LA CAMPAGNA DEL MONTE - CRONACA DI UN SUCCESSO


 

Quando lanciammo la campagna Del Monte, il 1 novembre 1999, non pensavamo che potesse avere un successo così rapido.
In un paio di mesi sono state spedite circa 7.000 cartoline a Sergio Cragnotti, presidente di Cirio (multinazionale che ha assunto il controllo di Del Monte), e a Coop, che vende al pubblico ananas in scatola a marchio Coop prodotte da Del Monte in Kenya. Le richieste fatte a Del Monte erano di correggere il comportamento che la società ha nella propria piantagione di ananas in Kenya per quanto riguarda le condizioni di lavoro, i salari, la sicurezza in piantagione e i diritti sindacali. Nonostante la negazione di ogni addebito e le minacce nei confronti dei promotori della campagna da parte di Del Monte, le ispezioni eseguite in Kenya, inviate sia da Coop che dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, hanno evidenziato e confermato i gravi ed inaccettabili problemi esistenti. A questo punto anche Del Monte si è arresa: dopo aver riconosciuto pubblicamente la sostanza delle accuse che le erano state rivolte, si è impegnata in un piano di miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita nelle piantagioni. Con questi risultati raggiunti, noi consideriamo chiusa la campagna di pressione pubblica. Rimane invece l’attività di vigilanza da parte del Centro. Fra qualche mese daremo tutti gli aggiornamenti del caso, ma intanto non possiamo fare a meno di dichiarare tutta la nostra soddisfazione per un’azione che si è dimostrata efficace in tempi veramente rapidi. Per noi, ciò è la dimostrazione che se i consumatori sanno muoversi con intelligenza hanno davvero una grande potenzialità di fronte a sé. Le strategie vincenti sono state due: la pressione su Coop, tirata in ballo perchè aveva ottenuto la certificazione SA 8000 (certificazione di Responsabilità Sociale che riguarda l’azienda stessa ma anche i suoi fornitori), e un’azione coordinata col sindacato e con la Commissione per i diritti umani del Kenya che hanno tenuto testa a Del Monte localmente. Ma andiamo con ordine.

DICIAMO NO! ALL'UOMO DEL MONTE

Con l'aiuto di Padre Zanotelli, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo ha condotto un'approfondita inchiesta sulle condizioni di lavoro esistenti nella piantagione di ananas in Kenya appartenente al gruppo Del Monte Royal che fa capo alla Cirio ossia a Sergio Cragnotti. L'inchiesta denuncia il pagamento di salari indegni, condizioni igieniche ed abitative indecenti, comportamenti antisindacali e il ricorso ad un armamentario chimico che comprende prodotti pericolosi per i lavoratori e per l'ambiente. All'interno della piantagione Del Monte, nessun bracciante o operaio riscuote un salario sufficiente per coprire le necessità di base della propria famiglia, che di media in Kenya è composta da sei persone. Ma la situazione degli avventizi è la più drammatica. Qualora lavorassero per quattro settimane di fila si porterebbero a casa solo 2.300 scellini (ossia 69.000 lire) sufficienti a coprire appena il 20% del fabbisogno mensile di base di una famiglia. In effetti il salario che Del Monte paga agli avventizi è di 12 scellini l’ora (360 lire) corrispondente al prezzo di una coppia di uova. Se fossero pagati in natura, gli avventizi si porterebbero a casa appena 3 kg di farina di mais al giorno in cambio di nove ore di lavoro. Ciò è possibile anche grazie alle scandalose leggi del governo del Kenya, che sostiene un salario minimo legale attorno ai 2.000 scellini mensili. Il sindacato denuncia l’abitudine di Del Monte Kenya di inquadrare i lavoratori in mansioni inferiori a quelle realmente svolte per pagare salari più bassi. Denuncia anche comportamenti antisindacali. Ad esempio nell’aprile 1997 l’azienda licenziò 1.700 lavoratori discontinui che stavano aderendo ad uno sciopero, indetto secondo tutte le procedure legali, e mandò dei camion a reclutare mano d’opera avventizia nei quartieri più poveri.

