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José Saramago fissa in una frase il perché del proprio scrivere. Probabilmente ora il futuro ricordarà di lui anche l'appartenenza alla lista d'oro dell'Accademia di Svezia. Ma lui non vede il premio in chiave di fama universale:"Una grande responsabilità, ecco cos'è. Sono il primo portoghese a vincerlo e ne sento l'importanza. Ora la mia linguaraggiungerà più persone, più lettori. La letteratura del mio Paese, non solo per i miei libri, potrà occupare uno spazio più considerevole nella coscianza culturale dei popoli. Non smetterò mai di dire che una cultura della periferia non è cultura periferic".
Assediato da centinaia di giornalisti e di fotografi, nel recinto della Fiera del Libro di Francoforte, ve da una dichiarazione all'altra senza dimenticare i suoi punti fermi: il comunismo, il non europeismo, l'amore per la Lusitania di mare e di viaggi che trova sintesi nella vecchia Lisbona, terra delle radici e, insieme, luogo mitico, simbolo, riferimento costante.
"Io cosa sono se non uno scrittore Portoghese? Scrivo in portoghese, penso in portoghese, sento in portoghese. Le traduzioni non mi hanno trasformato in cosmopolita.".
Ha quindi ringraziato "tutti i traduttori, validi interpreti del mio pensiero" e così sintetizzato la sua poetica: L'importante è non credere all'apparenza delle cose.
Chi è da tutte le parti non è da nessuna parte."
Tutto ciò nel contesto della bandiera rossa che ha sempre avvolto la poetica di José: "Resterò fino alla fine dei miei giorni un comunista, ma non mi parlate di stalinismo: l'ho sempre condannato".
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