francesco Riccardi
Inchiesta Nestlé, atto
secondo. Dopo l'intera pagina che a fine dicembre abbiamo dedicato alla vicenda
della multinazionale, torniamo sull'argomento per mettere a confronto le
critiche dei responsabili della campagna del boicottaggio contro la
Nestlé, con la posizione dell'azienda.
Dopo la pubblicazione
dell'intervista al direttore generale corporate affairs della
Nestlé Italia, infatti, non sono mancate alcune reazioni da parte dei
lettori: dai complimenti per essere tra i pochi giornali ad occuparsi della
vicenda, alle accuse di aver «intervistato il lupo per sapere cosa ne pensa
delle lamentele dell'agnello». Una scelta che non abbiamo motivo di
rinnegare: di fronte ad accuse, magari pesanti, quali sono quelle rivolte dalle
organizzazioni non governative alla Nestlé, restiamo convinti che sia il
confronto diretto a far evolvere le situazioni. E così dopo aver parlato
in precedenti occasioni delle campagne di boicottaggio, abbiamo riproposto noi
stessi alla Nestlé le accuse principali rivoltegli, per offrire ai
lettori l'occasione di farsi un'opinione propria sulla base di un
contraddittorio.
Ora torniamo sull'argomento per un ulteriore confronto a
distanza. Adriano Cattaneo, portavoce della Rete italiana di boicottaggio
Nestlé (Ribn), spiega innanzitutto che «l'unica causa della
morte e della malnutrizione di milioni di bambini dei Paesi poveri, ovviamente,
non è la Nestlé! Ma non si può nemmeno dire che sia solo la
povertà, come tenta di sostenere la multinazionale: questa affermazione
ci renderebbe tutti colpevoli ed equivarrebbe ad assolverci tutti».
All'origine dell'elevata mortalità nei Paesi in via sviluppo stanno
una serie di cause che vanno dalla povertà fino ai batteri che causano la
dissenteria mortale dei bambini. «La sostituzione del latte materno con il
latte artificiale - insiste quindi Cattaneo - è una concausa importante,
scientificamente provata, all'interno di questa concatenazione di cause. Noi
vogliamo semplicemente che la Nestlé e le altre compagnie non
contribuiscano a questa sostituzione di latte materno con la loro pressione
commerciale».
E qui si arriva ad uno dei punti di contrasto maggiori.
La multinazionale, infatti, sostiene di non effettuare forniture gratuite
illegali di latte artificiale agli ospedali. La Rete di boicottaggio,
invece, si dice in grado di provare che tali "pressioni commerciali" continuano,
nonostante le smentite. «Siamo in possesso di una lettera di Roberto
Sanchez, presidente e direttore generale della Nestlé Argentina, diretta
il 31/05/99 al ministro della Sanità di quel Paese, nella quale la
multinazionale si impegna a sospendere le forniture gratuite di latte in polvere
agli ospedali, se anche le altre compagnie lo faranno - dice ancora Adriano
Cattaneo -. Si tratta di un'ammissione che ci viene dall'interno della
Nestlé stessa di violazioni del Codice internazionale, senza bisogno di
andare a scomodare le denunce delle organizzazioni non governative».
Questi comportamenti, secondo la Ribn, non sarebbero isolati. Tanto che
anche un'istruttoria della nostra Autorità Garante della Concorrenza e
del Mercato «parla di turnazione delle compagnie nella fornitura
gratuita di latte per neonati agli ospedali italiani».
Si tratta in
effetti di un comportamento legale, perché la legge italiana ammette
queste forniture, se effettuate dietro richiesta dei direttori degli ospedali.
Secondo la Ribn, però, le forniture agli ospedali rappresentano una
«palese violazione del Codice internazionale dell'Organizzazione
mondiale della sanità, che la Nestlé si è impegnata
a rispettare indipendentemente dall'esistenza di leggi nazionali (articolo 11.3
del Codice stesso)». La multinazionale, infatti, pur avendo firmato quel
codice e sostenendo di rispettarlo, in realtà insiste nel riferirsi alle
legislazioni nazionali.
