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Alla cortese attenzione dell'Onorevole Maria Isabel Benone(*),
e del Potere Giudiziario
Ci scusi se il tipo di trattamento non è adatto alla sua persona,
così come all'autorità che lei rappresenta. Noi, umilmente, abbiamo preso la decisione di scriverle queste righe per fare si che lei prenda conoscenza, per la prima volta, di ciò che pensiamo. Per rafforzare il giudizio che lei ha di noi, oppure per offrirle, in questo modo, l'opportunità di riflettere sulle conseguenze che scaturiscono dalle sue decisioni, dalle firme impresse di suo pugno nei documenti che portano il simbolo della giustizia.
Tutte siamo di umile origine. A molte di noi sarebbe piaciuto sedere sui banchi di scuola, e capire, così, il mondo in cui viviamo.
Questo diritto non c'è stato dato. Perciò gran parte della conoscenza che abbiamo noi, madri senza terra di quello che rappresenta la Giustizia, ci è arrivata per mezzo di predicazioni religiose aventi come riferimento la Bibbia, libro che tutte conosciamo, persino gli analfabeti.
Questo libro fa sempre riferimento all'atto di giustizia come conseguenza di un atto necessario alla vita. Come necessità di un'azione fraterna. Come condizione per la dignità, elemento della vita di comunità, espressa nell'atto cristiano del dividere. Dividere il pane. Dividere la ricchezza. Dividere l'amore. Ripartire la speranza. Condividere l'allegria. Perciò l'altra faccia della moneta giustizia ci sembrava il condividere. E' stata questa la giustizia che noi, di ogni fede, abbiamo imparato come il più grande messaggio di Cristo.
Poiché lui ci ha insegnato a ripartire.
Non siamo a conoscenza di tutte le leggi che lei dice di difendere,
ma dicono che tutte servono a fare giustizia. La nostra mancata conoscenza non dipende soltanto dall'essere state sottomesse all'ignoranza.
Queste sono leggi che non abbiamo fatto, perciò, di sicuro, possono essere leggi giuste per alcuni e profondamente ingiuste per altri. Nel nostro paese queste leggi significano giustizia per i ricchi e punizione per i poveri.
La vostra sentenza, quella che controfirma l'atto e che ci mette per
la quarta volta davanti all'ordine di evacuazione, è un esempio tipico
del fatto che diciamo la verità. La legge e la giustizia difesa da lei,
sembra non contenere il minimo senso di umanità. Sembra non avere carne.
Sembra non avere anima. Preoccupazione sociale.
Ma non ci sorprende affatto la decisione presa dal Potere Giudiziario. In tutta la storia, quella che abbiamo imparata nei nostri accampamenti, questo potere non si è mai schierato dalla nostra parte. Si è sempre trovato dal lato opposto della barricata. Un potere che per secoli è convissuto con la schiavitù negra e decenni con la dittatura, senza cambiare né fare un piccolo passo che lo avvicinasse ai più poveri, non può dare la speranza di giustizia a quelli che giustizia non hanno mai ottenuto.
Ciò che ci sorprende è che l'ordine, o la controfirma all'ordine di
evacuarci, violentarci, umiliarci, aggredirci, torturarci persino,
fino alla morte come dimostra la nostra storia più recente parta dalle mani di una donna. Una donna come le nostre donne. Madre, o con il potenziale per esserlo, che ha il dono della vita, che è esempio della capacità di donarsi all'altro, mai la sua negazione.
Lei sa quanti bambini ci sono nei nostri accampamenti, Signora
Dottoressa?
Sa lei di quel che facevamo prima di trovare riparo e sogni qui,
sotto le tele nere?
Sa della fame, Signora? Sa del pianto dei nostri bambini sotto le minacce di violenza che partono dal suo pugno?
Tre dei nostri bambini sono stati colpiti da armi da fuoco in un'azione simile nel Paraná.
Sa lei del dolore di vedere i figli pestati, colpiti dagli spari, morti, come le madri dei nostri compagni di Eldorado dos Carajás? Sa lei cos'è il dolore?
Saprà cos'è l'allegria. Saprà del riso e dell'abbondanza. Saprà del
sonno senza pianto di bambini senza fame, e potrà svegliarsi nella piena consapevolezza del dovere realizzato. Non curandosi per niente se il "suo atto di giustizia" abbia lasciato la carne dei nostri figli lacerata dai denti dei cani ben nutriti della Polizia Militare, oppure se si annunzia presto, tra i senza terra, il prossimo corteo funebre.
Con l'umiltà che abbiamo dentro, ma con il coraggio che abbiamo
imparato, frutto della nostra esperienza di vivere in collettività, come fratelli, noi le diciamo: non indietreggeremo di un solo passo nella decisione di lottare per questa terra! La giustizia, Signora Dottoressa, per noi, è quella che riparte il pane, che divide la ricchezza, che può esistere soltanto come frutto del lavoro, della vita.
Dopo 500 anni di schiavitù e ignoranza, di esclusione e oppressione, di povertà e miseria, è arrivato il tempo di ripartire. E' arrivato il tempo della nostra giustizia, che lei può ritenere non legale, ma che nessun giurista al mondo può dire che non sia legittima.
Non vogliamo affrontare i vostri animali, le vostre armi e uomini.
Ma lo faremo per la quarta volta. E ritorneremo. E se lei e i vostri
giudici firmeranno ancora un altro ordine per farci violenza, ritorneremo ancora.
E ancora. E cento volte, duecento. Finché il suo pugno non si stanchi
di "fare giustizia". Perché esistono corpi che possono essere distrutti dalla violenza della vostra Polizia.
Ma ci sono sogni che nemmeno l'arma più potente, che distrugge le cose, potrà mai distruggere.
Noi siamo quelle che partoriscono più che figli. Partoriamo gli uomini del futuro. Loro saranno educati nelle terre liberate oppure sotto i nostri teloni neri.
Impareranno a leggere e a scrivere, ciò che molti di noi non sanno fare.
Vivranno per capire le leggi, per cambiarle. Per rifarle, partendo dalle necessità del nostro popolo.
Ci scusi l'audacia di volere essere lette oppure ascoltate da chi si
trova tanto distante. Ci visiti, Signora Dottoressa. Vedrà che non ci sono ladri e assassini tra noi, come dice la stampa, Anche perché quelli che derubano il nostro paese, assassinando la patria, non si trovano tra il popolo.
Vedrà che non abbiamo bei vestiti, le mani morbide e chiare, come le sue amiche di classe. Ma vedrà nei nostri occhi di madre la faccia del nostro popolo, che è il ritratto del popolo brasiliano.
Commissione delle Madri Senza Terra
Dell'accampamento della ex-fazenda Taba.
Belém, 12 marzo 2000.
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