Nel 1994 licenziò 17 autisti perché avevano osato iscriversi ad un sindacato sgradito alla direzione per la determinazione con la quale difende i diritti dei lavoratori. I 17 licenziati sono ricorsi in tribunale, ma la cosa va per le lunghe. In conclusione anche questa volta è improbabile che i lavoratori riescano ad ottenere giustizia e non tanto perché l’impresa verrà riconosciuta innocente, ma perché il dibattimento finale non si farà mai. Pare impossibile, eppure tutti i casi avviati contro Del Monte si trascinano per anni con rinvii continui che esasperano i lavoratori e li dissanguano economicamente con spese per bolli, controbolli, avvocati e viaggi nella capitale. Alla fine non ce la fanno più e smettono di presentarsi alle udienze dando la possibilità ai giudici di archiviare il processo per rinuncia della parte lesa. Come succeda che Del Monte incappi sempre in giudici che amano rinviare i processi, rimane un mistero. In ogni caso, questa situazione rende Del Monte arrogante perché la fa sentire in uno stato di impunità. Di qui gli abusi rispetto alle assunzioni, ai salari e naturalmente rispetto alle indennità da pagare in caso di infortunio. Del Monte non paga neanche quando i suoi obblighi sono evidenti.
Decine di famiglie lottano da 10 anni per ottenere il risarcimento relativo ad un incidente avvenuto nel 1988 che causò la morte di 34 persone e il ferimento di altre 20 per l’urto di un camion dell’impresa su cui stavano viaggiando.
Ma di tutti gli abusi, forse quello che i lavoratori sentono di più è il mancato pagamento da parte di Del Monte delle medicine e dell’assistenza ospedaliera. Eppure la legge prevede che ogni datore di lavoro debba farsi carico di queste spese.

Per protestare contro questo stato di cose, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo ha concordato con il sindacato degli alimentaristi e con la Commissione per i diritti umani del Kenya il lancio della campagna "Diciamo no all'uomo Del Monte". La campagna oltre a chiedere il miglioramento delle paghe, l’abbandono dei prodotti chimici particolarmente dannosi, il rispetto di tutti i diritti previsti dalle leggi e dai contratti, chiede l’accettazione di una commissione indipendente, composta da forze locali e internazionali, col compito di verificare il rispetto dei diritti dei lavoratori nella piantagione.
Visti i legami che Del Monte ha sia con le catene dei supermercati che col mondo sportivo, la campagna di pressione non si rivolge solo a Sergio Cragnotti, ma anche a Coop e all’Associazione Calciatori. A Coop, che vende con marchio proprio ananas provenienti dalla piantagione incriminata, è richiesto di compiere passi concreti per fare cambiare il comportamento di Del Monte. All’Associazione calciatori, che deve tutelare la reputazione dei calciatori, è richiesto di attivarsi affinché le società sportive si dotino di un codice di condotta che le impegnino ad accettare sponsorizzazioni solo da imprese che dimostrino di rispettare l’ambiente e i fondamentali diritti dei lavoratori.

La campagna, oltre ad essere sostenuta da numerose associazioni italiane, è stata adottata dalla Rete di Lilliput.

