LA MAQUILA: OCCUPAZIONE E SFRUTTAMENTO

La Maquila

  Per comprendere la vastità del problema rappresentato dalle maquilas, ci sembra utile presentare alcuni dati di una delle espressioni del neoliberalismo e del libero mercato in Centro America.
  Le maquilas occupano oltre 200.000 lavoratrici centroamericane in condizioni di lavoro disumane.
  Attratte da esenzioni fiscali e dal basso costo della manodopera - un 30% meno che a Taiwan -, le grandi multinazionali del settore tessile si sono installate in Centro America negli anni '80.
  La maquila è divenuto il principale settore industriale della regione. Nel 1995 la produzione tessile rappresentò, per El Salvador, il 37% del Prodotto Interno Lordo ed il 39,5% delle sue esportazioni, prevalentemente negli USA.
  Un lavoratore statunitense ha uno stipendio 20 volte più alto di uno del Guatemala.
  Secondo un rapporto del Centro de Estudios y Análisis Sociolahorales del Nicaragua, il salario della maquilas non raggiunge il costo del paniere familiare in nessun paese centroamericano e non riesce a coprire neppure il 40% del costo della vita.
  A questo bisogna aggiungere le durissime condizioni di lavoro, sotto la continua minaccia del licenziamento: giornate di lavoro estenuanti, quasi mai inferiori alle 10 ore e che a volte arrivano a 36 ore continuative, non vengono mai pagate le ore straordinarie; elevate quote di produzione, maltrattamenti fisici, abusi sessuali contro le donne con la minaccia di perdere il lavoro, nessuna o quasi previdenza sociale (in El Salvador l'80% dei lavoratori non ne hanno alcuna), licenziamenti ingiustificati, impiego illegale di minorenni, ostacoli di ogni tipo per la costituzione di sindacati all'interno delle imprese, solo il 6% è iscritto a sindacati perché appartenere ad un'organizzazione di lavoratori significa il licenziamento quasi automatico.
  Due nuovi fatti hanno messo di nuovo sul banco degli imputati l'industria della maquila. Prima ci furono le denuncie delle condizioni inumane in cui sono obbligati a vivere i lavoratori delle Zonas Libres Industriales de Procesamiento - ZIP - dai padroni delle maquilas, essenzialmente coreani. Dinanzi al Senato nordamericano, la minorenne honduregna Wendy Yamileth D’az, di 15 anni, ex lavoratrice della maquila Global Fashion, che esporta indumenti femminili negli USA, accusò: "Nelle fabbriche maquiladoras si violano continuamente i diritti umani. Sono enormi centri di lavoro simili a campi di concentramento. Siamo obbligate a lavorare giornate estenuanti per salari miserevoli. Non c'è libertà neppure per andare al bagno ed esiste un severo sistema di sicurezza armata. Centinaia di ragazze sono obbligate a prendere anticoncezionali per evitare le gravidanze e si nega il diritto della libera sindacalizzazione".
  Poco tempo dopo, ci fu la presentazione a Ginevra del rapporto della CISL, "Il mercato mondiale, sfida per il sindacalismo", che descrive le zone franche centroamerica ne come "nuovi campi di concentramento".
  Dopo la denuncia di Wendy D’az, il governo statunitense minaccia sanzioni verso l'Honduras e di ritirare i suoi investimenti se fossero continuati gli abusi contro i diritti dei lavoratori delle maquilas.
  In Honduras, per smentire le accuse, si scatenò la reazione degli imprenditori del settore, raggruppati nella Asociación de Maquiladores de Honduras - AMH -, e del governo per il timore che i coreani si ritirino dal paese. Prima di presentarsi al Senato statunitense, i maquileros tennero una riunione con i rappresentanti dei paesi ch fanno parte del Consejo Centroamericano del Caribe de Apoyo a la Industria de la Confección y Textiles - CATAC -; gli interventi (ed il tono del discorso) misero in evidenza il timore degli industriali di veder diminuire i loro investimenti e profitti dinanzi alle denuncie di violazione dei diritti umani e del lavoro nelle zone franche.
  Questi avvenimenti portarono ancora una volta in primo piano i problemi del lavoro nelle maquilas, che iniziarono fin dalla loro apparizione negli anni '80, quando i governi della regione offrirono facilitazioni doganali ed altri incentivi per il loro insediamento. Da allora, periodicamente, si è denunciato che nelle maquilas i lavoratori sono sottomessi ad abusi di ogni tipo.
  Organizzazioni di lavoratori - quelle almeno che non si sono piegate agli interessi degli imprenditori - e organismi di diritti umani denunciano costantemente questi abusi, ma ben poche volte si hanno risultati positivi e la situazione prosegue nella pressoché totale libertà ed impunità per i proprietari.
  Honduras, Guatemala e El Salvador sono i tre paesi che posseggono il maggior numero di maquilas della regione ed in tutte si sono verificate forti lotte tra lavoratori e proprietari che si sono concluse nella stragrande maggioranza dei casi con la chiusura delle fabbriche - spesso di nascosto per non rispettare i loro obblighi -, con il risultato che, oltre a non ottenere condizioni di lavoro dignitose, i lavoratori perdono la fonte del loro lavoro. Il proprietario, in risposta a questi "ostacoli", trasferisce la sua fabbrica in un altro paese per iniziare di nuovo il suo ciclo di lavoro alle stesse condizioni del paese da cui se n'è andato. Questo è il caso più frequente tra gli impresari coreani.

Diffusione della maquila

  La diffusione delle maquilas in Centro America è stata molto rapida perché la zona rispondeva ottimamente ai requisiti richiesti dalle transnazionali, la cui attrazione principale è l'esistenza di manodopera a buon mercato, leggi del lavoro compiacenti ed incentivi per la loro apertura.
  Negli anni '80 se ne insediarono nella regione più di 1.000; all'inizio si diffusero soprattutto in Costa Rica, El Salvador e Honduras; dal 1991 sono essenzialmente presenti in Costa Rica, Guatemala ed Honduras.
  Con la fine del conflitto armato e gli incentivi proposti dal governo, in El Salvador si registrò un rapido aumento delle maquilas, giunsero anche maquiladoras da Guatemala e Costa Rica.
  Attualmente in El Salvador esistono cinque zone franche ed altre quattro sono in costruzione. Questa attività genera circa 40.000 posti di lavoro e nel 1995 produsse 657 milioni di dollari d'esportazione, con una crescita, secondo dati ufficiali, dell'80% negli ultimi due anni; per il 1996 si prevede un aumento a 65.000 posti.
  In Honduras nel 1987 fu promulgata la legge costitutiva delle Zonas Libres Industriales de Procesamiento, con ampi benefici fiscali e finanziari. Oggi esistono in questo paese oltre 180 imprese, la maggioranza di capitale asiatico. In Nicaragua l'espansione di questo tipo d'industria è stato minore; tuttavia, solo nella zona franca di Managua, esistono 17 imprese che esportano negli Stati Uniti, come avviene per la maggioranza delle maquilas che operano nella regione.
  L' "impunità" di cui godono le maquilas è dovuta anche al fatto che la manodopera attualmente impiegata - 200.000 in Centroamericana, numero che supera i 500.000 se si considerano i paesi dei Caraibi - non può essere, all'interno delle attuali politiche economiche, assorbita dall'industria né statale né privata; così come l'ingresso di divisa che esse permettono non può essere facilmente sostituito all'interno delle ricette di riassetto economico-politico imposte dal FMI, dalla BM e dal neoliberalismo.


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