Ciò avviene perché la Nestlé
continua a contestare l'interpretazione stessa del codice Oms, che «pone
condizioni precise, ma non vieta affatto le forniture ad ospedali e altre
istituzioni per l'infanzia». E, in ogni caso, «lo stesso codice
rimanda per l'applicazione alle leggi nazionali, secondo le specificità
locali». Ancora, il direttore generale Gianfranco Faina spiega che proprio
la lettera del dirigente argentino è la riprova della loro correttezza:
«Abbiamo deciso unilateralmente di sospendere qualsiasi fornitura agli
ospedali in quel Paese, interpretando noi in modo più restrittivo la
legge nazionale a riguardo e chiedendo al governo di Buenos Aires di chiarire
meglio le norme».
Per contro, i promotori del boicottaggio spiegano
come «i neonati che hanno bisogno di un altro latte che non sia quello
materno sono pochissimi, anche nei Paesi poveri - spiega Cattaneo -. Solo in
caso di morte materna, grave prematurità o rarissime malattie genetiche
è necessario ricorrere al latte artificiale. Invece le donazioni o le
offerte a basso costo tendono ad essere in quantità maggiore e non
giustificata, con l'evidente scopo di indurre al consumo di latte in polvere.
Questi comportamenti, grazie al codice e alla nostra sorveglianza sono diminuiti
moltissimo. Ma non scomparsi».
Altro tema assai controverso è
quello dei cosiddetti latti di proseguimento. Secondo la Ribn, la Nestlé
«spedisce foglietti pubblicitari alle madri italiane quando i neonati hanno
circa 4 mesi (e se lo fa in Italia, sicuramente ciò avviene in molti
altri Paesi), con pubblicità diretta di prodotti coperti dal Codice
internazionale - spiega il portavoce -. Perché il Codice Oms copre tutti
i sostituti del latte materno e non solamente il latte per neonati: è
scritto molto chiaramente negli articoli 2 e 3, ed è stato ribadito da
successive risoluzioni dell'Assemblea mondiale dell'Oms».
Esattamente
opposta l'interpretazione del codice da parte della Nestlé: «Nel
testo si precisa che dopo i 4/6 mesi di vita del bambino il latte vaccino, i
cereali, gli omogeneizzati, eccetera, "non possono più essere considerati
sostitutivi del latte materno"». In ogni caso, la legge italiana, che ha
recepito una direttiva europea in materia, permette questa sostituzione. Tanto
che la stessa Ribn spiega: «Le multinazionali violano il codice, ma senza
alcuna conseguenza perché non violano la legge italiana».
E si
torna così un po' al punto di partenza: la differenza fra Codice
(variamente interpretato) e legislazioni nazionali. Infine, sul tema degli
ospedali e dei medici, la Ribn sostiene che «per esercitare una pressione
sugli operatori sanitari, non è necessario dare incentivi finanziari,
basta pagare le spese di partecipazione a un congresso».
L'ultimo punto
assai controverso è quello delle certificazioni ottenute in oltre 60
Paesi. Secondo la Nestlé si tratta della controprova della sua
correttezza, che verrebbe messa in dubbio «solo per uno spirito
pregiudizialmente e ideologicamente ostile alle multinazionali». Al
contrario, secondo la Rete di boicottaggio, «la gran parte di
queste certificazioni sono in realtà mere autocertificazioni o documenti
generici in cui si "auspica che la Nestlé rispetti il codice Oms"».
Insomma, benché la Nestlé sostenga di "rigare dritto" ormai da
tempo, la Ribn lo contesta e la conseguente campagna di boicottaggio pare ancora
lontana da una conclusione. Anche perché il tentativo di aprire un tavolo
di discussione in sede Oms è finora fallito. Resta probabilmente una sola
strada alla Nestlé: aprire le porte al confronto diretto con chi
l'accusa. La trasparenza resta infatti sempre la migliore arma di difesa. E una
"certificazione" da parte di Ong indipendenti rappresenterebbe la migliore
garanzia di correttezza dei propri comportamenti.
Francesco Riccardi