L’UOMO DEL MONTE DICE SÌ AI CAMBIAMENTI

Attorno al 7 novembre, pochi giorni dopo il lancio della campagna, Coop ci informò di aver anticipato un’ispezione nella piantagione di ananas in Kenya che aveva già programmato per il mese di dicembre. Per l’esattezza si sarebbe verificata il 22-23 novembre da parte della società di certificazione denominata BVQI. Rispondemmo che la decisione ci sembrava corretta, ma che ci pareva importante la contemporanea presenza di un’altra società pagata da noi. La richiesta venne accolta e l’ispezione venne eseguita contemporaneamente da BVQI e da SGS.
Proprio nei giorni in cui gli ispettori stanno svolgendo le indagini in piantagione, il sindacato e la Commissione per i diritti umani del Kenya, organizzano una conferenza stampa a Nairobi per denunciare le pessime condizioni di lavoro esistenti alla Del Monte e per dare notizia della campagna internazionale. Il dibattito è piuttosto acceso perchè alla conferenza interviene anche il direttore del personale della piantagione che si scaglia contro i delegati sindacali presenti in sala. Più tardi capiamo che la reazione dell’alto dirigente non è un gesto di rabbia incontrollato, ma parte di una strategia di difesa che si basa sull’aggressività e sulla negazione di ogni addebito. Pur di negare, Del Monte arriva a dichiararsi vittima di una macchinazione politica orchestrata dalla concorrenza che per l’occasione è individuata nel commercio equo e solidale che ha cominciato a commercializzare ananas in scatola provenienti da Cuba. Questa posizione è sostenuta sia nella conferenza stampa organizzata a Milano il 29 novembre, che in una dichiarazione pubblicata a tutta pagina il 10 dicembre 1999 su uno dei principali quotidiani del Kenya.
Ma a sorpresa, il 23 dicembre 1999 Coop ci fa sapere che le due ispezioni hanno messo in evidenza vari comportamenti non conformi con la certificazione SA 8000, un modo ufficiale per dire che le nostre denunce sono confermate. Coop ci informa anche che Del Monte Italia si è impegnata ad attuare un piano di miglioramento in tre aree: quella dei salari, quella dei pesticidi, con particolare riferimento alla protezione dei lavoratori, e quella delle condizioni abitative ed igieniche.

Più precisamente si è impegnata a:

  1. rivedere la retribuzione dei lavoratori con particolare attenzione alle categorie precarie;
  2. migliorare gli standard protettivi già utilizzati e da utilizzare, e maggiore attenzione alla formazione dei dipendenti sul tema sicurezza;
  3. migliorare le condizioni sociali e di vita all’interno della piantagione;
  4. avviare uno studio per la Produzione Integrata.

Così si è conclusa la prima fase della nostra campagna che è consistita nel far accettare ai protagonisti commerciali la veridicità delle nostre denunce. Non è stato un compito facile perché Del Monte si è ostinata, fino alla fine, a negare tutto dichiarandosi vittima di un complotto politico. L’assurdo è che ha utilizzato questa linea di difesa non solo in Europa, dove è facile darcela a bere, ma anche in Kenya dove i lavoratori, i sindacati e le organizzazioni nongovernative sanno cosa succede nelle piantagioni. Prova ne sia che mentre noi facevamo la nostra pressione in Italia, anche in Kenya c’era molto fermento.

Quanto è successo in Kenya è un pezzo di storia che ci manca, ma che dobbiamo conoscere perché ci apre la finestra su un aspetto della realtà africana che ignoriamo e perché ci racconta una bella storia di alleanza internazionale di tipo lillipuziano. Come abbiamo sempre raccontato, la nostra campagna è stata possibile grazie ad un ottimo rapporto di collaborazione col sindacato locale fin nella fase di indagine. Ma dall’agosto del ’99 è entrata in scena anche la Commissione per i diritti umani, un’organizzazione non governativa molto stimata e rispettata da tutti. L’intervento della Commissione era stato sollecitato per fare luce sulla morte di un giovane bracciante che non aveva ricevuto soccorso da parte del dispensario Del Monte a cui la famiglia aveva chiesto aiuto. Indagando su quel fatto la Commissione scoprì condizioni di lavoro così indegne che decise di mettere in atto un piano di intervento per la difesa dei diritti umani all’interno della piantagione. Così quando seppe che in Italia era stata avviata la nostra campagna, convocò una conferenza stampa per denunciare gli abusi di Del Monte e per annunciare le iniziative assunte in Kenya e all’estero. All’appuntamento, fissato per il 22 novembre, intervenne anche Mr. Mantu, il direttore del personale della piantagione, che di fronte ad una sala gremita di giornalisti attaccò duramente i delegati sindacali presenti e negò ogni accusa. Per concludere affermò che Del Monte non aveva niente da nascondere e che i giornalisti potevano recarsi in piantagione, quando volevano, per verificare di persona le ottime condizioni esistenti.
Willy Mutunga, segretario della Commissione per i diritti umani, prese sul serio le parole di Mr. Mantu e il 3 dicembre, a sorpresa, si presentò con vari giornalisti alla fabbrica di inscatolamento. Chiese di entrare, ma il cancello non venne aperto. I giornalisti protestarono e benché fossero solo le 11 del mattino, la direzione ebbe l’alzata di ingegno di mandare gli operai a casa, affinché la visita avvenisse a macchine ferme. Ma avvenne ciò che Del Monte meno desiderava: fuori dal cancello i lavoratori si mescolarono con i giornalisti e parlarono con loro in piena libertà. Il giorno dopo giornali e televisione uscirono con vari servizi sulle dure condizioni di lavoro esistenti nella piantagione. Il clamore fu così grande che anche il Ministro del lavoro ordinò un’ispezione.
La situazione per Del Monte si stava facendo complicata, ma invece di cominciare ad ammettere che qualche problema esisteva, il 10 dicembre uscì con un annuncio a tutta pagina sul più importante quotidiano keniota per smentire ogni accusa e dichiarasi vittima di una macchinazione orchestrata dai suoi concorrenti. In pubblico, dunque, il gigante continuava con la linea dell’arroganza, ma in segreto stava cercando una via d’uscita. Già il 16 novembre aveva scritto alle alte sfere sindacali per chiedere un incontro. Per tutta risposta il sindacato aveva fatto sapere di essere disponibile ad un confronto, purchè fossero presenti tutte le parti in causa.
Nel frattempo decidiamo di andare a Nairobi per incontrare tutti i sostenitori della campagna e il 18 dicembre avviene un incontro che non esitiamo a definire storico. La mescolanza di facce nere e bianche era la dimostrazione che si stava realizzando il sogno, accarezzato da anni, di formare un’alleanza fra consumatori del Nord e lavoratori del Sud. Non mancava nessuno. C’erano i delegati sindacali interni a Del Monte, c’erano vari dirigenti sindacali, c’era Willy Mutunga della Commissione per i diritti umani, c’erano rappresentanti di varie organizzazioni estere presenti a Nairobi per la difesa dei diritti civili. Dopo un giro di interventi per relazionare sulle iniziative assunte da ciascuno, ci siamo accordati per proseguire in stretta collaborazione. Ci siamo impegnati ad informarci tempestivamente rispetto a ciò che avviene nelle rispettive realtà e a consultarci per le iniziative da assumere. L'incontro si è concluso con l'impegno a batterci per quattro richieste che poi sono le stesse su cui Del Monte ha comunicato a Coop di volersi impegnare: il miglioramento salariale degli avventizi, la salute e la sicurezza dei lavoratori, le condizioni igieniche ed abitative nei villaggi della piantagione, la riduzione dei pesticidi.
A questo punto chiediamo di incontrare Del Monte Italia per uno scambio di vedute sul proseguo della vicenda, ma Coop ci informa che non c’è niente da fare: la multinazionale non desidera vederci. Allora, tramite Coop, chiediamo che il piano di miglioramento venga concordato nei dettagli, non in maniera unilaterale dall’azienda, ma d’accordo con i sindacati del Kenya e con le altre associazioni kenyote che si sono coinvolte nella campagna. Anche questa volta la risposta è positiva e allo stato attuale il problema principale è di verificare che gli impegni siano effettivamente assunti.

Siamo contenti dei risultati raggiunti finora dalla campagna, grazie anche alla scelta di Coop di agire conformemente alla certificazione SA 8000. Siamo anche contenti che Coop abbia accolto il nostro invito ad insistere presso Del Monte affinchè i dettagli del piano di miglioramento siano concordati con le forze sindacali e sociali del Kenya che sono i referenti naturali per la difesa dei diritti dei lavoratori. L'avvio di questo lavoro congiunto darebbe vita, fra l'altro, ad un sistema di monitoraggio permanente senza dovere ricorrere alle società di certificazione che, a nostro avviso, costituiscono una soluzione di carattere eccezionale.

A questo punto chiediamo di incontrare Del Monte Italia per uno scambio di vedute sul proseguo della vicenda, ma Coop ci informa che non c’è niente da fare: la multinazionale non desidera vederci. Allora, tramite Coop, chiediamo che il piano di miglioramento venga concordato nei dettagli, non in maniera unilaterale dall’azienda, ma d’accordo con i sindacati del Kenya e con le altre associazioni kenyote che si sono coinvolte nella campagna. Anche questa volta la risposta è positiva e allo stato attuale il problema principale è di verificare che gli impegni siano effettivamente assunti.


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